Maxi operazione antimafia ieri mattina nel Foggiano. Polizia di Stato e Carabinieri hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Bari e un decreto di fermo disposto dalla Procura di Foggia al termine di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari e dalla Procura foggiana. Il bilancio complessivo è di venti misure cautelari personali e di un fermo. Le attività investigative riguardano un presunto sistema di estorsioni riconducibile alla Società foggiana, il duplice omicidio di Nicola Ferrelli e Antonio Petrella avvenuto ad Apricena nel 2017 e l’omicidio consumato a Foggia il 29 aprile scorso durante una presunta compravendita di droga. Il primo filone dell’inchiesta ha portato all’esecuzione di sedici custodie cautelari in carcere e due arresti domiciliari per episodi di estorsione aggravata dal metodo e dall’agevolazione mafiosa, oltre che per reati in materia di armi e stupefacenti. Le indagini della Squadra Mobile di Foggia, avviate dopo la denuncia presentata da un imprenditore nell’ottobre 2024, avrebbero consentito di ricostruire numerose richieste estorsive ai danni di imprenditori e commercianti locali, alcuni attivi nei settori agricolo ed energetico. Secondo gli investigatori, il denaro riscosso sarebbe stato ripartito tra le batterie Moretti-Pellegrino e Sinesi-Francavilla della Società foggiana. In un episodio sarebbe stata imposta una tangente pari al dieci per cento degli appalti ottenuti dalla vittima. In un altro caso, la richiesta estorsiva sarebbe partita direttamente dal carcere attraverso l’utilizzo dei social. Durante le investigazioni sono state inoltre sequestrate armi e munizioni. Il secondo troncone riguarda invece il duplice omicidio di Nicola Ferrelli e Antonio Petrella, uccisi ad Apricena il 20 giugno 2017. Due ulteriori persone sono state raggiunte da misura cautelare con accuse, a vario titolo, di omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso e detenzione di armi. Con i provvedimenti eseguiti ieri salgono a quattro gli indagati raggiunti da misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta sul delitto, ricondotto dagli inquirenti alle dinamiche del clan Lombardi-La Torre-Ricucci. La terza operazione riguarda invece il fermo di un quarantatreenne di Manfredonia, Giuseppe Robustella, indagato per l’omicidio di Stefano Bruno e per il tentato omicidio di Saverio e Pasquale Bruno, avvenuti a Foggia il 29 aprile scorso. Secondo la ricostruzione investigativa, il fatto sarebbe maturato nell’ambito di un contrasto legato a una compravendita di sostanza stupefacente. Determinanti, per gli investigatori, sarebbero state le immagini dei sistemi di videosorveglianza e gli accertamenti balistici eseguiti nelle ore successive al delitto.
Non soltanto bombe, proiettili e intimidazioni plateali, ma un sistema stabile di pressione economica sul tessuto produttivo foggiano, fondato su pagamenti periodici, contatti diretti con imprenditori e una gestione condivisa degli incassi tra le principali batterie della Società foggiana. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari e dalla Procura di Foggia culminata nel blitz che ha portato a ventuno provvedimenti cautelari tra arresti e fermi. Il filone principale dell’indagine riguarda le estorsioni aggravate dal metodo mafioso.
Secondo gli investigatori, le richieste di denaro sarebbero state finalizzate ad alimentare le casse delle batterie Moretti-Pellegrino e Sinesi-Francavilla attraverso un sistema di riscossione ormai consolidato. Nell’ordinanza firmata dal gip Paola Angela De Santis compaiono Francesco Abbruzzese, detto “Stuppin”, 49 anni; Antonio Bellofatto, 79; Fabrizio Bevilacqua, 28; Luciano Calabrese, detto “Cupptill”, 27; Luigi Croce, 54; Antonello Frascolla, 36; Gioacchino Frascolla, 41; Alessandro Moffa, 46; Pasquale Moffa, 44; Alessandro Moretti, detto “Sassolin”, 35; Raffaele Perdonò, detto “Lele”, 35; Samuel Perdonò, 28; Claudio Pesante, detto “U’ Sgarr”, 21, figlio del boss Francesco; Sergio Ragno, 49; Luigi Tonti, 30; e Ciro Spinelli, detto “il marsigliese”, 40 anni. Diversi indagati erano già detenuti per altre vicende giudiziarie. Alessandro Moretti, invece, è stato ucciso in un agguato avvenuto a gennaio scorso.
Le indagini della Squadra Mobile avrebbero documentato una pressione costante nei confronti di imprenditori e commercianti foggiani, costretti – secondo l’accusa – a versare somme di denaro con cadenze prestabilite. Gli inquirenti parlano di una forma di “estorsione ambientale”, nella quale il richiamo all’appartenenza mafiosa sarebbe bastato a generare assoggettamento senza bisogno di esplicite minacce. Figura centrale del sistema sarebbe Antonio Bellofatto, fabbro foggiano che, sfruttando la sua presenza quotidiana nei cantieri, avrebbe agito come collettore delle tangenti per conto dei clan. Un appostamento eseguito il 4 marzo 2025 nei pressi della sua officina di via Di Salsola avrebbe consentito agli investigatori di ricostruire parte del meccanismo di consegna del denaro destinato alle batterie mafiose.
Numerosi gli imprenditori citati negli atti dell’inchiesta. Armando Russo, titolare di un’impresa edile, avrebbe versato circa 2mila euro ogni tre o quattro mesi per quasi due anni, somme giustificate come pagamento di una presunta guardiania mai realmente effettuata. Franco Sannella avrebbe invece ammesso pagamenti trimestrali da 1.500 euro protratti per anni, mentre il fratello Fedele avrebbe negato qualsiasi richiesta estorsiva nonostante le conversazioni intercettate tra gli indagati facessero riferimento ai suoi mancati versamenti. Tra le vittime figura anche Luigi Boscaino che, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe pagato per circa dieci anni somme comprese tra i 2 e i 3mila euro in occasione delle festività principali, importi poi aumentati fino a 4 mila euro “per stare tranquilli”.
Pesante il contenuto delle intercettazioni finite agli atti. Abbruzzese, rivolgendosi a un imprenditore, avrebbe detto: “Sono stato una vita in galera, la malavita siamo noi”. In un’altra conversazione avrebbe minacciato il titolare di una struttura alberghiera: “Prendo la gente e gli squaccio il melone”. Anche i social sarebbero stati utilizzati come strumento di pressione. Claudio Pesante, detenuto, avrebbe inviato messaggi Instagram chiedendo “20 dollari”, espressione che secondo gli investigatori indicava 20mila euro. Secondo la Dda, gli introiti sarebbero stati ripartiti tra le diverse batterie criminali per sostenere detenuti e famiglie degli affiliati. “Dobbiamo fare 1.500 ciascuno”, diceva Alessandro Moretti in una conversazione intercettata.
I dettagli dell’operazione sono stati illustrati nel corso della conferenza stampa alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, il procuratore capo di Foggia Enrico Infante e il procuratore della Dda di Bari Roberto Rossi. Proprio Melillo ha tracciato un quadro particolarmente duro della situazione criminale in Capitanata, invitando a non ridurre il fenomeno mafioso a una semplice emergenza di ordine pubblico. “Sarebbe un grave errore sminuire e ricondurre la mafia a una questione di ordine pubblico o a responsabilità di magistratura e forze di polizia”, ha detto il procuratore nazionale antimafia. Secondo Melillo, la dimensione violenta della criminalità organizzata foggiana rappresenta soltanto una parte del problema. “Omicidi ed estorsioni sono gli strumenti per mantenere in vita la reputazione violenta di un’organizzazione che però è molto più complessa”. Dietro le azioni di sangue, ha spiegato, si muoverebbero “strategie di espansione affaristica” sostenute dal controllo di interi comparti economici.
Melillo ha parlato di organizzazioni che si alimentano “grazie a un tessuto di imprese fiduciarie di interessi praticamente mafiosi” e ha richiamato l’attenzione sulla compenetrazione tra pezzi dell’economia locale e gruppi criminali. “Quando la mafia diventa semplicemente una questione di ordine pubblico esce fuori dall’agenda di tutte le istituzioni diverse da quella della magistratura e delle forze di polizia”, ha aggiunto, sottolineando invece il ruolo che dovrebbero assumere politica, associazioni di categoria, sindacati e società civile. Il procuratore nazionale antimafia ha poi evidenziato come nel Foggiano “non sia ancora avvenuta in maniera aperta e definitiva la rottura del patto di omertà che regge i rapporti tra mafiosi e vittime dei reati”. Un contesto che, secondo Melillo, rende la situazione “persino più grave” rispetto ad altre aree storicamente segnate dalla presenza mafiosa. “L’espansione affaristica e i processi di accumulazione della ricchezza delle mafie foggiane vanno ben oltre i confini della provincia di Foggia”, ha concluso, parlando di interessi ormai estesi anche a Molise, Abruzzo e Campania e di un fenomeno “in grado di strozzare letteralmente la vita sociale e democratica di un’intera comunità”.
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