Caso Garlasco, l’accusa ai Carabinieri del RIS rischia di far venire meno la fiducia di magistrati e cittadini
Che la vicenda giudiziaria relativa all’omicidio della sventurata Chiara Poggi (il “caso Garlasco” ormai tristemente noto e arcinoto) fosse nato sotto una cattiva stella e poi proseguito sotto una stella ancora peggiore man mano che si dipanava fu chiaro sin da subito e poi fu sempre più chiaro. Per focalizzare il concetto basti pensare al fatto che il sospettato dell’omicidio Alberto Stasi venne prima fermato dal PM durante l’interrogatorio e poi scarcerato dal GIP tre giorni dopo per mancanza di indizi gravi; poi venne assolto dal GUP in giudizio abbreviato; poi fu assolto dalla Corte di assise di appello; poi fu nuovamente rinviato a giudizio dalla Corte di cassazione con annullamento della sentenza di assoluzione; poi venne condannato da una seconda Corte di assise di appello; infine fu condannato in via definitiva da una seconda sentenza della Cassazione, in conseguenza della quale ultima decisione definitiva egli ha espiato 11 anni di reclusione. Non bastasse questo slalom a soffietto fra decisioni assolutorie e di condanne dal 2007 in avanti, nell’ultima tornata di tempo si era anche aggiunta l’incriminazione del pubblico ministero dell’epoca per il sospetto che si fosse fatto corrompere dal padre dell’imputato per “salvare” l’allora indagato Stasi manipolando certe prove, e solo in epoca assai recente questo magistrato è stato prosciolto da tale accusa gravissima e infamante.
L’ultima che mancava - per entrare negli annali giudiziari degli incubi - è deflagrata come una bomba pochi giorni fa, quasi non fosse bastato tutto il resto sino a questo punto. E cioè che una prova decisiva ai fini dell’assoluzione sarebbe stata occultata dal nucleo scientifico specializzato dei carabinieri (il RIS di Parma) nella prima fase delle investigazioni, nel modo che ora si dirà.
Verso la fine del settembre 2007 gli operatori del RIS esaminarono i pedali di una bicicletta di Stasi e ritennero di avervi trovato tracce di sangue con DNA appartenente alla ragazza uccisa. Ovviamente ne diedero immediata notizia al PM procedente dell’epoca, essendo evidente la importanza accusatoria di tale elemento: infatti non poteva esservi altra spiegazione alla presenza di sangue con DNA della vittima sui pedali della bicicletta di Strasi, se non supponendo che quest’ultimo avesse calpestato il pavimento della casa della ragazza quando esso era imbrattato di sangue e che poi avesse trascinato tracce di quel sangue sotto al suola delle sue scarpe fino a imbrattare microscopicamente anche i pedali della bicicletta sulla quale era poi salito per allontanarsi. Qualunque altra ipotesi alternativa era da ritenersi del tutto fantasiosa e quindi impossibile. Alla luce di questa notizia importantissima la pubblico ministero dell’indagine interrogò in modo durissimo Stasi con la certezza di avere in tasca la prova regina della sua colpevolezza e cercò di farlo cadere in contraddizioni e inverosimiglianze giustificatrici, nell’intento di farlo “crollare” psicologicamente fino alla confessione; cosa che comunque non avvenne perché Stasi insistette nel proclamarsi innocente. Al termine dell’interrogatorio drammatico la P.M. arrestò Stasi mediante un fermo di grave indiziato di reato.
L’importanza accusatoria del sangue e del DNA della ragazza uccisa sui pedali della bicicletta di Stasi è confermata nella seconda sentenza (quella di condanna) della Corte di assise di appello, dove si scrive testualmente che “sempre a proposito del DNA di Chiara rinvenuto sui pedali (...) si tratta di dato pacificamente acquisito e già considerato certo, ma non grave, dal giudice di primo grado (...) La Corte non concorda con tale giudizio di non gravità, etc.”.
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