Il 19 marzo 2014, lungo la strada che porta alla masseria di Ivan Rosa, si consuma un agguato che porta la firma inconfondibile della mafia garganica. Rosa, figura controversa e ritenuta vicina al clan Li Bergolis, viene assassinato con decine di colpi di fucile calibro 12. L’ordinanza del Gip di Bari ricostruisce un delitto che non è solo vendetta ma rappresenta un atto di disciplina interna, un’esecuzione mafiosa pensata per ristabilire gerarchie e punire chi “alzava la cresta”.
Secondo i collaboratori, Rosa era considerato un elemento “di disturbo” dal gruppo Romito‑Lombardi‑Ricucci. Andrea Quitadamo racconta che gli fu detto: “Dobbiamo andare a uccidere questo Ivan Rosa perché faceva le cose senza dare ordine”. Rosa era sospettato di estorsioni autonome, furti di trattori, intimidazioni, e soprattutto di essere vicino a Enzo Miucci, capo dei Li Bergolis. Un affronto insopportabile per Pasquale Ricucci, che temeva che Rosa potesse addirittura attentare alla sua vita.
Il commando si prepara all’alba. Una Fiat Sedici rubata, due fucili calibro 12 con canne mozzate, una pistola. Le armi erano state nascoste nei cespugli giorni prima, dopo un tentativo fallito di uccidere Rosa. Andrea Quitadamo viene reclutato all’ultimo momento: “Mi dissero che doveva venire la mattina presto La Torre Pietro e Ricucci Pasquale, che dovevo andare a fare un servizio”.
Il piano è semplice e feroce: un “palo” deve segnalare l’arrivo della vittima. Quando la telefonata arriva, il commando si posiziona lungo la strada sterrata che porta alla masseria. Rosa guida una Fiat Punto grigia. I killer lo incrociano frontalmente e aprono il fuoco: “Esplosero numerosi colpi di arma da fuoco diretti anche al volto”. Rosa tenta di fuggire, ma perde il controllo dell’auto. Pietro La Torre scende, si avvicina al finestrino e spara ancora, a distanza ravvicinata, colpendolo alla testa.
L’azione è tipicamente mafiosa: plateale, rumorosa, in pieno giorno. L’ordinanza sottolinea come il delitto fosse “volto a provocare allarme sociale e attribuire evidenza pubblica all’azione delittuosa”. Il messaggio era diretto a chiunque volesse sfidare la leadership del clan.
Dopo l’omicidio, il gruppo fugge attraverso i tratturi del Bosco Quarto, dove un altro sodale, Leonardo D’Ercole, attende per costruire un alibi. La fuga avviene su strade sterrate, note ai killer: “Una strada interna per le campagne, che puoi passare solo con i trattori”. La conoscenza del territorio è parte integrante del potere mafioso.
Il movente è confermato anche da intercettazioni ambientali: “Non è nemmeno un cagnanese… sono mattinatesi o montanari che abitano a Manfredonia”, dice un rumeno ad Antonio Rosa, fratello della vittima. Tutti gli indizi portano al gruppo Romito‑Lombardi‑Ricucci.
L’omicidio di Ivan Rosa è la fotografia di una mafia che non tollera deviazioni, che punisce chi non si allinea, che usa la violenza come strumento di governo. Un delitto che mostra la capacità del clan di colpire con precisione chirurgica, trasformando una strada di campagna in un teatro di guerra.
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