Disegnatore, saggista ed esperto di storia della caricatura, Francesco Granatiero ha costruito negli anni un percorso che unisce rigore filologico e invenzione visiva, muovendosi con naturalezza tra studio, divulgazione e pratica artistica. È riconosciuto come il principale studioso di Antonio Manganaro - grande disegnatore satirico dell’Ottocento -, al quale ha dedicato ricerche sistematiche e contributi pubblicati su riviste specialistiche. Dal 2014, collabora come esperto di storia della satira con il mensile internazionale Buduàr – Almanacco dell’arte leggera, dove ha firmato saggi dedicati non solo a Manganaro ma anche ad altri autori pugliesi quasi dimenticati dalla storiografia artistica, come Tommaso Bianco e Menotti Bianchi. Accanto all’attività di ricerca, ha sviluppato una produzione grafica che dialoga con la tradizione dell’ “umorismo disegnato” italiano, ma anche con la cultura letteraria e giornalistica del Novecento. Le sue vignette, le illustrazioni e le composizioni allegoriche sono state oggetto di recensioni, interviste e approfondimenti firmati da studiosi, bibliotecari, giornalisti e critici, a testimonianza di un lavoro che ha saputo intrecciare memoria culturale e sguardo contemporaneo. Negli ultimi anni, questa traiettoria si è aperta a una nuova frontiera: l’intelligenza artificiale generativa, che Granatiero ha trasformato in un ulteriore strumento di ricerca estetica e satirica, senza mai perdere il legame con la tradizione che lo ha formato. L’eclettico 55enne sipontino Francesco Granatiero sta vivendo nuove esperienze tra la tradizione della caricatura italiana e la grammatica visiva dell’intelligenza artificiale. La sua satira è, da sempre, un dispositivo critico che guarda il mondo e lo restituisce attraverso immagini. Da anni, la sua matita ha costruito figure allegoriche. Poi, all’improvviso, è arrivata l’intelligenza artificiale generativa e qualcosa si è trasformato. La svolta è stata immediata. “L’ho capito subito” dice a l’Attacco, ricordando il primo incontro con le piattaforme di generazione visiva. “Una curiosità, ma anche, in un certo qual modo, un’urgenza creativa”, spiega. È come se la sua ricerca - che da anni si muove tra storia della caricatura e sperimentazione grafica - avesse trovato un nuovo modo di interrogare le immagini. Il passaggio dalla matita al prompt, però, non è stato indolore. Granatiero lo descrive come una fase di adattamento complessa, quasi faticosa, dal momento che “ha comportato un notevole sforzo di energie unito alla perdita di parecchio tempo”.
L’idea che l’AI sia uno strumento rapido, immediato, quasi magico, si dissolve. Per lui, la generazione digitale non è un automatismo semplice e immediato, bensì un processo di costruzione realizzato attraverso tentativi e correzioni. Lo conferma quando parla dei tempi di realizzazione, perché “cambiano radicalmente. In alcuni casi, diventano (paradossalmente) più lunghi rispetto a quelli che occorrono solitamente per eseguire una illustrazione satirica. Bisogna apportare continue correzioni al prompt iniziale – chiarisce -. Un procedimento alquanto lungo e faticoso”.
Eppure, nonostante la complessità tecnica, qualcosa resta identico. E Granatiero lo rivendica con forza quando sottolinea che “resta identica l’impronta ironica, ma anche quella satirica, quella allegorica”. A suo avviso, quindi, esiste continuità perché la mano può cambiare lo strumento, però la visione resta. La satira non è un fatto che si basa sulla tecnica, “è una questione di personalità artistica. Ebbene, quella o c’è o non c’è. Dunque, le ‘creazioni’ di un artista vero continueranno ad essere riconoscibili e ad avere una propria identità”.
Questa identità emerge nelle sue opere digitali, vere e proprie sculture virtuali, costruite con una cura quasi artigianale. Una delle più emblematiche è la composizione dedicata a “Ricomincio da tre”, dove le tre figure caricaturali di Totò, Massimo Troisi e Eduardo De Filippo, collocate su un palcoscenico teatrale, sembrano incarnare un’idea di rinascita che è insieme cinematografica e personale. Granatiero non usa l’AI per imitare il reale, ma per costruire un teatro della memoria dove la cultura popolare e la satira si incontrano.
In un’altra creazione, Renzo Arbore in abiti estrosi posa accanto a un gallo che suona la chitarra, mentre un clarinetto si erge come un totem musicale. Sul piedistallo compare la frase “Chi magne gallucce e… chi gnotte velène!”, proverbio che diventa chiave di lettura dell’intera scena. Qui la satira è quasi antropologica: un modo per raccontare la cultura popolare attraverso la deformazione ironica.
Ancora più complessa è la composizione dedicata ad Argos Hippium, dove le figure caricaturali di Lino Campagna, Pio e Amedeo si dispongono attorno a una base monumentale. L’opera sembra un frammento di archeologia fantastica: un reperto che più che appartenere al passato richiama un futuro immaginato.
E poi c’è la serie dei “battaglieri”, sei figure in abiti storici, disposte in ordine di altezza, come una genealogia immaginaria della combattività. Il cartiglio recita: “Francesco Granatiero: un tipo alquanto… battagliero”. È un autoritratto ironico, infatti, laddove la satira può essere letta anche come battaglia, come gesto che non si arrende.
Da studioso della storia della satira, Granatiero osserva l’arrivo dell’AI come un passaggio epocale ma non traumatico. Immagina che i grandi Maestri della caricatura avrebbero reagito con la stessa curiosità che ha mosso lui. “Cercherebbero di fare esattamente quello che sto facendo io, ossia continuare a produrre arte, seppure con mezzi più moderni. L’arte si evolve continuamente – motiva lo storico e disegnatore - ed ha il compito di rispecchiare i cambiamenti della società, della tecnologia e del pensiero umano”.
La sua visione non teme la tecnologia e, anzi, la considera un’estensione del gesto artistico: un nuovo modo di interrogare il mondo. In questo scenario, la responsabilità dell’autore non scompare. Anzi, si sposta. Non è l’algoritmo a decidere, ma l’intenzione di chi lo guida. Il prompt diventa una sorta di sceneggiatura, un dispositivo che orienta la macchina e la costringe a seguire una direzione precisa. “Ciò comporta un certo impegno nella scrittura del prompt e, di conseguenza, una certa precisione”.
Il processo creativo è sorprendentemente ricco, perché non parte sempre da un’idea astratta. “Gli elementi iniziali possono essere tanti: una banale foto, una mia vignetta grafica, una immagine di base”. Da lì, si sviluppa un lavoro di costruzione che porta alle sue “sculture virtuali”: immagini che imitano l’effetto della ceramica smaltata e che si completano con un cartiglio, una frase arguta che sintetizza e ironizza sul personaggio rappresentato. È un modo nuovo di fare satira, che resta profondamente legato alla sua storia di disegnatore.
La perfezione dell’immagine digitale rischia di levigare la satira, di renderla meno corrosiva? Granatiero non lo esclude e ammette che “il rischio c’è”. Ma subito precisa che tutto dipende dall’autore: “L’opera prodotta con l’IA dovrebbe comunque rispecchiare la personalità artistica del suo autore”. La tecnologia, insomma, è un mezzo, e come tale può essere usato bene o male.
Chi conosce il tratto stilistico di Francesco Granatiero reagisce in modi diversi alle sue nuove immagini. “C’è chi le percepisce come una continuità – racconta a l’Attacco - e chi come un cambio di identità”. Eppure, nonostante tutto, la matita non è scomparsa. “Continuo (seppure con meno frequenza) anche a disegnare. Il primo amore non si scorda mai”, dice con un sorriso.“Il mio lavoro, ormai, si muove su un doppio binario”.
Le sue immagini - che nascano da una matita oppure da un algoritmo - mostrano che la satira non ha un luogo fisso: ha solo un autore che la abita e la attraversa. In quel passaggio, si riconosce la sua voce.
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