A Vieste lo chiamavano Giuseppe “La Natura”, e già nel soprannome c’era tutto. C’era il suo modo di stare al mondo, la sua passione per le piante, per il paesaggio, per le pietre, per ciò che veniva prima e per ciò che rischiava di sparire. C’era anche quella sua aria fuori dal tempo, un po’ severa, un po’ eccentrica, che a chi non lo conosceva poteva sembrare soltanto stravaganza e che invece, dietro, nascondeva studio, disciplina, ossessione per la precisione e una forma viscerale di amore per il territorio. Giuseppe Ruggieri non era laureato. Aveva iniziato studi di botanica a Roma, poi interrotti dopo la morte del padre, quando la famiglia tornò a Vieste. Eppure, nel ricordo di chi lo ha frequentato, era uno di quegli uomini ai quali non serviva un titolo per essere riconosciuti come intellettuali. “Era una specie di enciclopedia del Gargano”, racconta a l’Attacco Raffaele Gentile, artigiano e titolare di “Lithos”, che lo conobbe attraverso il padre Carlo, suo amico stretto. “Parlava di cose che sapeva. Quando diceva una cosa, sapevi che dietro c’erano letture, osservazioni e verifiche. Non parlava mai per sentito dire” - ricorda. Il suo campo naturale era la botanica, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Ruggieri conosceva specie, habitat, luoghi di crescita, stagioni. Sapeva dove trovare piante ormai rare, quali resistevano soltanto sul Gargano, come mutavano con il clima e con l’altitudine. Per arrivarci camminava e camminava, per chilometri, spesso da solo, dentro la Foresta Umbra, lungo i costoni, nelle aree interne, nei valloni, in luoghi dove oggi si arriva in macchina e dove allora si arrivava consumando suole. Poteva stare due o tre ore immobile, in inverno, con una macchina fotografica presa in prestito, aspettando la luce giusta per fotografare un fiore. Una diapositiva soltanto, magari, ma fatta come voleva lui. “Oggi viviamo in un mondo che corre”, osserva Gentile. “Giuseppe era l’opposto, aveva una pazienza quasi incomprensibile. Per fotografare una pianta poteva restare fermo per ore. Era fuori dal mondo, ma nel senso più alto del termine”.
A quella passione per la natura si aggiungevano l’archeologia, la storia, il paesaggio, l’architettura antica del centro storico. Fu ispettore onorario per i beni archeologici e paesaggistici e in quella veste segnalò, seguì, protesse e in qualche caso letteralmente salvò numerosi ritrovamenti. Un aneddoto che più di ogni altro racconta chi fosse riguarda gli scavi alla “Olmo”, quando durante i lavori emersero resti di una villa romana e anche una mano in bronzo, oggi conservata nel museo. La pala meccanica continuava a lavorare, la Soprintendenza tardava ad arrivare e Ruggieri, temendo che i reperti venissero distrutti, fece una cosa che lasciò di stucco i presenti: si buttò dentro la benna. “Salì dentro e disse all’operatore: Adesso vediamo se continui!”, ricorda Gentile. “Era una cosa pericolosissima, ma quello era Giuseppe. Se pensava che ci fosse qualcosa da salvare, non arretrava”. Lo stesso spirito lo accompagnò nella scoperta della miniera di selce della Defensola, individuata insieme ad Antonio Cirillo e Franco Matassa quando, passando in quella zona, notarono uno scavo abusivo che aveva intercettato l’ingresso di una grotta. Da quella segnalazione nacquero gli studi portati avanti dall’Università di Siena e da Attilio Galiberti su uno dei siti preistorici più importanti d’Europa.
Eppure “La Natura” non era un tipo da celebrazioni. Poteva trovarsi alla presentazione di un libro dedicato a una scoperta cui aveva contribuito e, nello stesso momento, alzarsi per contestare una discarica che riteneva incompatibile con il territorio. Per lui non aveva senso parlare di cultura se poi quella stessa cultura non serviva a difendere i luoghi. “Era esuberante, a volte poteva apparire fuori dalle righe”, ammette Gentile, “Ma era perché veniva letteralmente animato da questa idea di bellezza e tutela. Non era polemica per il gusto di farla”. Fu ambientalista prima che l’ambientalismo diventasse parola di moda. Militò nel WWF, organizzò incontri, studiò il Gargano, intervenne contro progetti che riteneva dannosi. Non lavorava stabilmente e viveva con poco, sostenuto dalla pensione della madre. Questo, paradossalmente, gli andava bene, in quanto gli consentiva di restare totalmente libero. Non cercava incarichi, denaro o riconoscimenti. Secondo chi lo ha conosciuto, rinunciò anche a compensi che avrebbe potuto ottenere per alcune scoperte. “Molti pensavano lavorasse per il Comune perché lo vedevano sempre negli uffici”, racconta Gentile. “Invece non prendeva nulla. Faceva tutto per passione, in modo completamente disinteressato”.
Aveva rapporti con studiosi, artisti, artigiani, amministratori. Fu vicino a Carlo Nobile, con il quale condivideva una visione alta del territorio, e frequentò il laboratorio di Lithos, dove discuteva con Carlo Gentile di pietra, portali, facciate, recuperi e centro storico. Interveniva anche nelle ristrutturazioni, consigliando di non scoprire pietre dove non andavano scoperte, di rispettare intonaci, proporzioni e forme originarie.
Ma la lezione più forte di Giuseppe “La Natura” è che la conoscenza, se non è libera, è solo ornamento.
Il tratto forse più doloroso della sua storia è ciò che non ha lasciato. Giuseppe Ruggieri leggeva, studiava, ma scriveva poco e spesso distruggeva anche gli appunti. Se tracciava un disegno su un foglio, poteva strapparlo in pezzi minuscoli o gettarlo nel fuoco. Come se la conoscenza dovesse restare viva solo nella parola, nel passaggio diretto da una persona all’altra. Quando morì, se ne andarono con lui decenni di memoria orale, riferimenti archeologici, racconti familiari, notizie apprese dagli anziani, nomi di luoghi, tracce, pensieri, intuizioni. “È il rammarico più grande”, dice Gentile. “Ha lasciato tantissimo nelle persone, ma quasi niente sulla carta”.È il paradosso di Giuseppe “La Natura”. Un uomo che si spese per salvare reperti, piante, paesaggi e memoria, ma che non volle salvare quasi nulla di sé. Rimase nelle amicizie, negli insegnamenti, nei gesti e negli aneddoti. Rimase nella miniera della Defensola, nei ritrovamenti archeologici fermati in tempo, nei fiori fotografati dopo ore di attesa, nei portali del centro storico, nelle persone alle quali insegnò a non fidarsi delle versioni comode e a tornare sempre alla fonte. Vieste, forse, non ha ancora finito di capire quanto abbia perso con lui.
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