A caccia della prova contro Meloni, Pellegrini (M5S) rilancia fake news: rimedia (lui) una “figuraccia”

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C’è un comitato parlamentare che vigila sulla sicurezza della Repubblica. Si occupa di intelligence, minacce ibride e campagne di disinformazione: quelle operazioni che colpiscono il modo stesso in cui i cittadini si formano un’opinione. Si chiama Copasir. Tra i suoi componenti siede un deputato foggiano del Movimento 5 Stelle, Marco Pellegrini. Qualche giorno fa è stato lui, in prima persona, a cadere nel tipo esatto di trappola da cui quel comitato dovrebbe difendere il Paese. Il parlamentare pentastellato di lungo corso ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un selfie che ritrae Giorgia Meloni accanto a Donald Trump, presentandolo come la prova di un’umiliazione subita dall’Italia: la premier che “supplica” il presidente americano per una fotografia. “La foto supplicata”, ha scritto il deputato, accompagnando l’immagine con una raffica di aggettivi — “Inadatta, inadeguata, ridicola, servile”. Quella fotografia non esiste. È un fotomontaggio costruito con l’intelligenza artificiale. Un dettaglio dell’immagine mostra ben visibile, sopra la spalla di Trump, la firma “Andy Respiggi”: il nome del profilo social satirico che ha creato e diffuso l’immagine, noto per produrre fotomontaggi e immagini generate con l’IA. L’autrice non si nasconde. Sul proprio account ha messo le cose in chiaro, dichiarando che le sembrava perfino assurdo dover specificare che quel selfie era ovviamente generato dall’intelligenza artificiale, come altri presenti nella sua pagina. Chi l’aveva realizzata l’aveva firmata come falsa. È Pellegrini ad averla raccolta e rilanciata come se fosse vera. Le parole di Trump che il deputato allega — “Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena” — sono invece reali. È questo il cortocircuito: a una dichiarazione autentica e già di per sé sprezzante, Pellegrini ha abbinato una “prova” fotografica inventata di sana pianta. Sotto il post, nei commenti, decine di utenti hanno reagito senza porsi il problema dell’autenticità, prendendo per buona un’immagine mai esistita. A distanza di un giorno, mentre scriviamo, il post è ancora online. Senza alcuna rettifica.

Che cos’è un deepfake
Il termine nasce dall’unione di “deep learning” — una tecnica di apprendimento automatico — e “fake”. Indica un contenuto, che sia un video, un audio o un’immagine, generato o manipolato dall’intelligenza artificiale in modo da sembrare autentico. L’algoritmo analizza grandi quantità di materiale reale, come il volto di una persona, la sua voce, i suoi movimenti e impara a replicarli. Fino a pochi anni fa serviva hardware costoso e competenze specialistiche; oggi bastano applicazioni gratuite e qualche minuto. La barriera tecnologica si è abbassata: ciò che un tempo era riservato ai servizi segreti o alle grandi produzioni cinematografiche è ora alla portata di chiunque abbia uno smartphone. È proprio questa accessibilità a rendere il caso Pellegrini significativo ben oltre i confini di Foggia. Non serviva un laboratorio per ingannare un deputato della Repubblica: è bastata un’immagine fabbricata da un profilo satirico, presa per autentica e diffusa da chi avrebbe gli strumenti istituzionali — e il dovere — di riconoscerla.

L’impegno che molti partiti, incluso il M5S, avevano firmato
Per capire perché la vicenda vada oltre la gaffe, conviene fare un passo indietro di qualche mese. Nell’autunno del 2025 il deepfake politico era esploso in Italia, e da entrambe le parti. Lo scorso ottobre un consigliere comunale di Fratelli d’Italia capogruppo in un comune veneto — Matteo Baldan — aveva diffuso un video generato con l’IA in cui l’eurodeputata di AVS Ilaria Salis pronunciava frasi mai dette sulla strage dei carabinieri di Castel d’Azzano, salvo poi cancellarlo. Negli stessi giorni a finire vittima di un falso analogo era stato Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione proprio di Fratelli d’Italia, a cui l’intelligenza artificiale aveva fatto dire parole mai dette sull’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. Vittima e bersaglio, destra e sinistra: già allora il fenomeno non aveva colore. Commentando il proprio caso, Salis aveva affermato: “anche persone in buona fede possono cadere nel tranello”. Come risposta, il 18 dicembre 2025, alla Camera dei deputati, tutte le principali forze parlamentari italiane — con la sola eccezione della Lega di Matteo Salvini — hanno sottoscritto un impegno pubblico, promosso dalle testate di fact-checking Pagella Politica e Facta, sull’uso dell’intelligenza artificiale nella propaganda politica. Tra i firmatari c’era il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. L’impegno si articola in tre punti. Il primo: non creare né diffondere deepfake dei propri avversari. Il secondo — ed è quello che pesa per l’onorevole Pellegrini — prevede che, se un deepfake viene diffuso credendolo vero, si debba rendere pubblico l’errore, senza limitarsi a rimuoverlo. Il terzo: informare e sensibilizzare i propri sostenitori sul tema. Questo caso è il banco di prova di quel secondo punto, ed è qui che si chiude il cerchio: un deputato del partito che a dicembre ha firmato un patto nato proprio per arginare episodi come quelli di ottobre ha diffuso, sei mesi dopo, un’immagine falsa credendola autentica. Lo scenario è esattamente quello previsto. La regola che il suo stesso Movimento si è dato non chiede l’infallibilità — chiede la rettifica. A oggi, quella rettifica non c’è.

Le reazioni e la norma
Fratelli d’Italia è passata all’attacco, sia a livello nazionale che a livello locale. I capigruppo Lucio Malan e Galeazzo Bignami hanno chiesto le dimissioni di Pellegrini dal Copasir e l’intervento della magistratura, parlando di condotta di “grave disinformazione” e arrivando a evocare una “guerra ibrida” a vantaggio di Russia e Cina. Toni che restano accuse politiche di parte, non fatti accertati, e come tali vanno letti.

A Foggia, Daria Cascarano, coordinatrice cittadina di Fratelli d’Italia e responsabile provinciale del Dipartimento Legalità e Sicurezza del partito, ha definito Pellegrini “inadeguato” a ricoprire un ruolo delicato come il Copasir e ne ha chiesto le dimissioni. In vista della visita della presidente del Consiglio a Foggia il 24 giugno, in occasione del 252° anniversario della Guardia di Finanza, ha aggiunto che il deputato dovrebbe scusarsi pubblicamente o, in mancanza, “non presentarsi sul palco delle Autorità”. 

Sul piano giuridico, il riferimento è all’articolo 612-quater del Codice penale, introdotto con la legge sull’intelligenza artificiale dell’ottobre 2025, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza consenso immagini o voci falsificate con l’IA idonee a ingannare sulla loro genuinità. L’efficacia di questo strumento è discussa: l’accertamento di un reato richiede tempi lunghi, incompatibili con la velocità con cui un contenuto falso si propaga e produce i suoi effetti. In Parlamento sono presenti più proposte di legge, dedicate ai deepfake: una del PD specificamente sulla propaganda elettorale, una di Alleanza Verdi e Sinistra che punisce i contenuti IA creati per diffamare, una di Noi Moderati a prima firma Mara Carfagna che chiederebbe l’obbligo di “bollinare” come tale ogni deepfake. 

Pellegrini, da parte sua, finora ha scelto il silenzio: nessuna replica alle accuse, nessuna scusa, nessuna rimozione. Il post resta dov’è.

Il punto, alla fine, non è il fotomontaggio. Quello era stato addirittura firmato dalla sua autrice. Il punto è che un componente del Copasir lo ha ritenuto autentico e lo ha rilanciato come prova politica. È questo il dato che resta. 
(Luca De Marco - l’Attacco)

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