Progetti SAI, Rizzi (Arci): “Settore altamente specialistico, serve una vera missione sociale per farlo”

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Il caso di Monteleone di Puglia ha acceso i riflettori sul funzionamento del Sistema di Accoglienza e Integrazione, portando all'attenzione dell'opinione pubblica il tema del pocket money destinato ai beneficiari e, più in generale, il complesso meccanismo che regola uno dei principali strumenti di accoglienza finanziati dal Ministero dell'Interno. Da quella vicenda, raccontata nei giorni scorsi da l'Attacco, è nata l'esigenza di approfondire una materia spesso conosciuta solo in parte e che, invece, coinvolge numerosi Comuni della provincia, enti del Terzo settore, decine di operatori specializzati e finanziamenti pubblici di importo significativo. L'approfondimento pubblicato ieri ha ricostruito la rete dei progetti SAI presenti in Capitanata, il loro funzionamento, il peso economico degli affidamenti e il ruolo dei principali soggetti gestori, ponendo una serie di interrogativi sul sistema. Come vengono assegnati gli affidamenti? Quali criteri vengono adottati nelle procedure pubbliche? In che modo vengono utilizzate le risorse finanziate dal Ministero? E, soprattutto, i percorsi di accoglienza riescono davvero a raggiungere l'obiettivo finale previsto dalla normativa, cioè accompagnare le persone verso una reale autonomia sociale, lavorativa e abitativa? Per dare una risposta a queste domande l'Attacco ha scelto di confrontarsi direttamente con uno dei protagonisti del settore. Domenico Rizzi, presidente del Comitato Provinciale ARCI di Foggia, l'ente che gestisce il progetto SAI del capoluogo, ha illustrato il funzionamento del sistema dal punto di vista operativo, spiegando come vengono organizzati i servizi, quali sono gli obblighi previsti dai progetti ministeriali, come vengono impiegate le risorse pubbliche e quali risultati siano stati raggiunti negli anni sul fronte dell'integrazione. Ne emerge il quadro di una realtà articolata e altamente specializzata, nella quale l'accoglienza non si esaurisce nell'ospitalità o nell'erogazione del pocket money, ma comprende un percorso fatto di insegnamento della lingua italiana, orientamento al lavoro, assistenza sanitaria, supporto legale, accompagnamento sociale e ricerca dell'autonomia. Un sistema che, proprio per la sua complessità, richiede competenze specifiche, personale qualificato e un'organizzazione in grado di rispondere agli standard fissati dal Ministero dell'Interno. L'intervista che segue rappresenta quindi l'altra faccia dell'inchiesta. Dopo aver ricostruito numeri, affidamenti e funzionamento della rete SAI in provincia di Foggia, la parola passa a chi ogni giorno è chiamato a gestire uno dei progetti più importanti della Capitanata, per offrire ai lettori un quadro il più possibile completo e consentire loro di conoscere dall'interno il funzionamento di un sistema spesso al centro del dibattito pubblico ma raramente raccontato attraverso la voce di chi lo amministra.

Da quanto tempo gestite i progetti di accoglienza e integrazione a Foggia?

Dal 2004, dai tempi dell'amministrazione del Sindaco Paolo Agostinacchio. Da allora abbiamo sempre partecipato alle gare pubbliche per l'affidamento del servizio e, in tutte le procedure, siamo risultati gli unici partecipanti. Naturalmente abbiamo sempre dimostrato di possedere tutti i requisiti richiesti dalla normativa.

Come si spiega il fatto che, anche in altri Comuni, spesso partecipi un solo operatore?

Fino a una decina di anni fa il settore dell'accoglienza era preso d'assalto da numerosi enti del Terzo settore. Poi quella fase si è progressivamente esaurita. Nel frattempo i controlli ministeriali sono diventati molto più rigorosi e oggi gestire un progetto SAI richiede un'elevata specializzazione tecnica. Parliamo di servizi complessi, con responsabilità importanti e risorse pubbliche significative. È avvenuta una selezione naturale. Chi ha maturato competenze specifiche è rimasto e si è specializzato sempre di più, mentre altri hanno preferito uscire dal settore. In Capitanata, come avete ricostruito, i progetti sono gestiti da ARCI, Medtraining, Mondo Nuovo e pochi altri soggetti che hanno consolidato negli anni la propria esperienza. In passato arrivavano anche realtà provenienti da altre regioni, ma con il tempo hanno lasciato il territorio.

Quindi non è un settore caratterizzato da una forte competizione tra enti gestori?

No. Non c'è mai stata una guerra tra di noi. Al contrario, spesso collaboriamo. La Giornata Mondiale del Rifugiato, ad esempio, viene organizzata da anni insieme proprio per valorizzare il lavoro di tutti. Va ricordato, però, che gli enti titolari dei progetti sono i Comuni. Noi siamo enti attuatori. Partecipiamo alle gare, realizziamo il progetto e lo gestiamo, ma molto dipende dall'indirizzo delle amministrazioni locali. Se un Comune crede nel progetto, tutto il sistema funziona meglio.

Quante persone coinvolge oggi il progetto del Comune di Foggia?

Attualmente accogliamo 59 beneficiari. La maggior parte proviene dall'Ucraina, ma ci sono anche cittadini palestinesi, turchi e pakistani, persone che fuggono da guerre o persecuzioni. Sul fronte organizzativo lavorano stabilmente tra dodici e tredici professionisti tra avvocati, assistenti sociali, mediatori culturali ed educatori. Considerando anche le collaborazioni esterne, come quella dell'insegnante di italiano, arriviamo a circa quindici operatori.

Come viene misurata l'efficacia del progetto?

Esiste un sistema di controlli molto rigoroso. Il Ministero dell'Interno monitora costantemente l'attività, effettua ispezioni e verifica sia la gestione economica sia la qualità dei servizi. A questo si aggiungono i controlli dei servizi sociali comunali e quelli del revisore dei conti. Ogni tre mesi viene effettuato un monitoraggio articolato su più livelli. Da una parte vengono verificati i flussi finanziari e la corretta rendicontazione delle spese, tutte tracciate attraverso il sistema bancario. Dall'altra vengono valutati i servizi erogati, come scuola, sanità, formazione e percorsi di integrazione, per capire quali obiettivi siano stati raggiunti e dove, eventualmente, emergano criticità.

Quanti beneficiari sono riusciti, negli anni, a diventare autonomi?

Dal 2004 abbiamo accolto circa seicento persone. Oggi la situazione è profondamente cambiata rispetto ai primi anni. In passato molti, concluso il percorso, lasciavano il territorio. Adesso la maggioranza resta in provincia di Foggia. Aprono attività, trovano un lavoro, acquistano una casa. Stimiamo che tra il 60 e il 70 per cento rimanga qui, mentre solo il 10-15 per cento sceglie di trasferirsi al Nord o all'estero. Ci sono storie che testimoniano questo percorso. La famiglia iraniana che ha aperto un ristorante a Foggia è uno degli esempi più noti, ma ci sono anche persone che oggi lavorano nella ristorazione, nell'industria o in altre attività del territorio. Naturalmente non tutti i percorsi si concludono con successo, ma il SAI offre un'opportunità concreta di integrazione, evitando che le persone finiscano nell'emarginazione, nella criminalità o nelle reti del caporalato.

Nel caso di Monteleone di Puglia alcuni beneficiari hanno denunciato ritardi nell'erogazione del pocket money e del vestiario. Cosa può essere accaduto?

Il Ministero trasferisce le risorse agli enti titolari in tre tranche annuali. Successivamente sono i Comuni a liquidare le somme agli enti attuatori, che provvedono a garantire tutti i servizi previsti dal progetto, compreso il pocket money. Possono verificarsi difficoltà quando gli enti locali ritardano i pagamenti verso cooperative e associazioni. Credo che a Monteleone possa essersi verificata una situazione di questo tipo.

Può dipendere anche da una scelta politica?

Non conosco nel dettaglio il caso di Monteleone e quindi non posso esprimermi. Posso dire, però, che quando il Comune ritarda i pagamenti l'ente attuatore entra inevitabilmente in difficoltà. A volte può accadere anche che sia il Ministero a ritardare l'accredito delle risorse. Nei piccoli Comuni basta persino l'assenza temporanea di un dirigente per rallentare l'intera procedura. Non dovrebbe accadere, perché si tratta di fondi pubblici destinati ai progetti e che devono transitare rapidamente verso gli enti attuatori, i quali sono tenuti a rendicontare ogni singola spesa.

Nel complesso, secondo lei, il sistema SAI funziona?

A mio avviso sì. Il modello italiano è considerato uno dei più avanzati in Europa. Produce integrazione ma anche economia per i territori. Ci sono appartamenti affittati, professionisti impiegati stabilmente, attività commerciali coinvolte. I beneficiari vivono nelle città, fanno acquisti, lavorano e contribuiscono all'economia locale. Soprattutto vengono accompagnati in un percorso che li aiuta a conoscere le regole del nostro Paese e li mette al riparo dal rischio di finire vittime dello sfruttamento o di altre situazioni di vulnerabilità. Tutto questo avviene all'interno di un sistema sottoposto a controlli ministeriali molto severi.

Per un nuovo operatore è semplice entrare oggi nel circuito del SAI?

No. Se alle spalle non c'è una struttura solida e specializzata è molto difficile. Non parliamo di un'attività a scopo di lucro, ma di un servizio che richiede personale qualificato, presenza costante e una forte capacità organizzativa. Spesso gli operatori lavorano ben oltre quanto previsto dal contratto per gestire emergenze e situazioni impreviste. Serve una vera missione sociale. Ma serve anche che il Comune creda nel progetto. Se manca la convinzione dell'amministrazione locale, il sistema non può funzionare. Quando invece l'ente pubblico e quello attuatore lavorano nella stessa direzione, si riesce a offrire alle persone un percorso di protezione e integrazione reale. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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