“Ho aspettato prima di scrivere queste parole perché, in questi giorni, ho avuto bisogno di capire cosa stessi provando davvero. Ho passato notti insonni. Ho pianto. E non mi vergogno a dirlo - le parole affidate alla pagina social della Mondadori Bookstore di corso Roma, a Foggia, dal libraio che era stato investito da polemiche nei giorni scorsi -. Ho pianto perché questa libreria non è semplicemente un negozio. È il frutto di anni di lavoro, di passione, di sacrifici, di giornate intere passate dietro un bancone, di preoccupazioni, di debiti contratti per tenerla aperta, di rate e impegni economici affrontati ogni mese. È il sudore della mia fronte e una parte enorme della mia vita. Vedere tutto questo improvvisamente associato a parole come “razzismo”, “fascismo”, discriminazione, leggere persone che non mi hanno mai incontrato descrivermi come qualcosa che non appartiene né alla mia educazione né alla mia natura, mi ha fatto male più di quanto riesca a spiegare”.

Se c’è un altro mondo che racconta bene la progressiva disconnessione sentimentale tra Episcopo e quei pezzi di società civile che avevano accompagnato la sua ascesa a Palazzo di Città, è quello della cultura. Anche qui la parabola parte dalle aspettative e dalla disponibilità al dialogo e arriva, nel giro di pochi mesi, alla contestazione pubblica. Una storia che ha avuto il suo episodio più simbolico nella vicenda di Vladimir Luxuria e della direzione artistica del Teatro Giordano. Nell’aprile 2024, al termine dello spettacolo "Princesa", fu la stessa sindaca a proporre a Luxuria la guida artistica del teatro. Una scelta presentata come il segnale di un’apertura e di una nuova stagione culturale. Luxuria, che aveva sostenuto la candidatura di Episcopo, accolse con entusiasmo la proposta. Ma quella nomina non si concretizzò e, nel frattempo, provocò la reazione di una parte del mondo teatrale cittadino. Cosimo Severo, della Bottega degli Apocrifi, contestò apertamente l’ipotesi, chiedendo quale fosse il criterio della scelta e sottolineando la scarsa attinenza di Luxuria con la direzione teatrale. Due anni dopo, nel pieno della crisi politica che ha investito l’amministrazione, è stata la stessa Luxuria a raccontare la propria delusione, ricordando quella proposta e descrivendo il successivo rapporto con la sindaca come quello tra "un’alunna e la preside". Ma la distanza non riguarda soltanto una vicenda personale. Già nel 2024 la Filiera Culturale della città aveva parlato di "annunci disattesi e aspettative deluse", contestando insieme all’assessora Alice Amatore una gestione giudicata poco partecipata e priva di una programmazione condivisa. Nei mesi successivi le critiche si sono moltiplicate, dal cartellone natalizio alle modalità di coinvolgimento degli operatori, fino alla gestione del Teatro Giordano e alla vicenda dell’evento dedicato allo schermidore Luigi Samele. Le associazioni e gli operatori chiedevano di essere considerati coprotagonisti del cambiamento promesso nel 2023. La risposta, secondo loro, è stata invece una progressiva marginalizzazione. Ed è forse questo il dato politicamente più significativo. Anche il mondo culturale, che aveva creduto nella promessa di "Tutta un’altra storia", è passato dalla richiesta di partecipazione alla critica. Una distanza che appare ormai difficile da liquidare come una semplice incomprensione tra amministrazione e categoria.

Non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione", scrive Antonio Gramsci nei suoi Quaderni. "In assenza di tale nesso – prosegue il filosofo marxista – i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporti di ordine puramente burocratico, formale. Gli intellettuali – dice Gramsci – diventano una casta o un sacerdozio. Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, è dato da un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere, solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra dirigenti e diretti, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è forza sociale, si crea il blocco storico". Sarà pure un po’ velleitario rifarsi al padre nobile della sinistra italiana per ragionare di un piccolo contesto urbano, ma le acute riflessioni del teorico rivoluzionario aiutano a rappresentare bene ciò di cui si va a trattare. E cioè lo scollamento, costante e profondo, che dalla sua elezione, datata ottobre 2023, in poi si è andato configurando tra la giunta comunale guidata dalla sindaca Maria Aida Episcopo e il popolo foggiano, inteso in tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Dal mondo della cultura, dove è rimasto agganciato alla prima cittadina solo chi gode di considerevoli e continui incentivi finanziari, a quello di chi si batte per la tutela ambientale e animale, con le associazioni d’area che per prime avevano sostenuto l’ascesa a Palazzo di Città del nuovo corso politico diventate, un po’ alla volta, tra le più feroci contestatrici dell’attuale assetto. Fino agli ambienti storicamente legati al centrosinistra foggiano, come quello delle costruzioni, in passato definito il partito del mattone, degli industriali locali, delle società controllate dal Comune di Foggia, del settore delle libere professioni e della rappresentanza sindacale. Passando per le intellettualità cittadine e accademiche. Insomma, un moto di disconnessione sentimentale, appunto, che ha preso forma a causa della crescente delusione di quei pezzi di società civile fiduciosi in una rottura con le ombre e le incrostazioni del recente passato – "Tutta un’altra storia" era il claim di Episcopo e dei suoi in campagna elettorale – e che invece hanno visto il laboratorio politico del campo largo, come ebbero a definirlo i vertici progressisti nazionali all’epoca, infrangersi come il battito continuo delle onde di Robert Michels contro lo scoglio dell’inguaribile sete di dominio dei vecchi.



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