Il MoVI Manfredonia per cambiare il modo in cui la città si può prendere cura di sé: “Insieme è possibile”

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A Manfredonia è nata una rete che vuole cambiare il modo in cui una città si prende cura di sé stessa. La presentazione ufficiale del MoVI Manfredonia - celebrata nella sala delle Vetrate di Palazzo San Domenico – ha infatti visto la partecipazione di tante associazioni che stanno provando ad immaginare un nuovo modo di stare insieme. Monica Mantovano - presidente del neonato MoVI Manfredonia - ha voluto ricordare che le associazioni restano mentre le Amministrazioni comunali cambiano e, proprio per questo motivo, il volontariato deve lasciare segni. Ha parlato delle situazioni di sofferenza che incontra ogni giorno, di quelle realtà “che veramente ci lasciano perplesse”, e ha spiegato perché ha scelto di mettersi in gioco: “Mi sento una persona che ha necessità di dare il maggiore supporto possibile a quelle persone che soffrono”. Mantovano ha poi annunciato i primi due obiettivi della rete: un intervento su alcune situazioni critiche legate a Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo e un impegno sul centro Cesarano, tema molto sentito in città. “Non so se avremo la capacità di farlo, però noi ci dobbiamo provare”, il suo pensiero. Prima di accomiatarsi, ha ribadito che il MoVI Manfredonia conta già su 30 associazioni e sarà un luogo di trasparenza, di autenticità, di impegno reale. “Noi ci mettiamo le nostre facce senza altri scopi o obiettivi”. A sostenere la nascita della rete sipontina è stato anche Lelio Pagliara - presidente del MoVI Foggia - che ha ricordato il percorso condiviso, fatto di incontri, ascolto, costruzione dal basso. “Abbiamo cercato di mettere in rete le associazioni che già lavoravano sul territorio”, ha detto, spiegando che la rete regionale è nata proprio grazie all’ingresso di Manfredonia. Ha parlato di welfare generativo, di coprogettazione, e di un terzo settore che deve smettere di limitarsi a “fare servizi” e deve invece contribuire a ridisegnare il sistema. “Vorrei vivere a Roma, in realtà ci sto molto poco. Vivo praticamente in Basilicata dove ho due genitori ultra novantenni che mi tengono impegnati molte ore della mia giornata”, ha esordito il presidente nazionale Gianluca Cantisani. Una frase che ha fatto sorridere la sala, ma che ha introdotto il tema centrale del suo intervento: il volontariato come intreccio di vite reali, di fatiche quotidiane e di responsabilità che non si scelgono ma si abitano.

Cantisani ha parlato della rete come di un organismo vivo che, per quanto complesso, risulta necessario. A suo avviso, mettersi insieme non è un gesto spontaneo o un automatismo, ma un lavoro che richiede metodo, ascolto e capacità di riconoscere il valore dell’altro.  “Insieme è possibile fare delle cose che da soli non si fanno”, però ha anche chiarito che la collaborazione non è una somma aritmetica di presenze. Piuttosto è un intreccio di competenze e capacità spesso nascoste. 

La rete, però, non è solo un insieme di competenze. È anche un luogo di confronto, talvolta di attrito, sempre di crescita. “Non possiamo essere tutti simpatici perché lo decidiamo ideologicamente. Dobbiamo trovare un equilibrio nello stare insieme che si appoggi non tanto alla simpatia, ma al fatto che insieme facciamo cose importanti per la società”. È qui che Cantisani ha portato il discorso sul piano costituzionale, sottolineando che il volontariato non è un’attività accessoria ma un pezzo della responsabilità collettiva che la Costituzione assegna a tutti. “Nessuno può dire ‘tanto lo fa il Comune’, perché nella Costituzione non sta scritto questo. Sta scritto che tutti siamo responsabili del bene del Paese”. E ha citato l’articolo 118, quello che riconosce ai cittadini la possibilità – e talvolta il dovere – di intervenire anche al posto delle istituzioni quando queste non arrivano.

“Credo che in ognuna delle vostre associazioni ci sia almeno un diritto che viene difeso” ha ripreso introducendo il tema dell’advocacy. Ma ha aggiunto una frase che ha fatto riflettere molti: “L’obiettivo delle associazioni di volontariato è scomparire”. Non perché il volontariato non serva, ma perché i problemi che affronta dovrebbero essere risolti. 

“Se dopo trent’anni cucino per le stesse persone, vuol dire che qualcosa non sta funzionando nella società”. E ha introdotto una metafora potente, quella della talpa e della giraffa. “La talpa è quella che ogni mattina si muove e fa cose. La giraffa è quella che guarda lontano. Se il mio essere talpa serve solo a rimandare la soluzione, fermiamoci. Se invece serve a dare l’esempio perché le cose vengano risolte, allora ci siamo”.

“Avete una grande opportunità: un’Amministrazione comunale che ascolta. Non è sempre così altrove”, ha concluso Cantisani invitando, però, a non trasformare l’ascolto in una delega passiva. “Usatelo in maniera intelligente. Non andando a chiedere qualcosa al Comune, ma andando a risolvere le cose insieme e progettando, sempre insieme, le soluzioni”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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