Foggia, la serie C è solo un punto di (ri)partenza. Ma adesso serve un patto permanente col territorio

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Il randez-vous di lunedì sera tra il Foggia Calcio e l’imprenditoria locale potrà essere ricordato come l’inizio di una nuova stagione, oppure come l’ennesimo confronto destinato a lasciare poche tracce. La differenza non la faranno le buone intenzioni, ma ciò che accadrà nei prossimi mesi. Il Foggia ha bisogno di costruire un rapporto stabile con il proprio tessuto economico. Un club con una storia così importante non può vivere nell’incertezza, inseguendo ogni anno soluzioni d’emergenza. Allo stesso tempo, gli imprenditori hanno il diritto di pretendere serietà, trasparenza e una visione chiara prima di investire risorse e legare il proprio nome ai colori rossoneri. La sfida, quindi, è trasformare un incontro in un patto. Un patto che coinvolga non soltanto poche aziende di riferimento, ma l’intero sistema produttivo della Capitanata: grandi imprese, PMI, professionisti e realtà associative. Più ampia sarà la partecipazione, minore sarà il rischio che il destino del club dipenda dalla volontà o dalle difficoltà di un singolo soggetto.

Le perplessità che emergono in alcuni ambienti imprenditoriali non vanno liquidate come scetticismo preconcetto. Sono il frutto di esperienze passate, di promesse rimaste incompiute e di una fiducia che, negli anni, si è inevitabilmente logorata. Per questo non saranno le parole a convincere i più prudenti, ma i fatti: conti in ordine, programmi credibili, una governance solida e una comunicazione costante. Il Foggia Calcio, però, non può chiedere soltanto sostegno economico. Deve proporsi come un valore aggiunto per il territorio, un veicolo di promozione, identità e sviluppo. Solo così un investimento potrà essere percepito non come una semplice sponsorizzazione, ma come una scelta strategica capace di generare benefici reciproci. Lunedì sera potrebbe essere stato il primo passo. Ma il calcio foggiano ha già conosciuto tanti “primi passi” rimasti senza seguito. Questa volta la vera sfida è dimostrare che esiste un progetto capace di guardare oltre l’emergenza, di unire interessi diversi e di ricostruire quel rapporto di fiducia senza il quale nessuna partnership potrà mai essere davvero duratura. Perché il futuro del Foggia non si costruisce in una sera. Si costruisce giorno dopo giorno, con credibilità, condivisione e responsabilità.

La riammissione in Serie C è il punto di partenza. Una tappa fondamentale, certo, ma guai a pensare che basti una firma della Figc per archiviare i problemi del Foggia. La vera partita si gioca altrove, sul terreno ben più delicato della sostenibilità economica. Non è un caso che, alla vigilia dell’ufficializzazione del ritorno tra i professionisti, i vertici del club abbiano chiamato a raccolta l’imprenditoria locale. L’obiettivo è capire chi sia davvero disposto a sostenere il Foggia nel tempo. Perché la differenza è tutta qui: non serve una comparsa occasionale, serve una presenza stabile, un impegno che accompagni il club stagione dopo stagione. Lunedì sera, ad Aquolina, erano oltre una cinquantina gli imprenditori presenti. C’erano i volti noti, quelli che da anni non fanno mancare il proprio sostegno ai colori rossoneri, ma anche nuove realtà interessate ad avvicinarsi al progetto. La presenza dell’amministrazione comunale e dell’assessore regionale Raffaele Piemontese, dà la misura di un coinvolgimento del territorio che negli ultimi anni si era visto raramente. A suonare la carica nei giorni è stato Matteo La Torre, main sponsor con Euronics, fra i primi a sposare la causa del Foggia  elargendo per la prossima stagione 100mila euro sull’unghia. Ma da solo non basta. Per dare stabilità al progetto servirebbe uno zoccolo duro di almeno dieci imprenditori pronti a garantire un contributo analogo. È questa la condizione indispensabile per costruire un futuro credibile.

La domanda, però, è ancora più profonda: come si convincono gli imprenditori ad affiancare il Foggia? E soprattutto, come li si rende parte di un progetto e non semplici finanziatori? È su questo che il club si sta interrogando. Perché chi mette risorse vuole sentirsi coinvolto nelle strategie, condividere obiettivi, partecipare a una crescita comune. Da questo punto di vista il modello Lecce rappresenta inevitabilmente un riferimento. Non perché sia replicabile in ogni suo aspetto, ma perché dimostra che un rapporto maturo tra proprietà e tessuto imprenditoriale può trasformarsi in un valore aggiunto e in un fattore di stabilità.

Qualche inevitabile perplessità resta. Ma una cosa appare evidente: il rilancio del Foggia non dipenderà soltanto dai risultati del campo. Passa dalla capacità dell’imprenditoria foggiana di riconoscere nel calcio un patrimonio della città e, allo stesso tempo, dalla disponibilità dell’attuale proprietà ad aprire il club a una gestione meno accentrata e più condivisa. Perché il futuro del Foggia non si costruisce con un uomo solo al comando. Si costruisce facendo sistema. Se questa consapevolezza diventerà patrimonio comune, la riammissione in Serie C sarà ricordata come l’inizio di una nuova storia. Altrimenti rischierà di essere soltanto l’ennesima occasione da cui ripartire. Il modello del Unione Sportiva Lecce non è un modello di azionariato popolare, ma un modello di governance imprenditoriale condivisa, costruito nel tempo. Si fonda su alcuni pilastri che hanno consentito al club di raggiungere una stabilità economica e sportiva difficilmente immaginabile fino a pochi anni fa. I punti fondanti sono una proprietà forte ma non solitaria. Il presidente Saverio Sticchi Damiani rappresenta il volto del club, ma alle sue spalle c’è una compagine societaria composta da numerosi imprenditori salentini. Nessuno sostiene da solo il peso economico della società: il rischio è distribuito. C’è il coinvolgimento del territorio: molte aziende del Salento sono partner commerciali e sponsor del Lecce. Per molte di loro sostenere il club significa investire anche nell’immagine del territorio, oltre che nella squadra. I ruoli sono ben definiti. Gli imprenditori non intervengono nella gestione tecnica. La società è organizzata con competenze precise: la governance detta le strategie, mentre l’area sportiva gode di autonomia operativa. Questa separazione ha evitato interferenze e conflitti. C’è poi la gestione prudente dei conti. Il Lecce è cresciuto senza inseguire spese fuori portata. Monte ingaggi, investimenti e mercato sono sempre stati calibrati sulle reali disponibilità economiche, anche quando questo ha significato rinunciare a qualche ambizione nell’immediato. Il club ha costruito gran parte della propria sostenibilità acquistando giovani a costi contenuti, valorizzandoli e rivendendoli con importanti plusvalenze. È diventata una vera strategia aziendale: le decisioni non vengono prese sull’onda dell’emotività. C’è una pianificazione pluriennale che riguarda infrastrutture, settore giovanile, scouting e bilanci. Cosa potrebbe prendere il Foggia dal modello Lecce? Non tanto la struttura societaria in senso stretto, quanto alcuni principi come la creazione di un consorzio stabile di imprenditori che garantisca risorse ogni anno nell’ottica del frazionamento del rischio economico, evitando che tutto ricada su un solo proprietario. Conferire agli sponsor un ruolo di interlocutori del progetto, senza invadere le competenze sportive. E poi programmare con orizzonti di medio-lungo periodo, anziché vivere stagione per stagione. Va però evidenziata una differenza importante. Il Lecce ha costruito questo modello nell’arco di molti anni, con una proprietà stabile e una credibilità conquistata progressivamente. A Foggia un percorso analogo richiederebbe prima di tutto fiducia reciproca tra proprietà e imprenditoria locale. Gli imprenditori sono più propensi a investire quando percepiscono trasparenza, continuità gestionale e la possibilità di contribuire alla crescita del club, non solo di finanziarlo.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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