Interdittiva antimafia infinita di Segnaletica Meridionale. Dal 2017 per Prefettura e TAR non è cambiato nulla

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Passano gli anni ma il cartellino rosso della Prefettura daunia nei confronti dell’impresa foggiana Segnaletica Meridionale non viene meno. L’impresa di Veronica Colecchia, figlia del fondatore Giuliano, fu colpita da interdittiva antimafia nel lontano 11 aprile 2017 quando prefetta di Foggia era Maria Tirone, per presunta vicinanza al clan Moretti-Pellegrino-Lanza, nota batteria della Società foggiana. Fu uno dei primi casi noti di adozione di un simile strumento di prevenzione in Capitanata, cui ne seguirono centinaia negli anni successivi nell’ambito della ferrea azione di contrasto della Squadra Stato alla cosiddetta quarta mafia e ai suoi tentativi di infiltrazione nel tessuto economico provinciale. A luglio 2017, il Comune di Foggia, dopo l’informativa a carico della srl (che era la mandataria), risolse il contratto di appalto di durata quinquennale del 21 luglio 2016, sottoscritto con l’ATI Segnaletica Meridionale sas – Sud Segnal. Segnaletica Meridionale già da diversi anni aveva l'appalto per la manutenzione ordinaria e straordinaria dei semafori e per quella relativa sia alle strisce orizzontali sia ai segnali stradali. L’appalto, vinto con una offerta al ribasso di 1,8 milioni di euro, riguardava l’esecuzione di “lavori di installazione e di manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti semaforici sia singoli che del sistema automatico centralizzato di segnaletica verticale e orizzontale”, per un valore complessivo stimato in 2.337.362,40 euro comprensivo di Iva ed oneri per la sicurezza. Un atto che determinò anche la revoca della determinazione dirigenziale di aggiudicazione definitiva dell’appalto a tale ATI. L’interdittiva antimafia contro Segnaletica Meridionale, considerata “soggetta a possibili infiltrazioni mafiose”, fece molto scalpore trattandosi di una nota impresa foggiana. Le indagini svolte dalle forze di polizia nei confronti dell'amministratrice Veronica Colecchia consentirono di appurare che il suo compagno convivente era Pasquale Moretti, elemento di spicco del clan Moretti-Lanza-Pellegrino, figlio del capo indiscusso Rocco ed erede designato a gestire il sodalizio mafioso (come emerse dalle intercettazioni del processo Cronos). 

La frequentazione tra i due fu dimostrata anche dal fatto che Veronica Colecchia chiese e ottenne diverse volte di fare visita a Pasquale Moretti, detenuto in un carcere del nord Italia. Inoltre, tra i dipendenti della società negli anni 2015 e 2016, risultò esserci Francesco Tizzano, cognato dell'amministratrice di Segnaletica Meridionale in quanto sposato con la sorella Deborah. Tizzano era ritenuto altro esponente di spicco del clan dopo il “battesimo” ricevuto proprio da Vincenzo Pellegrino; è un noto pregiudicato foggiano più volte colpito da arresti per gravi reati anche di tipo mafioso e più volte fermato in compagnia di numerosi esponenti del clan. Il caso della srl finì peraltro nella relazione che nel 2021 condusse allo scioglimento del consiglio comunale di Foggia per mafia, secondo caso di ente capoluogo di provincia colpito da un così pesante provvedimento dopo Reggio Calabria.

Ebbene, il 21 novembre 2024, dunque ben sette anni dopo, la Prefettura di Foggia, guidata da Maurizio Valiante agli ultimi atti, confermò l’informativa interdittiva antimafia, dopo che ad aprile 2024 aveva comunicato l’avvio del procedimento di riesame.

Nei mesi scorsi fu fatto nuovamente ricorso al TAR, che nel 2019 aveva dichiarato legittima la prima interdittiva, “malgrado fosse stata accertata la intervenuta recisione dei rapporti controindicati con gli esponenti del noto clan foggiano” a detta dell’impresa. Ora il nuovo rigetto con compensazione delle spese, con sentenza pubblicata dal TAR lo scorso 10 novembre all’esito della camera di consiglio del 13 maggio scorso. Il giudice amministrativo barese ha respinto il ricorso e dichiarato legittimo anche il provvedimento di conferma dell’interdittiva dopo aver esaminato gli elementi sopravvenuti all’adozione della prima interdittiva. L’impresa aveva lamentato la mancata applicazione delle più miti misure di prevenzione collaborativa introdotte di recente dal legislatore.

Ma per il TAR “non paiono sussistenti nel caso in esame quegli elementi persuasivi di un percorso di bonifica in atto di natura tale da permettere l’applicazione dell’articolo 94-bis del codice antimafia all’impresa”. Il provvedimento di conferma dell’interdittiva antimafia evidenzia criticamente che la signora Colecchia, pur dopo l’adozione dell’interdittiva del 2017, “ha continuato ad assumere commesse pubbliche, anche recenti, da parte di vari Comuni della provincia, proponendosi come impresa libera di contrattare con la pubblica amministrazione, godendo di un inammissibile lasciapassare da parte di stazioni appaltanti pubbliche”.

A detta del TAR “ciò si lascia decifrare quale sintomo di una perdurante adesione a scelte di vita antigiuridiche e di frontale rottura con le istituzioni dello Stato” e “la consapevolezza di non ottemperare agli effetti del provvedimento antimafia non può che comportare un surplus di capacità intimidatrice nel tessuto economico di appartenenza per la chiara valenza del messaggio di impunità che si trasmette alla collettività di riferimento”. Anche l’ulteriore prospettazione difensiva secondo cui “le cointeressenze e le relazioni parentali o interpersonali, con i soggetti controindicati, oramai sono state recise da 7 anni, arco temporale più che congruo per ritenere azzerato anche il semplice rischio di rapporti perduranti tra ente economico ed aderenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso”, per il TAR “sembra smentita dalle risultanze investigative poste a base dell’interdittiva”, a cominciare dal dato della residenza al medesimo indirizzo fino al 2024, che “testimonia di un legame tutt’altro che reciso e ancora in essere”. La pericolosità attuale “emerge dalla recente operazione di polizia Game over del 24 luglio 2023, diretta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, che ha riguardato 82 soggetti appartenenti alla consorteria mafiosa foggiana”.

Insomma, “l’attività investigativa svolta dal Gruppo interforze antimafia restituisce, in definitiva, una immagine di perdurante sussistenza di legami” tra i due soggetti appartenenti al clan e Colecchia, “che delineano un quadro di impresa ancora esposta al rischio di infiltrazioni mafiose”. “La signora ha rivelato, come correttamente messo in luce dalla Prefettura, una personalità incline alla contiguità compiacente verso il clan, avendo continuato a frequentare il medesimo, a essere coinvolta in operazioni di polizia atte a svelare traffici in materia di stupefacenti quale attività di elezione del clan locale, cioè mettendo in atto una attività che consente di desumere, secondo la logica della probabilità cruciale, la permeabilità dell’impresa ai tentativi di condizionamento mafioso in ragione dei quali la Prefettura ha legittimamente ritenuto di confermare il provvedimento del 2017”, conclude la sentenza.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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