La vicenda di Marco Rizzi, oltre alla brutalità dell’azione, colpisce per un elemento che interpella direttamente la coscienza civile del nostro Paese: l’assenza di una reazione collettiva da parte delle numerose persone presenti. Il racconto della vittima, che ha sottolineato come nessuno sia intervenuto durante l’aggressione né sulla banchina della stazione, pone al centro una questione culturale che non può essere ignorata. In un contesto sociale in cui le immagini della violenza circolano continuamente nei media e nei social network, si rischia di assistere a una progressiva anestesia morale. La realtà sembra talvolta confondersi con una dimensione spettacolare o virtuale, in cui la sofferenza altrui perde concretezza e diventa quasi un evento da osservare passivamente. Episodi di questo tipo non possono essere letti esclusivamente come fatti di cronaca o come manifestazioni isolate di devianza giovanile. Essi rivelano piuttosto una fragilità educativa diffusa, che riguarda la capacità delle nuove generazioni di riconoscere il valore della dignità umana e di assumersi una responsabilità attiva di fronte all’ingiustizia. Quando un gruppo sceglie la violenza e una comunità rimane immobile, emerge un vuoto di consapevolezza che chiama in causa l’intero sistema formativo e culturale. La prevenzione della violenza giovanile non può limitarsi a interventi emergenziali o repressivi, ma deve fondarsi su un progetto educativo strutturato che restituisca centralità alla cultura dei diritti, alla responsabilità individuale e alla solidarietà sociale. Educare ai diritti significa formare cittadini che non rimangano spettatori di fronte alla violazione della dignità umana, ma sappiano riconoscere il momento in cui è necessario intervenire, chiedere aiuto, proteggere chi è più vulnerabile. Solo attraverso un investimento culturale profondo sarà possibile trasformare episodi di violenza in occasioni di crescita collettiva. La sicurezza non dipende soltanto dalla presenza di telecamere o controlli, ma dalla capacità di una società di riconoscersi in valori condivisi e di difenderli attivamente. In questo senso, educare ai diritti umani significa costruire una comunità in cui nessuno resti solo di fronte alla violenza e in cui ogni cittadino si senta parte responsabile della dignità dell’altro. È l’ennesimo episodio che riapre una ferita mai rimarginata. Foggia, 28 febbraio ore 22.06. Marco, figlio dell’ambientalista Vincenzo Rizzi, sale sul regionale diretto a Bari. Con la stanchezza addosso, non vede l’ora di ricongiungersi con la sua fidanzata. Alla fermata di Trani, salgono sul treno una quindicina di ragazzi con l’aria provocatoria. Sono alla ricerca di un bersaglio, lo individuano in Marco. L’aria si fa pesante, l’ambiente è claustrofobico. L’aggressione parte con una violenza inaudita: calci, pugni, minacce. Marco non risponde ai colpi, sa che potrebbe solo aggravare la situazione. Nell’indifferenza generale è inerme, nell’attesa della prima fermata utile per chiamare i soccorsi. Il treno arriva a Bisceglie, trova un varco e scende, ma viene inseguito dai teppisti che continuano a colpirlo. L’intervento di un viaggiatore lo aiuta a risalire sul treno. Il volto tumefatto, un dente scheggiato e lo shock di chi si è sentito violato. Nel frattempo, gli è stato rubato il telefono. Chiede di chiamare la polizia. Ma il capotreno gli risponde che deve vedersela da solo. Un viaggiatore gli presta il telefono e riesce a contattare le autorità. La serata si conclude al Policlinico di Bari, raggiunto dai genitori e dalla fidanzata, che gli stanno vicino in quella nottata dannata. Nei giorni successivi, sporgerà denuncia alla Polfer: la ricostruzione è dettagliata. L’umanità e la professionalità degli agenti lo tranquillizzano, c’è ancora chi non si volta dall’altra parte.
Oggi, papà Vincenzo si dice ancora più orgoglioso di suo figlio, ed esprime un sincero ringraziamento all’avvocata Innocenza Starace, che si è resa immediatamente disponibile nonostante il giorno festivo, e quel passeggero a Bisceglie, che nella sorda indifferenza ha scelto di schierarsi dalla parte dell’indifeso. A distanza di oltre due settimane dall’episodio, Vincenzo Rizzi si dice mortificato.
“In una situazione del genere, non mi aspettavo degli eroi, ma nemmeno l’indifferenza di chi sul treno porta una divisa. È la cosa che più mi ha ferito, da italiano, da persona che crede nello Stato e in chi lavora per lo Stato – ha affermato il papà a l’Attacco –. Non aver dato la possibilità a mio figlio di telefonare è stata una cosa che ho trovato umanamente disdicevole. All’atto pratico, è stata un’omissione di soccorso”.
Quella del disagio giovanile è un’emergenza che va combattuta e dovrebbe preoccupare tutti. La violenza non fa sconti e il bersaglio potrebbe essere chiunque. “È un’emergenza chiara, non è un problema di una singola comunità. La cosa che ci dovrebbe far preoccupare, ancora di più in quanto cittadini pugliesi, è che questi ragazzi non erano immigrati di seconda generazione, ma italianissimi della BAT – ha dichiarato Rizzi –. Immaginiamoci se questa situazione di degrado, in cui già vivono i nostri, continuerà ad esistere con il progredire delle nuove generazioni di immigrati. La situazione diventerebbe ingestibile. Con questo non voglio dire che bisogna mandare via gli immigrati, si tratta di combattere le sacche di degrado, strappando questi ragazzi dai modelli completamente sbagliati della società odierna, portandoli sulla strada dell’impegno civico e della partecipazione alla vita cittadina – ha continuato –. Questi episodi succedono perché questi ragazzi si annoiano, si sentono ai margini della società. Non hanno un futuro perché vivono nell’immaginario delle serie mafiose e nel mito dei soldi facili, e non nella partecipazione diretta all’interno della società. Abbiamo bisogno di più oratori, di scendere nei quartieri e portare via questi ragazzi dal degrado. Altrimenti non avranno scelta: verranno arruolati nella malavita, cercheranno quella strada perché si sono fatti una professionalità in quel modello dove la vita non ha valore”.
L’ambientalista ha insistito sull’indifferenza del capotreno, l’atteggiamento di chi ha deciso di ignorare qualcuno in difficoltà. Ed è ciò che più lo ha fatto stare male. “Nell'indifferenza non ci preoccupiamo degli altri e quindi ci chiudiamo nella nostra sfera, pensando “tanto non è successo a me”, ma queste cose possono succedere a tutti – conclude –. L’indifferenza è uno dei mali che abbiamo, per contrastarla dobbiamo fare comunità, che è una sola”.
Anche il CNDDU (Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani), con le parole del presidente nazionale Romano Pesavento, ha espresso profonda inquietudine per il grave episodio di violenza, ribadendo con forza la necessità di rafforzare, all’interno dei percorsi scolastici, un’educazione ai diritti umani capace di andare oltre la dimensione teorica e di incidere concretamente nei comportamenti, e proponendo di promuovere, a livello nazionale, un percorso educativo permanente dedicato al coraggio civico e alla tutela della persona nello spazio pubblico, coinvolgendo studenti, docenti e comunità locali in momenti di confronto, formazione e sensibilizzazione.
Intanto, tramite le telecamere a bordo del treno e quelle collocate all’interno della stazione, l’episodio è chiaro agli occhi delle forze dell’ordine. Sono stati già identificati gli aggressori. “Ora, la legge dovrà fare il suo corso”, è la speranza di Vincenzo, un papà vittima della società odierna.
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