Dal computer all’argilla, passando dalle agenzie di comunicazione tra Milano e il Veneto a un monolocale nel centro storico di Vieste, in via Mafrolla 16. È il percorso, tutt’altro che lineare, di Paola Sorrentino, trent’anni, foggiana, che ha deciso di rimettere insieme pezzi di vita e lavoro aprendo “Paku Ceramics”, un piccolo laboratorio artigianale dove si producono oggetti ma soprattutto si sperimenta.
Il nome, racconta a l’Attacco, nasce quasi per gioco: “Mio fratello mi chiamava così da piccola, lo odiavo. Poi è rimasto, è diventato affetto”. Oggi è in procinto di diventare l’insegna sopra una porta nel centro storico, tra pietra viva e stanze piccole dal sapore di estate e di passaggio.
Per arrivarci, però, c’è stato anche un passaggio importante: un crowdfunding lanciato nei mesi scorsi per finanziare il progetto. Un modo per testare l’interesse e, allo stesso tempo, costruire una piccola comunità attorno all’idea. A chi ha sostenuto l’iniziativa ha regalato un ciondolo a forma di ancora, simbolo di “porto sicuro”. La storia di Paola parte da lontano. Studi a Firenze, design del prodotto, poi l’ISIA di Urbino per l’illustrazione, un’esperienza in Erasmus nell’animazione. “Ho sempre fatto cose creative, ma dentro una struttura, trascorrevo otto ore davanti al computer”. Poi il lavoro nelle agenzie, il ritmo serrato, e quello che lei chiama senza troppi giri di parole “il classico burnout". A quel punto la rottura: si licenzia, cambia strada.
La ceramica arriva quasi per caso. Prima la decorazione, poi la materia: “Mi svegliavo mezz’ora prima la mattina e dipingevo. Era una cosa catartica”. Poi il passaggio alla modellazione, grazie a un tornio regalato dai colleghi, a cui seguono i primi corsi: “Quando lavori l’argilla ti si spegne il resto. Hai le mani occupate, la testa pure. Non puoi fare altro”. Un passaggio decisivo è in Portogallo, a Porto, dove vive per un periodo lavorando da remoto. Lì scopre una rete diffusa di laboratori, esperienze, spazi dove si crea e si socializza: “Finivo di lavorare e andavo ai corsi. Era bello perchè magari con un bicchiere di vino, conoscevi persone. Più avanti ho capito che poteva essere anche un lavoro”.
Tornata in Italia, a Trieste, iniziano alcuni laboratori, spesso in collaborazione con locali e spazi pubblici. E funzionano: “La gente arriva dicendo “non sono capace” e poi è quella che si lancia di più”. Ma c’è un limite: senza un laboratorio proprio, tra trasporti e cotture esterne, diventa complicato. Da lì l’idea di aprire un negozio.
La scelta è tra Trieste e Vieste: vince il Gargano. "Sono di Foggia, qui ho sempre passato le estati. Mi sento più di qui che della città". Ma c’è anche una valutazione pratica: “Qui non esiste uno studio che fa corsi di ceramica. A Trieste sì, ce ne sono già diversi”. Il laboratorio è insieme bottega e spazio di incontro. Produzione limitata - “sono da sola” - e piccoli gruppi, cinque o sei persone al massimo. L’idea è semplice: "Invece di comprare un souvenir, lo crei”. I pezzi poi vengono cotti e spediti o ritirati. Un modo per portarsi via qualcosa che non è solo oggetto. Una trovata che si lega anche a un modo diverso di vivere il turismo: “Se una persona resta qualche giorno, può prendersi due ore e fare qualcosa con le mani. È un altro tipo di esperienza”. Intorno al progetto si stanno muovendo anche le prime collaborazioni. Strutture ricettive, stabilmenti balneari e altre realtà locali che hanno già manifestato interesse a ospitare laboratori o proporli ai propri ospiti: “Mi hanno scritto in tanti”, racconta. “Agriturismi, b&b, persone che vogliono inserire questa esperienza tra le attività”.
Non c’è il tornio, scelta precisa: “Lavoro a mano, con tecniche più lente. Mi interessa la forma che nasce, non la perfezione”. Anche perché la perfezione, in ceramica, è un concetto relativo: “Può rompersi tutto, anche dopo anni. E devi accettarlo”.
E poi c’è il tema dei costi: “È un hobby caro. Solo una cottura può costare diversi euro a pezzo”. Tra forno, materiali, energia e affitto, il margine è stretto. Per questo Paola guarda anche a possibili collaborazioni e progetti: strutture alberghiere, associazioni, persino il centro diurno cittadino che l’ha già contattata: “Mi piacerebbe renderla accessibile anche ai ragazzi, a chi non può permettersi certi prezzi”.
Il laboratorio apre il primo maggio, con l’idea di testare la stagione: “Mi sono data un budget. Arrivo a fine estate e vedo”. Il sogno, però, è più ampio. Tenere aperto anche fuori stagione, agganciarsi a una rete, far diventare lo spazio un piccolo punto culturale. Per ora i primi segnali ci sono: “Mi hanno scritto in tanti. Più le persone che le istituzioni, per ora”. Nel centro storico, dove d’inverno le luci si spengono presto, ogni nuova apertura è anche una scommessa. Paola lo sa: “Vediamo come va, intanto provo”. E nelle mani, più che un progetto, tiene un materiale che si può sempre rifare da capo.
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