Se nell’analisi politica Orazio Montinaro ha insistito sul peso delle dinamiche generazionali e sul ruolo delle città, il sociologo sipontino Silvio Cavicchia propone una lettura che parte da un punto di osservazione diverso. Prima ancora degli schieramenti politici, secondo lui, il voto referendario racconta una trasformazione più profonda che riguarda la struttura sociale del Paese. “Prima di guardare allo schieramento politico, da sociologo, secondo me conviene fare una considerazione di carattere generale che prescinde dalla polarizzazione in corso. La cosa che più colpisce è il dato che sono soprattutto i giovani che hanno votato maggiormente per il No, mentre le persone con oltre cinquantacinque anni hanno votato a maggioranza, sia pure molto stretta – almeno questi sono i dati nazionali – per il Sì”. Per Cavicchia è un elemento che va interpretato con attenzione, perché rompe uno schema che per molti anni è sembrato quasi naturale nel panorama politico italiano. “Questo è un primo dato di carattere generale che deve fare riflettere, nel senso che non vedo un discorso di collocazione politica. Oggi come oggi si tende a dire che i giovani hanno poca spinta all’impegno politico, tanto più se di schieramento. E il fatto che sono soprattutto i giovani che hanno tutelato la Costituzione è un elemento che deve far riflettere al di là degli schieramenti. Mentre la maggioranza delle persone oltre i cinquantacinque anni, che sono quelli che dovrebbero avere una tradizione di sinistra e di tutela della Costituzione, ha votato per il Sì”. La chiave interpretativa che propone il sociologo è quindi generazionale prima ancora che politica. “Da sociologo questo è, a mio avviso, il senso generale delle tendenze della nostra società. Vuol dire che in qualche modo, anche se non c’è schieramento politico – non lo leggo così il voto dei giovani – la Costituzione è diventata un patrimonio incorporato nella popolazione italiana e assorbito anche dagli elementi e dai gruppi sociali più giovani”. Secondo Cavicchia questo dato è probabilmente uno degli aspetti più inattesi dell’intera consultazione referendaria. “Credo che pochi si aspettassero una cosa del genere. È un fatto generazionale, che significa che la Costituzione è stata assorbita non solo da chi a suo tempo ha lottato per conservarla, cioè la sinistra storica. Che ha sempre difeso la Costituzione, nonostante il grande errore della modifica dell’articolo V che ha dato molto spazio alla tendenza della differenziazione tra Nord e Sud. È lì che si innesta continuamente la Lega, anche in riferimento a quello che succederà nei prossimi mesi”. Per il sociologo il punto centrale è proprio questo: la Costituzione come patrimonio ormai diffuso nella società italiana. “Questo vuol dire che la Costituzione è diventata un patrimonio collettivo della società italiana, al di là degli schieramenti. Anche perché ultimamente non mi pare che i giovani abbiano grande spinta verso la sinistra”. Da questa premessa di carattere sociologico, Cavicchia passa poi a una considerazione più strettamente politica.
“Una parte della destra ha votato per il No. Da quello che ho potuto capire e leggere, più del quattordici o quindici per cento dell’elettorato di Fratelli d’Italia ha votato per il No, per esempio. Cosa che sembra paradossale, ma è un elemento che si collega con quello che dicevo prima. L’elettorato di centrodestra non è tutto fidelizzato, ma è anche di opinione”. Un passaggio che aiuta a spiegare, secondo lui, alcune dinamiche emerse dal voto. “Questo elettorato di opinione, che nel 2022 ha votato per Fratelli d’Italia, siccome riconosce il patrimonio collettivo della Costituzione si è anche distaccato dall’indicazione che hanno dato i partiti di centrodestra. Infatti alcuni dirigenti di Forza Italia, anche se in modo implicito, accusano Fratelli d’Italia di questa cosa. E anche una parte dell’elettorato della Lega ha votato per il No”.
Il risultato del referendum, quindi, non si spiega soltanto con la mobilitazione del campo progressista ma anche con una parziale frattura dentro l’elettorato della destra. “Quella tendenza di difesa della Costituzione come patrimonio collettivo si è riflessa anche in una parte dell’elettorato della destra. Non fidelizzato, ma di opinione”.
Sul versante opposto, invece, Cavicchia individua due fattori che avrebbero favorito il fronte contrario alla riforma. “Per quanto riguarda la sinistra, secondo me hanno giocato due elementi fondamentali. Da una parte il fatto che per la prima volta la sinistra – attenzione, non il centro – si è presentata in modo molto compatto”. Un passaggio che rimanda direttamente alla linea politica impressa al Partito Democratico dalla segretaria Elly Schlein. “La caratterizzazione ultima del Pd di Schlein è quella di puntare a una logica più unitaria e di sinistra, anche se lei è molto giovane e non riesce ad avere ancora quel carisma che serve ai leader. E quindi la frangia centrista è stata messa in minoranza”. In questa dinamica Cavicchia intravede anche un richiamo a una tradizione politica più lontana. “Questa spinta di unitarietà nella diversità era uno degli slogan della sinistra comunista, del Pci degli anni Settanta”.
Accanto a questo elemento interno al quadro politico italiano, il sociologo individua poi un fattore di carattere internazionale che avrebbe contribuito a rafforzare la mobilitazione progressista. “L’altro elemento sono le vicende di carattere mondiale, con la guerra e questo Trump. Che sta avendo un peso non solo negli Stati Uniti, dove c’è un movimento di contrasto”. In Europa, tuttavia, osserva Cavicchia, la tendenza generale sembra andare ancora in direzione opposta.
“A livello europeo c’è una spinta a destra, basta vedere la Francia e la Germania. Per cui, in qualche modo, è un fatto straordinario quello che si è ottenuto in Italia, dove si è espressa una tendenza diversa”. Ed è proprio in questo passaggio che il sociologo individua la chiave politica più rilevante del referendum. “Questo risultato è anche merito della caratterizzazione radicale e unitaria impressa da Schlein”.
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