Il giorno dopo il referendum è quello della presa d’atto, ma anche delle domande. Il “No” ha vinto in modo netto, archiviando la riforma e restituendo un quadro politico chiaro nei numeri. Eppure, sotto la superficie del risultato, si muove un clima più complesso, fatto di riflessioni, distinguo e, soprattutto, di timori che iniziano ad affiorare proprio tra coloro che hanno scelto di esporsi pubblicamente per il “Sì”. “Noi siamo abituati a commentare sia le vittorie che le sconfitte”, mette subito in chiaro il segretario regionale di Forza Italia, Mauro D’Attis, scegliendo un tono che evita la contrapposizione e guarda piuttosto alla fase successiva. “Mi auguro che il dopo referendum sia gestito con equilibrio da parte delle parti”, aggiunge, indicando una priorità che va oltre il dato politico e investe il clima complessivo del Paese. Un passaggio che assume un significato ancora più rilevante quando D’Attis entra nel merito delle preoccupazioni emerse durante e dopo la campagna: “In un Paese della libertà e della democrazia non si può permettere che ci siano persone che abbiano il timore”. Parole che non nascono nel vuoto, ma si inseriscono in un contesto in cui – secondo più testimonianze – la partecipazione al dibattito referendario non è stata sempre vissuta con leggerezza. A fargli eco, da una prospettiva diversa ma complementare, è l’avvocato ed ex sindaco di Trani, Gigi Riserbato, che rivendica il proprio ruolo nel confronto pubblico con una premessa precisa: “Non ho fatto parte attiva dei comitati per il Sì, ma ho partecipato a svariati convegni offrendo la mia testimonianza per il libero convincimento dei cittadini”. Una presenza, sottolinea, sempre mantenuta entro un perimetro di misura: “Non mi sono mai spinto oltre se non offrire una testimonianza che ritenevo pertinente al quesito referendario”. Riserbato parte dal dato politico, riconoscendo senza ambiguità l’esito: “Il popolo è sovrano e si è pronunciato molto chiaramente bocciando la riforma”. Ma accanto alla legittimazione del risultato, introduce elementi di analisi che riguardano tanto il merito quanto il metodo: “Spero che il governo e il Parlamento prendano atto di alcuni errori commessi nella stesura del testo e nella mancanza di confronto”. Il punto, però, si sposta rapidamente sul terreno più delicato: quello del clima che ha accompagnato il voto. “Ho trovato toni molto composti tra i sostenitori del Sì”, osserva, contrapponendoli a “toni anche fortemente scomposti” registrati altrove, con comportamenti che – a suo avviso – “non si addicono a un potere dello Stato che dovrebbe essere fuori dalla contesa”.
È qui che il ragionamento si intreccia con una preoccupazione più profonda, che attraversa entrambe le interviste. Perché, al di là dei toni e delle contrapposizioni, emerge un dato ricorrente: durante la campagna referendaria molti avrebbero scelto di non esporsi. “So per certo di molti cittadini e anche di molte cariche istituzionali che non hanno voluto esporsi” afferma Riserbato, indicando una prudenza che, in alcuni casi, sarebbe stata legata alla presenza attiva di esponenti della magistratura nei comitati per il “No”. Un elemento che apre interrogativi inevitabili. Non tanto – o non solo – sul piano dei comportamenti concreti, quanto su quello della percezione.
L’idea che schierarsi possa avere conseguenze, anche solo indirette, rappresenta un punto di frizione in un sistema democratico che dovrebbe garantire libertà piena di espressione. D’Attis lo dice senza giri di parole: “Non devono esserci conseguenze nei confronti di chi ha liberamente espresso una posizione democratica”. E rafforza il concetto richiamando un timore che circola: “Ho sentito anche alcuni avvocati un po’ preoccupati”. Un segnale che, pur non traducendosi automaticamente in fatti, indica un clima da non sottovalutare.
Riserbato, dal canto suo, prova a mantenere uno sguardo equilibrato, senza alimentare allarmismi ma senza neppure negare il problema: “Voglio continuare a sperare in una magistratura assolutamente terza, imparziale, serena e obiettiva”. Tuttavia, ammette che “qualche criticità c’è stata” e che la mancata disciplina sulla partecipazione dei magistrati alla campagna referendaria “potrebbe far pensare che possano esserci ruggini legate a questo periodo”. Il punto di caduta è tutto qui: tra il riconoscimento della piena legittimità del voto e la necessità di evitare che il confronto lasci strascichi.
Perché il rischio, evocato ma non affermato, è quello di un clima in cui anche solo il dubbio di possibili ripercussioni possa incidere sulla libertà dei cittadini. “Oggi è lunedì, domani è martedì e non deve succedere nulla”, scandisce D’Attis, con una formula che suona come un auspicio ma anche come una richiesta precisa: che il giorno dopo il referendum non diventi il terreno di regolamenti di conti, reali o percepiti.
Resta allora una domanda di fondo, destinata ad accompagnare il dibattito nelle prossime settimane: il referendum si è davvero chiuso con il voto, o il suo impatto continuerà a farsi sentire nei rapporti tra politica, magistratura e società civile? La risposta, più che nei numeri, sarà nel clima che il Paese saprà costruire. Perché se il popolo è sovrano nel momento in cui vota, la tenuta di una democrazia si misura anche nella serenità con cui ciascuno può scegliere da che parte stare.
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