Incendi boschivi, come tutti convengono, sono di origine dolosa e, qualche volta, colposa. Quello appena spento nella pineta Marzini di Vico del Gargano, non ha ancora una stima dei danni. Perché, tra l’altro, non sono solo gli alberi a bruciare ma tutto ciò che nel bosco vive e destina alla catena alimentare. La pineta Marzini, un tempo chiamata anche “difesa Marzini”, è un vasto e monumentale bosco di pini d'Aleppo pluricentenari che si estende per circa quindici chilometri quadrati nella costa settentrionale del Gargano, tra le spiagge di San Menaio e i rilievi pedemontani di Vico del Gargano, tutto nel Parco Nazionale di Gargano. Con la grande presenza del pino d’Aleppo, per questo che viene identificata come “pineta”, ma nella zona è presente anche il leccio. La pineta è chiamata dalla comunità locale anche “la difesa”, nome probabilmente attribuitole per due motivi, così recita una descrizione del Parco: “In primo luogo, questo estremo lembo di foresta, a picco sul mare, ha costituito per secoli una difesa naturale contro le invasioni nemiche, perpetrate soprattutto dalla flotta saracena; in secondo luogo, la pineta ‘ospitava’ rifugi e casolari per la caccia imperiale, dette defense federiciane”. La pineta Marzini è una delle poche pinete italiane definite “geneticamente pure”, uno spazio cioè dove le specie hanno seguito naturali processi di selezione, mantenendo intatto il patrimonio delle sue caratteristiche peculiari. Se a ciò si aggiunge che il particolare microclima dell’area garganica ha consentito l’importante sviluppo del pino d’Aleppo anche ad altitudini poco comuni, si ha come risultato un’importante oasi naturale, all’interno della quale coesistono vari habitat (particolarmente florido e rigoglioso è il sottobosco, formato prevalentemente da macchia mediterranea) e una grande fauna autoctona che conta 225 specie identificate: volpi, cinghiali ed alcuni esemplari di caprioli, estremamente rari nella bassa macchia mediterranea, viene detto dal Parco. Parchi, boschi, foreste, rappresentano una ricchezza incommensurabile che andrebbe evidenziata costantemente e non solo quando sono vittime d’incendi o di catastrofi. La grande biodiversità della pineta Marzini è caratterizzata anche dall’orto botanico, nel quale numerose specie vegetali crescono a poca distanza le une dalle altre. La pineta, tra le più importanti d'Italia nel suo genere, risulta iscritta, per le caratteristiche morfologiche e genetiche, al “Libro nazionale dei boschi da seme”. Tutto ciò che essa contiene, non solo i pini di Aleppo o i lecci, sono tutelati dal Parco Nazionale del Gargano e dalle direttive europee “Habitat” e “Uccelli”, attraverso le relative misure di conservazione che non hanno lo scopo di “vincolare” il territorio, come spesso viene erroneamente percepito, ma di conservarne il valore ecologico, garantendo che ogni intervento sia compatibile con la salvaguardia degli habitat e delle specie d’interesse comunitario.
“La pineta Marzini è un patrimonio di biodiversità e microclima, oltre che suggestiva allocazione naturale tra mare e montagna, la rende unica nel suo genere. L’incendio non deve “accendere” polemiche, visto che ci sono 600 mila Euro destinati, con il comune di Vico del Gargano, a realizzare lavori di tutela e manutenzione – ha dichiarato a l’Attacco il commissario del Parco, Raffaele di Mauro -. Lavori che sarebbero dovuti inizia re a marzo (dal 15 marzo al 15 luglio) ma con le due direttive europee - Habitat ed Uccelli – non è stato possibile perché quell’arco temporale è il periodo di riproduzione. Credo che sia imminente, considerando la data (15 luglio, ndr) l’incontro tra i tecnici del Parco Nazionale del Gargano e quelli del comune di Vico per una ricognizione”.
Il Parco si estende per oltre 121 mila ettari ed è tra i più grandi d’Italia: “Data l’estensione, nemmeno lineare per poter controllarlo meglio, per l’ennesimo anno, il Parco, ha contribuito al presidio di Protezione Civile presente al Distaccamento AM di Jacotenente, con un’ulteriore unità di Carabinieri Forestali e droni, con il vascone a San Giovanni Rotondo per acqua da usare in caso d’incendio nelle aree interne e, quindi – ha concluso di Mauro – alla campagna di sensibilizzazione che dovrebbe accompagnare alla difesa della natura e dei nostri territori; come detto, la tecnologia da usare e la maggior collaborazione con Arif”.
La maggior cura parte proprio dalla sensibilità e dalla cultura delle persone, passando da chi frequenta più spesso le aree verdi, come i cacciatori, i cercatori di funghi, i boscaioli che sono le prime sentinelle contro i criminali che appiccano gli incendi, distruggendo la flora e la fauna. “Mi spiace dirlo ma non sopporto la modaiola sensibilità collettiva ambientalista, a difesa dalla natura, quando scoppia un incendio – ha esordito a l’Attacco Nello Biscotti, esperto di botanica e agricoltura, dal 2024 nell’Accademia dei Georgofili a Firenze, che l’ha accolto nel suo corpo accademico, con l’alto compito di “Contribuire al progresso delle scienze e delle loro applicazioni all’agricoltura ed alle attività collegate, alla tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio agro-silvo-pastorale, allo sviluppo del mondo rurale, allo sviluppo e valorizzazione dei prodotti agricoli e dì quelli alimentari e alla loro disponibilità e sicurezza” -. Il problema è che, malgrado le norme, abbiamo un territorio non governato bene, senza programmazione strategica, senza sapere cosa fare delle nostre campagne e delle nostre colline. Mi riferisco ad un territorio nazionale completamente abbandonato. Basti pensare - ha precisato Biscotti – che è la prima volta nella storia di questa statistica che il terreno coltivato ha superato, dopo millenni, quello boschivo”.
Per Nello Biscotti, questo è un dato che dovrebbe far riflettere gli stakeholder istituzionali: “Per la precisione, sono quarant’anni che abbiamo abbandonato il territorio; quindi la natura, a tappe, si sta riprendendo i propri spazi. Oggi, stiamo assistendo alla tappa che ha portato alla formazione di una massa vegetale, spesso, altamente infiammabile”. Biscotti entra nel merito e chiarisce: “Cosa dire del caso di Lago Salso? Se mancano i provvedimenti di conservazione dell’acqua, le cannucce restano asciutte e diventano facilmente preda del fuoco. Quindi, se manca l’acqua avanza la cannuccia e il tutto diventa una “bomba incendiaria” – ha detto l’esperto botanico, ponendo una domanda -. Quante “bombe incendiarie” ci sono nelle nostre zone che si prestano a “vendette” o azioni criminali? Ma quando il territorio era governato, presidiato, dal contadino, dal boscaiolo, non solo dalla Forestale, c’erano meno incendi. Non si vuol capire che stiamo assistendo a un cambiamento epocale, di transizione, di una natura che per trovare i suoi equilibri ha bisogno di tempo e gli incendi incidono”.
Così sul caso della pineta Marzini: “Prima c’era anche una logica estetica che atteneva ai boschi, come la legge del ’39 che aveva stabilito la pineta Marzini come “bosco da seme”; si estraeva la resina, si usava la legna, c’era una certa economia. Ma i pini sono molto infiammabili. Invece, essendoci già i faggi (lecci e querce, stessa famiglia, ndr), c’è da aumentarne il numero così da limitare gli incendi. Ecco perché, dico, sarebbe opportuno favorire i processi evolutivi che tenderebbero alla trasformazione in faggeta. La pulizia del sottobosco è leggenda metropolitana”. E per concludere in prevenzione: “Perché non avere nemmeno un Canadair sulla dorsale adriatica? Perché lasciare le basi solo a Roma Ciampino, Lamezia Terme e Genova?”.
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