Nel 2025 erano stati circa 120, quest’anno sono scesi a una sessantina. È uno dei pochi dati che raccontano un miglioramento all’interno della Casa circondariale di Foggia, dove però l’emergenza principale resta quella di una struttura costretta a contenere quasi il doppio delle persone per cui è stata progettata. Sono 689 i detenuti presenti attualmente, a fronte di una capienza di 365 posti. Un sovraffollamento che arriva così al 220% e che colloca il carcere foggiano tra gli istituti penitenziari più affollati d’Italia. È il quadro emerso durante la visita effettuata ieri da Nessuno Tocchi Caino. La delegazione era composta dal segretario Sergio D’Elia, dalla presidente Rita Bernardini, dalla tesoriera Elisabetta Zamparutti e dal foggiano Norberto Guerriero, componente del Consiglio generale dell’associazione. Con loro anche l’assessore alla Legalità del Comune di Foggia Giulio De Santis, la psicologa Amalia Quotta, gli avvocati Giovanni Quarticelli della Camera Penale di Capitanata e Simone Michele Pio Moffa, oltre ad altri iscritti all’associazione. Prima dell’ingresso nelle sezioni, il gruppo ha incontrato la direzione della Casa circondariale. Dal confronto è emerso un istituto che deve fare i conti con numeri particolarmente pesanti, ma anche con una serie di attività che cercano di mantenere aperto il percorso trattamentale. Dei 689 detenuti, 79 sono stranieri e 38 sono donne. Gli agenti di polizia penitenziaria sono 244 sulla pianta organica, ma gli effettivi impiegati come forza operativa sono 225, con una carenza di circa il 7%. Anche sul fronte degli educatori il dato è inferiore alla dotazione prevista. Sono 7 quelli assegnati sulla carta, 6 quelli effettivamente presenti. La situazione, secondo quanto riferito dalla direzione, presenta però alcuni segnali positivi. I gesti di autolesionismo sono diminuiti di circa la metà rispetto al 2025, passando dai 120 dello scorso anno a circa 60 nel 2026. Nel 2025 si era registrato anche un suicidio e 38 aggressioni agli operatori. Quest’anno non si sono verificati suicidi e le aggressioni sono state 17. Il lavoro rappresenta uno degli strumenti attraverso cui la struttura prova a costruire percorsi di responsabilizzazione. Attualmente sono 129 i detenuti che lavorano all’interno del carcere svolgendo diverse mansioni per l’amministrazione penitenziaria. Sono inoltre 18 le persone in regime di semilibertà e 32 quelle ammesse al lavoro all’esterno secondo l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, misura che consente, a determinate condizioni e con autorizzazione, di svolgere un’attività lavorativa fuori dall’istituto. Il carcere dispone di circa 7 ettari di terreno, in parte interni e in parte esterni alla struttura, e di un allevamento di circa 100 galline ovaiole. Al momento, però, non sono presenti aziende o cooperative che svolgano attività produttive all’interno dell’istituto. Gli spazi disponibili sono pochi. Sono allo studio la realizzazione di una pinzeria e di un negozio per la vendita di prodotti agricoli, ma entrambi i progetti sono ancora in fase progettuale. Accanto al lavoro ci sono le attività formative. Vengono organizzati laboratori teatrali e riflessivi, attività di produzione artistica e un corso di alfabetizzazione rivolto agli stranieri ma anche ai detenuti con un livello di istruzione corrispondente alla scuola primaria. C’è poi un corso di canto, con saggi e spettacoli intermedi, mentre ha registrato una partecipazione significativa il corso per calzolai, durante il quale i detenuti hanno imparato a realizzare da zero borse in pelle e portachiavi senza componenti metallici. Sono stati attivati anche percorsi per diventare addetti alla manutenzione degli impianti refrigeranti, oltre a corsi per idraulici ed elettricisti. Sul fronte scolastico, all’interno della Casa circondariale è presente l’indirizzo agrario della scuola superiore. In passato era attivo anche quello per geometri, poi eliminato per mancanza di iscritti. Il quadro più delicato riguarda però la salute.
Nella struttura operano un direttore sanitario, 7 psicologi, 4 medici di medicina penitenziaria sulla dotazione prevista, ma attualmente soltanto 2 effettivi, 20 infermieri e 7 operatori socio-sanitari. La carenza dei medici, secondo quanto riferito, è particolarmente difficile da colmare. Sono 123 i detenuti con patologie psichiatriche, dei quali 7 o 8 presentano condizioni considerate gravi. Tre persone sono in attesa di essere trasferite in una Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, ma attendono ormai da oltre un anno. Sono inoltre presenti professionisti per diverse specialità, tra cui odontoiatria, otorinolaringoiatria, fisiatria e cardiologia. Manca invece un oculista.
Altri numeri restituiscono la complessità della popolazione detenuta. Sono 145 le persone con problemi di tossicodipendenza e 8 quelle con problemi legati all’alcol. Anche le condizioni materiali restano un tema. Durante l’estate sono stati installati 11 condizionatori nelle salette destinate alla socialità, insieme ad alcuni ventilatori. Il caldo, nell’istituto, è particolarmente intenso. I detenuti non dispongono di frigoriferi nelle celle, anche se alcuni apparecchi sono collocati nei corridoi.
È proprio partendo dalle condizioni strutturali che Sergio D’Elia, parlando a l’Attacco dopo la visita, definisce il quadro osservato a Foggia. "Abbiamo la stessa opinione che avevamo prima di entrare. Conosciamo bene questa realtà. Per noi, che visitiamo le carceri quasi tutti i giorni, Foggia ha un record che lo fa salire, insieme a San Vittore e Poggioreale, sul podio dei primi 3 carceri più sovraffollati d’Italia". Per il segretario di Nessuno Tocchi Caino, il sovraffollamento non è soltanto una questione numerica.
"Quando in un carcere c’è sovraffollamento, ci sono degrado e abbandono. È quello che abbiamo visto ancora una volta oggi. Un degrado in cui vivono non solo i detenuti, ma anche le persone che lavorano all’interno dell’istituto". Durante la visita la delegazione ha raggiunto anche alcune delle sezioni considerate più problematiche.
D’Elia parla della sezione Articolo 32, destinata a detenuti che temono per la propria sicurezza e vengono quindi separati dagli altri, della sezione isolamento e della sezione protetti. "Di solito quando entriamo in un carcere visitiamo le sezioni più basse, non soltanto dal punto di vista del trattamento ma anche per la loro collocazione strutturale, spesso nei sottoscala e nei bassifondi dell’istituto. Qui a Foggia abbiamo fatto la stessa cosa".
Una separazione che, spiega D’Elia, risponde anche a dinamiche interne al mondo carcerario. "In carcere esiste una sorta di scala, una nobiltà del reato. Chi ha commesso un omicidio viene considerato in una posizione molto alta, mentre chi, per esempio, ha maltrattato la propria moglie occupa una posizione molto più bassa. Queste persone possono quindi temere per la propria vita, messa a repentaglio non solo dal giudice penale ma anche da un codice penale inframurario, non scritto, che esiste tra i detenuti".
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).