E’ stata caratterizzata dal forte scontro tra il presidente della Corte, il giudice Dino Dello Iacovo, e la difesa dell’ex sindaco di Foggia Franco Landella l’udienza svoltasi mercoledì scorso nel Tribunale daunio nell’ambito del processo per presunte tangenti a carico di Landella e di altri numerosi imputati. Le accuse, a vario titolo, sono di tentata concussione, corruzione, peculato e tentata induzione indebita, istigazione alla corruzione. Durante gli interrogatori, come testi dell’accusa, dell’ex leader della minoranza consiliare Pippo Cavaliere e dell’eletto di opposizione Giuseppe Mainiero più volte, ma invano, gli avvocati Roberto Sisto e Michele Curtotti hanno lamentato come le domande dei due pm – Enrico Infante e Roberta Bray – andassero ben oltre i confini di quanto contenuto nei capi d’imputazione dell’odierno processo. E’ avvenuto in primis quando l’ingegnere ha raccontato della confidenza fattagli dal geometra Antonio Lasalvia sul (presunto) clima di corruzione presente in Comune. “Sta ponendo domande che non attengono minimamente al capo di imputazione, nel verbale non se ne fa per nulla menzione”, ha contestato Sisto. Ma l’opposizione è stata respinta senza esitazioni da Dello Iacovo: “Inquadra il contesto dei fatti contestati. Tutto quello che ha a che fare col Comune in quegli anni c'entra a ricostruire. Anche un episodio non formalmente contestato inquadra l'humus”. Allo stesso modo, quando Mainiero ha parlato di quanto saputo dal geometra Lasalvia rispetti ai “parametri”, Sisto è sbottato affermando che si trattava della “notizia di un reato mai cointestato, mai iscritto dagli stessi pm nel registro delle notizie di reato”. Ma Dello Iacovo è stato netto nel ribadire l’orientamento seguito: “Anche se si trattasse di un fatto nuovo o in passato non considerato dai pm, qui ci serve a raccogliere una prova perché questo è un processo in cui si ipotizzano tangenti”.
Come per Sisto, anche per l’avvocato Michele Curtotti è stato vano lamentare la discussione ben oltre i confini dei capi di imputazione di cui rispondono Landella e gli altri imputati nell’odierno processo. “Ribadisco che si fanno domande al teste su questioni inerenti alla difesa, non sulla legittimità degli atti amministrativi né su un generico e indeterminato clima”, ha affermato il penalista foggiano inutilmente. E’ stata palese l’irritazione dell’ex primo cittadino Franco Landella nel corso dell’udienza di mercoledì pomeriggio. Presente come al solito, insieme alla moglie Daniela Di Donna (dipendente comunale anch’ella imputata), Landella è apparso visibilmente infastidito per come è andato l’ascolto dei due testi dell’accusa Cavaliere e Mainiero. Più volte ha lasciato l’aula recandosi all’esterno, per poi rientrare. E in diverse occasioni è stato lui, insieme alla moglie, a suggerire ai legali Curtotti e Sisto le questioni su cui incalzare i due ex avversari politici. Compito al proprio posto, invece, il grande accusatore ed ex alleato Leonardo Iaccarino. Nella prossima udienza, prevista per il 19 marzo, saliranno sul banco come testi d’accusa il gioielliere Antonetti, Ruscillo e i dipendenti comunali Maffei e Villani.
Cavaliere
Pm e difese si sono a lungo soffermati sull’esame e controesame di Cavaliere, che ha rievocato il colloquio avuto con l’allora presidente del consiglio comunale Leo Iaccarino. “Ho avuto un rapporto superficiale con Iaccarino nei due anni in cui ero consigliere, un rapporto istituzionale. In una sola circostanza mi sono recato a casa sua, fu subito dopo il capodanno 2021 a seguito dell'episodio degli spari dal balcone col video postato sui social. Mi recai da lui perché la questione del video aveva destato tantissimo scalpore, anche fuori dai confini regionali con qualche articolo online su siti esteri. Ero portavoce della opposizione, su sollecitazione di alcuni consiglieri volli verificare possibilità di convincerlo a dimettersi quanto prima da presidente del consiglio comunale”, ha detto lo sfidante di Landella alle comunali 2019.
“Lo chiesero a me sia per il ruolo di portavoce che per il fatto che non ero tesserato ad alcun partito. La situazione cominciava a diventare pesante, si ingigantiva il rischio di ulteriore discredito per la città. Lo chiamai nel pomeriggio e la sera ci vedemmo. Tentai di convincerlo in tutti i modi. Disse che non se ne parlava proprio. C'era con lui sua moglie e un signore, Olivieri, che poi capii poi essere lo stesso soggetto che stava con lui la notte delle pistolettate, ma nessuno dei due partecipò alla nostra discussione. Iaccarino disse che non si sarebbe mai dimesso perché non era lui l'artefice del clima di diffusa illegalità e corruzione esistente in Comune. Mi parlò delle grandi divergenze che aveva con Landella e disse poi che per ottenere qualcosa, provvedimenti di qualsiasi natura, bisognava dare denaro. Tangenti? Le parole precise furono che per ottenere qualcosa si doveva pagare. Imputava i motivi del contrasto tra lui e Landella alla trattazione dei debiti fuori bilancio. Sin dall'inizio una grossa contrapposizione per la iscrizione all'ordine del giorno del consiglio. Fece riferimento ad un certo de Nittis, ma l'oggetto di tale debito non lo conosco”.
Secondo l’accusa l’imprenditore Paolo Tonti avrebbe consegnato non meno di 32mila euro a Landella, anche per la successiva distribuzione ad alcuni consiglieri comunali, per il voto favorevole all'accapo relativo al Programma Tonti Raffaele Coer srl attualizzazione e novazione della convenzione urbanistica. “Iaccarino fece riferimento all'accordo di programma Tonti, originariamente approvato dal Comune con scadenza di cinque anni. Poi dopo la scadenza era necessario prorogare il termine a dieci anni”, ha continuato Cavaliere. “Iaccarino disse che era stata riconosciuta una dazione di denaro, una tangente, da 4-5mila euro a consigliere, in due tranche. Disse che lui stesso era stato un percettore, ma non parlò degli altri né disse chi aveva dato quel contributo. Li aveva avuti non so se personalmente dal sindaco o dal suo entourage. Era stato convocato prima di Natale nell'ufficio di gabinetto dove gli era stata consegnata una busta coi soldi, la seconda tranche. Tornato a casa aveva dato la busta alla moglie. Non ricordo o non lo disse chi materialmente gliela diede. Mi disse che aveva riferito anche a tanti altri consiglieri di maggioranza la stessa cosa riferita a me”. La difesa di Landella ha tentato di far emergere contraddizioni rispetto a quando Cavaliere fu ascoltato dagli inquirenti nel 2021 e l’idea che Iaccarino sia stato mosso da propositi vendicativi dopo che Landella ne aveva promosso la revoca da presidente del consiglio. “Iaccarino era molto agitato, non contestò l'errore commesso la notte di Capodanno. Era un fiume in piena. Era risentito non tanto per la paventata revoca da presidente ma perché il sindaco strumentalizzava quell'episodio cercando di aizzargli contro la pubblica opinione”, la risposta di Cavaliere. “A promuovere l'iter furono i consiglieri, come opposizione dicemmo che doveva dimettersi tant'è che gli prospettai la possibilità di disertare l'aula finché fosse rimasto presidente. Non so se Landella fu uno dei promotori, che ne volesse la rimozione sì. Non posso sapere se ne sia stato il promotore all'interno della maggioranza”.
A quel punto l’avvocato Sisto ha chiesto se ricordasse che Iaccarino disse che avrebbe massacrato chiunque, come si legge nella intercettazione ambientale. “Questo non lo ricordo, in compenso ricordo che Iaccarino disse che non ci avrebbe perso niente a farsi bruciare il giorno dopo il portone di casa. Lo disse rispetto alla volontà di Landella di aizzargli contro la pubblica opinione. Mi rimase in mente per la gravità di quella affermazione, rimasi meravigliato che avesse conoscenze di quel tipo”.
Quanto al riferimento al clima tangentizio, Cavaliere ha motivato così la propria reazione: “Erano notizie ricorrenti, c’erano lamentele ovunque su quel clima di illegalità e corruzione. Non me ne meravigliai, il degrado della politica in via generale è notorio. Perché non ho mai denunciato? In quei due anni fui più volte costretto a confrontarmi col problema della denuncia e la linea di condotta, come per le tante denunce per usura ed estorsione fatte come presidente della Fondazione Buon Samaritano, era denunciare solo quando avevo prove precise ed evidenti del reato, come per l’assegnazione di case popolari ai mafiosi. Nel caso specifico quella con Iaccarino era invece una chiacchierata che nessuno poteva confermare, non avevo elementi. Poteva essere vero o no, potevo prendere una querela per calunnia. Iaccarino avrebbe potuto smentirmi”. Poi gli avvocati di Landella hanno chiesto della questione Tonti. “La studiai poco, ritengo che potesse essere prorogata. Non la votai perché non ero presente a quella seduta consiliare”.
Curtotti ha affermato che Landella chiamò Cavaliere lamentandosi della sua assenza. “Non lo ricordo”. “Ricorda almeno di aver sollecitato come professionista un incontro tra Landella e l’allora dg dei Riuniti Dattoli su quella vicenda, per risolvere il problema dell’accesso al pronto soccorso?”, ha domandato Curtotti. “Del programma Tonti so poco. Sono stato progettista e direttori lavori del Deu, quegli incontri del 2017 e 2018 non avevano nulla a che fare col programma Tonti. Mi ero accorto che c'era una sovrapposizione tra una strada di PRG e l'accesso al pronto soccorso. Rispetto al caso Tonti può essere capitato che ci siamo incontrati e che ci sia stato uno scambio di opinioni col sindaco. Non ero minimamente interessato e non partecipai nemmeno alla seduta”.
La difesa di Landella ha poi tentato di evidenziare come fosse stato proprio il sindaco a convocare una riunione per discutere della revoca di Iaccarino, mostrando una mail inviata dall’ufficio di gabinetto. “Ci incontrammo nell'ufficio di gabinetto del sindaco come consiglieri, non c'era contrapposizione. Eravamo tutti orientati in quella direzione”, ha detto Cavaliere. Poi la domanda dei pm su Antonio Lasalvia. “Era un dipendente della Provincia, opera nelle cooperative. Con lui ho una conoscenza antica, aveva un rapporto con mio padre. In una circostanza manifestò il suo malumore verso il Comune con cui era difficile lavorare perché si era costretti a sottostare a determinate richieste illecite di denaro, come detto pure da Iaccarino. Mi spingeva ad impegnarmi. Si lamentava di quella ultima amministrazione. Fu generico, gli consigliai di procedere denunciando se aveva modo di provare altrimenti era inutile”, ha rivelato Cavaliere.
Mainiero
Il 4 agosto 2019 Giuseppe Mainiero, attuale consigliere comunale di minoranza e grande avversario politico di Landella negli scorsi anni, scrisse un post su Facebook in cui diceva “la parola d’ordine pare sia ‘parametro’, ‘bisogna discutere i parametri’”. E’ da quel post che i pm sono partiti interrogando l’ex meloniano, che dopo esser stato eletto con la maggioranza di centrodestra fu all’opposizione di Landella nel primo mandato dell’ex sindaco di Foggia. La genesi del riferimento ai “parametri” era stata già spiegata dal commercialista agli inquirenti quando fu sentito anni fa. “Ero stato fermato quello stesso giorno da Antonio Lasalvia sotto al mio studio di via Gramsci”, è stato il riferimento al patron di Coop Casa, che fu protagonista negli scorsi anni della lunghissima querelle con Madaga srl. Il geometra si vide abbattere nel 2019 quattro villette su via Bari a seguito della guerra giudiziaria persa contro Saverio Normanno, titolare di Madaga srl.
“Avevo presentato pregiudiziali e scritto alla Procura. Madaga srl aveva chiesto un mega risarcimento per la costruzione adiacente realizzata”, ha ricordato Mainiero. “Lasalvia, incontrandomi quello stesso giorno in cui scrissi poi il post Fb, mi aveva raccontato che gli era stato detto da Landella che bisognava discutere i parametri, ovvero una dazione di denaro”. L’avvocato Sisto, legale di Landella, è prontamente intervenuto per lamentare che si trattava della “notizia di un reato mai cointestato, mai iscritto dagli stessi pm nel registro delle notizie di reato”. Per l’ennesima volta il presidente del collegio Dino Dello Iacovo ha ribadito l’orientamento seguito: “Anche se si trattasse di un fatto nuovo o in passato non considerato dai pm, qui ci serve a raccogliere una prova perché questo è un processo in cui si ipotizzano tangenti”. Quanto alla tempistica, Mainiero ha chiarito: “Lasalvia mi aveva detto di aver ricevuto quella richiesta qualche settimana prima di avermi incontrato in quel giorno di agosto del 2019”.
Poi il pm è passato al tema rovente dell’affaire della pubblica illuminazione e del project financing inerente. “Durante il mio mandato consiliare, quello svolto negli anni 2014-2019, si sentiva molto parlare di un progetto di finanza. Invitai l’amministrazione, l’11 luglio 2015, ad accedere alla convenzione Consip per ottenere un netto risparmio dei costi del servizio di pubblica illuminazione. Il giorno seguente fu presentato il progetto di finanza di cui segnalai profili di illegittimità. Approdò in aula dopo quel viaggio a Pompei di cui poi s’è scoperto”, è stato il riferimento a quanto svelato dalle indagini della Procura daunia. “Peraltro, fui aggredito verbalmente in aula consiliare, durante una seduta dell’assise, e lo denunciai alla Digos. Era gente che aveva lavorato sulla pubblica illuminazione in precedenza”. I pm hanno voluto sapere da Mainiero chi fosse Antonio Bruno. “Era l'energy manager animatore del progetto di finanza, nominato dall'amministrazione Landella”. Come per Sisto, anche per l’avvocato Michele Curtotti è stato vano lamentare la discussione ben oltre i confini dei capi di imputazione di cui rispondono Landella e gli altri imputati nell’odierno processo. “Ribadisco che si fanno domande al teste su questioni inerenti alla difesa, non sulla legittimità degli atti amministrativi né su un generico e indeterminato clima”, ha affermato il penalista foggiano inutilmente. “C'era un rapporto confidenziale tra Bruno e Landella, li vedevo parlare”, ha poi aggiunto Mainiero. “C'erano due proposte avanzate al Comune per l’efficientamento della pubblica illuminazione, prima della mia azione era stata presa in considerazione una sola. Poi l’amministrazione Landella fu costretta a valutare anche la seconda”. Quanto alla domanda su Michele De Carlo, il consigliere comunale ha dichiarato di non conoscerlo.
Uno spazientito Landella ha incalzato i propri legali sul legame politico che aveva legato Mainiero alla maggioranza di centrodestra fino all’uscita di Jenny Moffa dall’esecutivo, col chiaro intento di imputare le affermazioni del consigliere comunale al ruolo di nemico politico. “Aveva un assessore?”, la domanda dell’avvocato Curtotti. “Sì, l’assessora Moffa che si dimise dopo la delibera di giunta sulle bancarelle abusive. Gli altri assessori invece furono revocati. Ci fu anche una crisi politica perché ero espressione di Fratelli d’Italia e mi misi contro l’amministrazione di centrodestra che non voleva aderire alla Stazione unica appaltante della Provincia di Foggia”. Curtotti ha mostrato allora il documento con le dimissioni firmate da tutti gli assessori. “Io uscii dalla maggioranza, non ci fu alcuna richiesta di rimpasto per Moffa. Rimasi capogruppo di FdI stando formalmente all'opposizione”, ha chiarito nuovamente Mainiero, ammettendo di esser stato “avversario politico di Landella in quegli anni”. Ma perché gettare ombre sulla legittimità della vicenda della pubblica illuminazione quando la giustizia amministrativa ha ritenuto corretti gli atti assunti? E’ stato questo il tentativo finale fatto dai legali di Landella, su suggerimento dell’ex sindaco, di fronte a Mainiero sul banco dei testimoni. “Sa dell'esito dei ricorsi al Tar e Consiglio di Stato?”, gli hanno chiesto gli avvocati Sisto e Curtotti. “No”, la risposta di Mainiero. “Lei non vive a Foggia, sa tante cose ma queste no”, ha replicato Curtotti, subito rimbrottato da Dello Iacovo.
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