Se si potesse entrare nel carcere di Foggia sarebbe molto probabile vedere sulla porta di una delle celle un cartello con la scritta “Cercasi alloggio”.
E a metterlo potrebbe essere stato Idriss Samake, un maliano di 32 anni che si trova recluso da sette mesi con l’accusa di spaccio di marijuana, reato che avrebbe commesso a Bari addirittura sei anni fa. La sua è una storia per certi aspetti emblematica della situazione che vivono i senza dimora, i cosiddetti “invisibili” che pare lo siano veramente per tutti, sia istituzioni che centri di assistenza per persone in difficoltà.
E Idriss lo è davvero per un doppio motivo, e molto semplice: lui si professa innocente e sta vivendo malissimo la detenzione ma soprattutto non può uscire perché non ha un luogo da eleggere a proprio domicilio.
La sua vicenda viene raccontata a l’Attacco dal difensore di Idriss, l’avvocato Maria Carmela D’Aries: “Questa è una situazione assurda, perché abbiamo il parere positivo della procura, la disponibilità del giudice che però chiede un luogo fisico dove le autorità possano esercitare il legittimo controllo, ma poi nessuno è in grado di accoglierlo anche solo per un posto letto. E il tribunale di Bari ha già messo per iscritto che passerebbe dalla detenzione in carcere all’obbligo di firma, vale a dire una libertà quasi totale. Mi sono rivolta a diversi soggetti che operano sul territorio, credendo che potessero darmi una mano, e invece nessuno ha dove ospitarlo: Caritas di Lucera, Centro Baobab di Foggia, Comunità Giovanni XXIII di Vasto, e mi sono fatta aiutare anche da Fiorentino Serenelli della Caritas di Benevento, ma anche lui, nonostante il grande lavoro svolto, non ha trovato niente”.
L’avvocato D’Aries ritiene che sarebbe comunque questione di poco tempo, perché Idriss è in Italia da sette anni, anche se non in maniera continuativa, ma ha sempre svolto lavori agricoli e quindi con l’uscita dal penitenziario potrebbe ricominciare a lavorare e a rendersi indipendente economicamente.
“Per giunta si tratta di un reato per il quale non c’è l’attualità dell’esigenza cautelare – aggiunge la legale - e il provvedimento della procura si basa proprio sul presupposto di una presunta irreperibilità, neanche dimostrata perché invece è certo che Samake non è latitante ma liberamente e serenamente in Italia da anni, con tanto di permesso di soggiorno. Lui si professa innocente, c’è un evidente scambio di persona a suo danno e viene accusato da una persona chiaramente non attendibile, oltre che da una intercettazione telefonica che gli attribuirebbe generalità che lui non ha mai riferito. Del resto, come sarebbe mai possibile che uno si dichiari realmente al telefono se ritiene che stia commettendo dei reati?”.
E in effetti le modalità dell’arresto sono incredibili, perché egli stesso si è presentato alla questura di Foggia per una pratica, ma si è ritrovato immediatamente in manette, ignaro di essere destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare.
“Idriss non dorme più, ogni volta che lo incontro è sempre più agitato, ritiene sia vittima di un equivoco che gli sta costando parecchio in tutti i sensi anche in termini mentali – conclude D’Aries - e paradossalmente sta costando anche allo Stato che deve provvedere alla sua detenzione, senza che si riesca a trovare una soluzione alternativa. Io certamente non lo abbandono perché non ha veramente nessuno e rimarrebbe in carcere fino alla definizione processuale della sua vicenda. E’ una questione di umanità e di diritti di persone che non hanno voce. E questo a un italiano probabilmente non sarebbe mai accaduto”.
Un osservatorio per certi aspetti privilegiato è quello di chi si occupa giornalmente dei problemi di quelli senza una dimora, come i Fratelli della Stazione che a Foggia svolgono un lavoro enorme in questo campo.
“Purtroppo non è certo il primo caso del genere – conferma Emiliano Moccia – perché non è raro avere a che fare con situazioni di immigrati che non riescono a indicare un posto dove stare, soprattutto quando si tratta di scontare degli arresti domiciliari e quindi di dover trascorrere l’intera giornata in un luogo chiuso. Questa vicenda sarebbe paradossalmente più semplice, visto che l’indagato avrebbe la possibilità di uscire. I nostri ‘avvocati di strada’ hanno già trattato questioni simili e giuridicamente è sempre complesso riuscire a compensare tra le legittime esigenze personali e i rispettabili dettati giudiziari”.
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