Estorsioni, perché tuttora la maggior parte degli imprenditori non denunciano e c’è omertà diffusa: le analisi

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“Credo che la presenza della Squadra Stato sia forte, è sotto gli occhi di tutti”, dichiara a l’Attacco Gerardo Biancofiore, presidente di Ance Puglia, l’associazione dei costruttori edili. “Il guaio è che viviamo in un territorio rovinato sia dalla microdelinquenza che dalla criminalità organizzata. Il segnale che abbiamo voluto dare come associazione, con la costituzione di parte civile nel futuro processo penale, è essere vicini agli imprenditori e invitarli a non vivere più nella paura. Bisogna sostenere con forza chi ha denunciato con coraggio, perché la denuncia rompe il silenzio. Ma la nostra decisione rappresenta anche un modo per lanciare un messaggio chiaro agli altri imprenditori, quelli che non hanno denunciato e in generale a tutti gli imprenditori, dunque anche coloro che non hanno mai ricevuto richieste estorsive. Si deve vivere nella piena legalità. La strada maestra è denunciare”, sottolinea il cerignolano. “La mia idea è che Ance e la Squadra Stato, insieme, avviino un percorso comune proprio volto a far sentire la massima vicinanza gli imprenditori. Non si può pretendere che il cambiamento avvenga per la sola azione repressiva dello Stato, bisogna portare avanti un progetto di legalità rivolto a tutte le imprese. Che nessun comparto del nostro tessuto economico sia escluso dalle richieste estorsive è il vero dramma, fa capire come la criminalità ammazzi il nostro territorio”, prosegue Gerardo Biancofiore. “Come è possibile pensare al futuro dei giovani con un humus così negativo?”. Un imprenditore ha detto di aver pagato tangenti per stare tranquillo. “Non sono assolutamente d'accordo con tale posizione, certi comportamenti criminali non sono ammissibili e vanno condannati totalmente. Bisogna prevenire tali situazioni affinché non avvengano più”, conclude il vertice di Ance Puglia. Tito Salatto - big della sanità privata, ex presidente di Aiop Puglia (Associazione italiana ospedalità privata) e oggi numero 1 di Confindustria Foggia - da tempo è netto. “Bisogna intendersi: esiste la mafia e poi c'è la mafiosità, che spesso si annida nella dirigenza pubblica. Come è noto, sono contrario agli scioglimenti dei consigli comunali per semplici sospetti di infiltrazioni mafiose. Piuttosto inviterei ad agire rispetto alla connivenza che alberga in tanti enti pubblici”, dice a l’Attacco. “Il racket è una situazione estremamente diffusa, tutti i settori sono oggetto di richieste estorsive a Foggia. Perché si denuncia poco? Se io non ho fatto nulla di male denuncio, questo è il mio convincimento. Spesso non lo si fa perché, da un lato, manca la certezza della pena e quindi servirebbe un'azione più rapida da parte dello Stato affinché l'imprenditore non si ritrovi di fronte l’estorsore denunciato. Ma, dall’altro lato, secondo me influisce anche un altro elemento: talvolta gli imprenditori sanno di non aver fatto tutto così come avrebbero dovuto farlo e quindi non denunciano per non scoprirsi”.

 Alla domanda su eventuali richieste di soldi ricevute Salatto risponde: “Ho ricevuto qualche richiesta e sono andato in Questura 2-3 volte. In un caso mi furono chiesti 200mila euro, accadde parecchi anni fa quando volevo ampliare una mia clinica realizzandovi accanto un palazzo. Ovviamente denunciai l'accaduto. In un altro caso mi arrivò un proiettile nella casella della posta, un’altra volta mio figlio sparì e ricevemmo una telefonata successiva cui risposi dicendo che avrei denunciato tutto. la cosa finì così. Ebbi la scorta per 2-3 mesi e trovai presso la Squadra mobile un ispettore capace. Ma probabilmente c’era anche chi fece capire ai delinquenti che dovevano finirla di prendermi di mira. Non ho mai pagato una tangente nella mia vita, se lo fai una volta sei finito. C'è una diffusa omertà ma c'è anche una diffusa mafiosità, è un tema che mi sconvolge e non mi fa vivere”, continua il presidente di Confindustria.

“Così come Ance anche Confindustria si costituirà parte civile nel processo penale. Foggia è ormai marchiata e, oltre all’appello a denunciare, vorrei fare di più. Bisogna invitare la politica e le burocrazie a prendersi le proprie responsabilità. Personalmente, vorrei organizzare un grande convegno di piazza per aiutare questa città a uscire dal cono d’ombra in cui siamo caduti”.

“La nostra presa di posizione è netta”, afferma a l’Attacco Ivano Chierici, presidente di Ance Foggia. “I nostri vertici nazionali sono molto chiari rispetto a queste cose. Ora bisogna studiare qualche protocollo che consenta essere vicini alle imprese taglieggiate, di non lasciarle sole. Per tanti anni il fenomeno mafioso di Foggia è stato sottovalutato, come ammesso dagli stessi inquirenti. Il momento di svolta è stato sicuramente la strage di San Marco in Lamis del 2017: da allora abbiamo avuto un'azione di contrasto molto forte da parte dello Stato, prefetti di ferro, tante interdittive antimafia, Comuni sciolti. Le cose secondo me sono cambiate”.

Ma ancora pochissimi denunciano. “A livello psicologico non posso entrare, non so quali sono i motivi che oggi bloccano coloro che scelgono di non denunciare le richieste estorsive. Leggo di imprenditori che pagavano addirittura da dieci anni, quando paghi una volta il pizzo diventa problematico poi uscirne. Non bisogna mai sottostare all'anti-Stato, in Confindustria abbiamo un osservatorio che dovrebbe servire agli associati per parlare di eventuali problemi di questo tipo. L'azione di contrasto ha fatto svegliare la gente e ha portato alcuni a denunciare. Le regole oggi sono chiare: se tu non denunci, perché pensi di salvare la tua impresa, una volta che sei scoperto interviene lo Stato sulla tua impresa facendoti l'interdittiva. Non ci sono alternative. Bisogna accompagnare e supportare in questo percorso ma la denuncia va fatta sempre. Non è che non denunciando si evita l'interdittiva, funziona esattamente al contrario. Io credo che oggi ci siano più imprenditori che non sono disposti a scegliere l'anti-Stato proprio per aver visto la presenza della Squadra Stato negli ultimi anni. Per me”, prosegue Chierici, “le estorsioni rappresentano soprattutto una dimostrazione di forza e controllo del territorio più che la necessità di soldi, perché ci sono altre attività criminali che rendono sicuramente di più a Foggia. Se poi ci sono imprenditori che si rivolgono all’anti-Stato per risolvere le loro problematiche o per recuperare crediti allora abbiamo un problema educativo serio. Anche prendere a lavorare una persona indicata dalla criminalità organizzata è un segnale di cedimento serio. C’è bisogno di un mutamento culturale ma un cambio di passo per me c'è stato, oggi c'è chi va a denunciare e chi non lo ha fatto inizialmente, pagando per tanti anni, lo ha fatto magari dopo”.

Chierici ricorda che nella lista delle estorsioni sequestrata nel 2018 c'erano “un sacco di persone e settori del nostro tessuto economico”. “Sono trascorsi tanti anni da allora, ma come spiegato dagli inquirenti c'è tutto un lavoro investigativo dietro e le prime intercettazioni di quest'ultima operazione risalgono al 2024. Bisogna aspettare che il reato si compia e si compia, che sia conclamato”. Chierici non si sottrae alla domanda su eventuali richieste e minacce subìte. “In passato ricevetti minacce a Vibo Valentia, in Calabria, e ci costituimmo parte civile nel processo contro il clan Mancusi, di cui si occupò il procuratore Gratteri. A Foggia tanti anni fa richieste di soldi, l'ultimo caso risalente a 6-7 anni fa, da parte di persone della Società foggiana. Il messaggio che mi fu portato in un cantiere fu “lo sapete come funziona, altrimenti togliete tutto e andatevene”. Io denunciai, perché era la cosa giusta da fare. Mai cedere all'anti-Stato”, conclude Chierici.

“Il tessuto imprenditoriale pugliese è complesso e in esso si specchiano ambizioni e aspirazioni economiche e sociali. Tra queste, le aspirazioni criminali possono nascondersi con l’arma dell’usura e della capitalizzazione mafiosa, con denaro sporco”, è l’analisi, a l’Attacco del sociologo barese Leonardo Palmisano, che segue costantemente quanto avviene rispetto alla cosiddetta quarta mafia di Capitanata e che insegna presso l’Università di Foggia Sociologia della devianza. “Non tutti gli imprenditori temono le mafie. Ce n’è di quelli che cercano protezione e liquidità immediata. Anche per questo le denunce talvolta scarseggiano. Lo Stato fa il suo, ma andrebbero raccordate le denunce a una maggiore apertura delle banche a sostenere le imprese nei territori di mafia. Purtroppo accade il contrario. Le imprese buone pagano lo stigma della mafiosità che allontana investitori e capitali privati e pubblici”.

Cosa non ha funzionato nell’azione repressiva e di contrasto dello Stato e in quella educativa dell’antimafia sociale? “Di sicuro ha funzionato il combinato disposto di attività repressiva e investigativa. Procura e Questura danno prova di stare sul pezzo, ma non possono e non devono sostituirsi alla società e alla burocrazia corrotta. La complessità delle mafie foggiane sta nella loro differenziazione interna e nel mantenimento di alcune costanti come il controllo degli appalti attraverso imprese e funzionari pubblici. Solo un’etica sociale più alta può azzerare questo modo di riprodurre il crimine”, spiega Palmisano, da tempo molto attivo nell’antimafia sociale.

“L’azione educativa deve essere sostenuta da fondi pubblici consistenti, con una ferma presa di posizione contro il consumo di stupefacenti e il gioco d’azzardo, economie che nutrono le casse mafiose. Regione, Comuni, Università e Ministero devono mettere risorse su una didattica dell’antimafia. Solo da lì può rinascere un’antimafia sociale competente e militante. Non ci sono strade diverse dall’analisi e dallo studio, altrimenti si rischia di cadere in una retorica poco attinente alla realtà mafiosa contemporanea territoriale. In Puglia io avvierei un piano regionale triennale contro il consumo di stupefacenti e contro il gioco d’azzardo. In tutte le scuole medie e superiori, coinvolgendo asl, apparati del terzo settore pubblico e privato e forze dell’ordine. Il tema”, conclude il sociologo e docente Unifg, “non è più di sola partecipazione civica, ma di rieducazione a comportamenti sani e legali”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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