Quando nel 2024 scattò l’operazione della DDA di Bari Mari e monti, che inflisse un durissimo colpo a clan dei Montanari ovvero i Libergolis-Miucci, la gip Valenzi sottolineò nell’ordinanza il chiaro familismo mafioso. Due anni dopo, dopo la sentenza di primo grado del Tribunale di Bari con cui la giudice dell’udienza preliminare Susanna De Felice ha comminato 40 condanne per complessivi 381 anni di carcere, quella caratteristica appare cristallizzata nel comune esito per padri, madri, figli. A partire dal caso della famiglia del reggente del clan: Enzo Miucci condannato a 20 anni di reclusione, la sua compagna Marilina Scarabino a 6 anni, il loro figlio maggiore Antonio a 14 anni. Quando il destino di questa famiglia avrebbe potuto cambiare? Possibile che quello di Enzino Miucci fosse segnato sin dalla nascita? Pare una storia da film quella del reggente, che a nemmeno 10 anni di età vide il padre crivellato di colpi, ucciso in un agguato mafioso. Quel bambino divenne un ragazzo che, sin da minorenne, si pose all’attenzione degli inquirenti, con una crescente pericolosità sociale e criminale da fargli meritare l’appellativo di “creaturo”. Non c’era, però, niente di ingenuo e rassicurante in Enzo Miucci, che, rimasto orfano del padre Antonio, fu allevato e “adottato” di fatto dai Libergolis, dei quali è, ancor prima che sodale, familiare. Il vincolo di sangue, fondamentale sul Gargano, deriva proprio dallo scomparso padre Antonio, che era fratello della moglie del boss Ciccillo Libergolis, dunque cognato del patriarca ed allevatore. Ciccillo era il fratello di Pasquale, padre di Matteo, Armando e Franco, i vertici da anni detenuti in carcere. Per alcuni Antonio Miucci rappresentò a lungo a Monte il “cervello fino” di cui si serviva il clan e colui che mostrò la strada dell’evoluzione politico-imprenditoriale della mafia garganica. La sua fine, cruentissima, testimonia tutta la ferocia di cui la mafia garganica è stata capace anche quando nessuno la definiva ancora tale ma la derubricava a “faida” tra i Libergolis e gli Alfieri-Primosa. Ma prima ci fu quello che sembrò un tentativo di collaborazione con gli investigatori. Accadde dopo l’uccisione, il 14 gennaio 1993, del fratello Matteo Miucci: l’omicidio fu compiuto da due sicari con il volto coperto da maschere di carnevale. Antonio Miucci decise allora di fare i nomi di coloro che il 18 agosto 1992 avevano tentato di ucciderlo, tendendogli un agguato mentre era in automobile diretto alla valle Carbonara. Per il tentativo di omicidio vennero arrestate il 15 gennaio 1993 sei persone ritenute legate al clan Alfieri-Primosa, tutte poi assolte. Antonio fu ucciso in piazza il 14 agosto 1993, a un anno dall’agguato nel quale era rimasto ferito e a sette mesi esatti dall’uccisione del fratello. Il suo assassino aveva sul volto una maschera di carnevale. Per l’omicidio fu arrestato, processato e assolto Michele Alfieri, il giovane montanaro ucciso a sua volta nel gennaio 2010 a davanti ad un bar del paese.
Enzo crebbe col familiare Franco Libergolis, probabilmente nella convinzione di dover vendicare il padre e di dover mettersi al servizio del clan. Non è un caso che fu lui, in seguito, a garantire non solo che la latitanza del boss fosse sicura ma a fornirgli tutti i confort necessari.
Nel 2026 non c’è solo l’ex “creaturo” tra i condannati per Mari e monti, ma anche la sua compagna e il loro primogenito, a conferma di come tuttora il legame di sangue resti il vincolo più forte per il clan dei Montanari. Ad esser stati condannati a 20 anni di reclusione, il massimo consentito in abbreviato, oltre al reggente, anche Claudio Iannoli e Raffaele Palena (per quest’ultimo con l’esclusione dell’aggravante mafiosa e della riunione per episodi specifici).
Dure anche le altre pene: 18 anni per Angelo Totaro, 16 anni sia per Roberto Prencipe che per Lorenzo Scarabino, poco più di 15 anni per Carmine Romano, 14 anni e 8 mesi complessivi per Davide Carpano, 14 anni come detto per Antonio Miucci, 13 anni e 8 mesi per Tommaso Tomaiuolo, 13 anni e 4 mesi per Nicola Ciliberti, 12 anni e 4 mesi per Maria Francesca Palumbo (moglie di Raffaele Palena). E ancora 10 anni per Giovanni Iannoli (con esclusione della qualità di organizzatore), Orazio Pio La Torre, Raffaele Giorgio Prencipe, Piergiorgio Quitadamo, Pasquale Totaro; per Libero Colangelo 10 anni e 8 mesi, per Giuseppe Stramacchia la pena finale in continuazione è stata rideterminata in 10 anni e 8 mesi di reclusione. Giovanni Caterino e Gianmichele Ciuffreda sono stati condannati a 8 anni di reclusione ciascuno, mentre per Giuseppe Pio Ciociola e Luigi Mazzamurro 8 anni e 8 mesi di reclusione. Matteo Pettinicchio è stato condannato a 8 anni di reclusione, con riconoscimento dell’attenuante per la collaborazione ed ammissione al programma di protezione. Per Marino Arturo Pio Ciccone e Matteo Armillotta 7 anni di reclusione ciascuno, per Matteo Lauriola 6 anni e 4 mesi di reclusione (anch’egli con attenuante per la collaborazione). Per Luigi Ferri 6 anni di reclusione, per Donato Bisceglia 5 anni e 10 mesi e 4mila euro di multa, per Gianluigi Troiano 5 anni e 4 mesi di reclusione; a Francesco Gallo, Giuseppe Vitulano e Michele La Torre 4 anni e 4 mesi di reclusione ciascuno, mentre per Marco Raduano e Marco Primavera 4 anni di reclusione. A Raffaele Miucci 3 anni e 4 mesi e 800 euro di multa, mentre a Michele Pellegrino 3 anni di reclusione e 600 euro di multa. Beneficiano della sospensione condizionale della pena per Angela Basta e Filomena Primosa, condannate a un anno e 6 mesi di reclusione.
Col processo Mari e monti sono stati contestati, a vario titolo, 48 differenti capi di imputazione, relativamente al reato di associazione mafiosa (a carico di 25 indagati), due associazioni finalizzate al traffico di stupefacenti (una a carico di 11 indagati, l’altra a carico di 10 indagati) e 21 reati in tema di stupefacenti, 11 episodi estorsivi e 5 in materia di armi nonché nove reati vari (rapina, furto aggravato, favoreggiamento, trasferimento fraudolento di valori, ricettazione).
In sede civile, gli imputati condannati dovranno risarcire in solido i danni patiti dalle istituzioni e dalle associazioni costituite parti civili: Regione Puglia, quattro Comuni (Manfredonia, Mattinata, Monte Sant’Angelo e Vieste), l’associazione Giovanni Panunzio, l’associazione FAI antiracket Vieste e diverse imprese private, che subirono danni, assunzioni fittizie o altro tipo di pressioni estorsive: l’impresa edile sipontina Cosmic impianti srl, la Giovanni Putignano&Figli srl di Noci (che si aggiudicò da AQP spa l’appalto da 2,4 milioni di euro relativo ai lavori di potenziamento dell’impianto di depurazione di Monte Sant’Angelo), Bio System Company srl di Gravina di Puglia, La Torre Gerardo snc di Nicola La Torre (per i danni ai veicoli con logo Partesa), Dinamica scrl.
La vicenda familiare di Miucci farebbe pensare che nulla sia destinato a cambiare quando si fa parte del clan mafioso e invece qualcosa che è mutato radicalmente negli ultimi anni c’è stato: se i Montanari avevano sempre rappresentato un muro di omertà inscalfibile, ora ci sono collaboratori di giustizia anche tra gli ex sodali di Enzino, come il suo ex braccio destro Pettinicchio e l’alleato viestano Marco Raduano. Se la Squadra Stato è arrivata oggi a sgominare anche questo clan lo si deve pure alla capacità di spingere al pentimento.
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).