La strada tra Praga e la Capitanata l’aveva già percorsa qualcuno: è nato nella capitale boema Zdeněk Zeman, che a Foggia ha lasciato un segno come nessun altro nome straniero. Oggi la stessa strada la percorre in senso contrario Andrea De Marco, ventisette anni, foggiano, che a Praga studia come sono fatti i buchi neri. Ci è arrivato nel 2023, ed è all’inizio del terzo anno.
Gli abbiamo chiesto se, nei tre anni passati a Foggia durante la pandemia, ci fosse stato qualcuno con cui parlare di fisica. La risposta data a l’Attacco è stata una sola parola: “No”. Quei tre anni non sono un dettaglio. De Marco aveva lasciato Foggia al secondo anno di liceo per trasferirsi a Cesena, poi si era iscritto a fisica a Bologna, triennale e magistrale. Il covid lo ha riportato indietro: la magistrale in fisica teorica l’ha seguita da casa, restando iscritto all’ateneo bolognese. È il periodo in cui ha studiato a Foggia da adulto, sapendo già cosa avrebbe fatto nella vita. Quello che gli è mancato non erano le aule. “Mancava il rapporto con i colleghi, il rapporto umano, perché non ho potuto nel frattempo affinare la capacità di interagire con i colleghi sui nostri temi”, racconta. Gli chiediamo delle biblioteche e dice che c’erano, la provinciale e quelle universitarie, con il limite di chiudere in serata e nel fine settimana, ma lui non è mai stato un gran frequentatore e studiava a casa. Non è un problema di strutture. È un problema di persone.
Di cosa si occupa lo riassume così: studia come descrivere microscopicamente i buchi neri nella teoria delle stringhe. Perché sia importante lo spiega invece con un paragone. “Ampère non si era mai posto il problema di studiare l’elettricità perché fosse utile alle persone accendere la luce la notte”, dice: per Ampère e per tutti gli altri le domande sull’elettricità erano soltanto divertenti, e soprattutto domande aperte a cui nessuno sapeva rispondere. “La naturale direzione in cui una persona curiosa può andare”. Con i buchi neri, aggiunge, funziona allo stesso modo: a come sia fatto un buco nero visto da molto vicino non si sa rispondere, ed è inevitabile che qualcuno ci lavori.
Il posto a Praga non l’ha scelto. Ha mandato candidature a tappeto, in Italia e all’estero, e l’ha vinto lì. “È stata una scelta obbligata”, dice, ma obbligata dal concorso: “Avrei potuto vincerlo in qualunque altra città, sarei andato in qualunque altro posto”. È partito con la porta aperta: proviamo, vediamo come va, male che vada dopo tre mesi torno indietro. Per il dopo farà lo stesso, perché chi vuole restare nella ricerca deve lasciare l’istituto in cui ha preso il dottorato: candidature ovunque, sperando che prima o poi tocchi anche all’Italia.
De Marco è iscritto all’Univerzita Karlova, l’Università Carolina fondata nel 1348, la più antica dell’Europa centrale, ma la ricerca la fa all’Istituto di Fisica dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, nato nel 1954, con 1.100 dipendenti e 130 dottorandi. La differenza pesa sul portafogli: in Italia il dottorando percepisce una borsa di studio, lì ha un rapporto di lavoro con l’istituto. La cifra, dice, è pressoché la stessa che avrebbe percepito in Italia, forse appena superiore. Il dottorato ceco però dura quattro anni, prolungabili a cinque, contro i tre italiani. Non ha obblighi di insegnamento, come invece molti dottorandi italiani: più tempo per la ricerca, dice, ma anche una parte della vita accademica che si perde. Il vantaggio sta nei prezzi: a Praga una stanza singola costa tra i 450 e i 700 euro, un monolocale tra i 550 e i 1.000 a seconda di zona e metratura. Meno di Bologna, dove ha studiato. Non meno di Foggia, dove con quelle cifre si affitta un appartamento intero. Andarsene, per lui, non è stata una convenienza economica.
Su un punto non asseconda il racconto consueto sui cervelli in fuga. Spostarsi a diciotto anni, dice, non è un male: “Molte persone non vedono l’ora di spostarsi a diciotto anni per fare l’università”, e può essere il primo momento in cui si vive in maniera autonoma e si matura. Il problema è un altro, ed è il rovescio della medaglia: non essendoci un corso di fisica a Foggia, in città non arriva nessuno da fuori.
I numeri gli danno ragione. L’offerta formativa dell’Università di Foggia per l’anno accademico 2026/2027 conta 55 corsi di laurea, ma nessuno di area scientifica di base. Non manca solo fisica: mancano anche matematica e chimica. Il corso di laurea in fisica più vicino è a 130 chilometri, al dipartimento interuniversitario di fisica di Bari, che il ministero ha riconosciuto come dipartimento di eccellenza.
A un ragazzo foggiano di diciotto anni che oggi voglia fare il suo mestiere, De Marco risponde di studiare tanto, e poi aggiunge una cosa che dalla fisica teorica non ti aspetteresti: di non sottovalutare la parte sociale del lavoro. La capacità di legare con le persone, dice, di imparare al volo da un collega a una conferenza e non solo dai libri. Costruirsi una rete di contatti, per uno che fa ricerca, “è una condizione necessaria per poter andare avanti: la ricerca scientifica è un’attività sociale”. Necessaria, precisa, anche se non sufficiente.
È esattamente quello che a Foggia, per tre anni, non ha potuto fare. Quando gli chiediamo cosa sia meglio a Foggia che a Praga, la risposta è una sola: la sua rete storica di persone, gli amici di sempre. “Quando torno a casa e ritorno in contatto con quella rete lì sono contento”. Poi si corregge, per precisione da fisico: “È un pro personale”.
di Luca De Marco.
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