Di ritorno a Foggia nel periodo pasquale il noto psichiatra Leonardo Mendolicchio è stato ospite della redazione de l’Attacco. Il direttore Piero Paciello lo ha intervistato. Partiamo dalla paradossale vicenda della squadra di calcio, che è stata un collante con la provincia e un cemento comunitario. Oggi questo rapporto sembra saltato e questo è un ulteriore elemento della crisi di identità del capoluogo. Lei come la legge? Da foggiano che vive all'estero, posso dire che non solo il Foggia è collante tra la città e la provincia, ma anche collante tra la città e tutti i foggiani che vivono fuori. Io ho un figlio di 13 anni che sul suo profilo WhatsApp ha l'icona del Foggia Calcio e Gabriele non ha vissuto l'epopea di Zeman, per cui non è giustificabile rispetto ad una tifoseria che si è strutturata e consolidata nel momento migliore della storia della squadra. Gabriele ha sentito parlare di quel Foggia dal padre, dalla mamma, anch'essa foggiana, ed è legato alla città. Noi i sabati, le domeniche e i lunedì guardiamo le partite del Foggia. Molti nostri concittadini - lombardi, piemontesi, emiliani - continuano a guardare le partite del Foggia Calcio. Io credo che il valore della storia di questa squadra sia proprio nel creare l'identità di un luogo che sta perdendo la propria identità dal punto di vista sociale, probabilmente anche politico e forse anche culturale, ma che paradossalmente lo mantiene sulla storia di uno sport. Lo sport ha sempre avuto questo ruolo di fare da collante nelle città. Non tenere in considerazione questo valore, secondo me, è l'ennesimo crimine che la città rischia di subire. Cioè nel momento in cui questa città dovesse perdere il Foggia, perderà una grande fetta della propria identità e tutti i foggiani che si riconoscono in questa storia saranno meno legati alla città. Conviene che accada questo? Conviene al sindaco, alla politica, al tessuto industriale di Foggia, all'economia locale? Conviene che questa identità muoia? La vicenda calcistica è fortemente connessa alla storia economico-imprenditoriale di questa città. Il Foggia che salì in Serie A negli anni ‘60, quindi i primi 3 anni importanti, era fortemente collegato a una stagione di sviluppo della città. Noi l'abbiamo definita la stagione di sviluppo targata partecipazioni statali perché lo Stato incise parecchio. Una stagione che era identificata anche con una politica forte, con la DC. Negli anni ‘60 e ‘70 c’erano una stagione di sviluppo e una politica forte. L'altro momento importante è stato con Pasquale Casillo: anche lì un potere economico molto forte, anche se eravamo alla fine, diciamo, di una di una stagione politica, finiva la Prima Repubblica. Oggi il dato vero è che, a distanza di 30 anni dalla vicenda di Casillo, abbiamo un potere economico e un potere politico che si sono quasi liquefatti. E’ difficile costruire anche un immaginario. Io però credo che a Foggia ci siano gruppi imprenditoriali che fatturano molti milioni di euro: penso a tutto il comparto della sanità privata, a quello dell'agroalimentare. Penso che Foggia non sia il luogo più sfigato d'Italia dal punto di vista del tessuto e delle potenzialità imprenditoriali. Questo è un paradosso che grida vendetta. Se c'è un tessuto imprenditoriale che fattura bene e campa bene, mi domando - e questo è per me il grande tema storico di Foggia - quanto questo tessuto voglia essere incisivo ed incidente nella vita della città. Io cammino per questa città e vedo i foggiani come un'entità a sé stante che tendenzialmente tende a involvere. Ogni volta che torno ho la sensazione di trovare la città sempre un po' più sporca, sempre un po' più sciatta, sempre un po' più disorganizzata. Però poi so che qui ci vive gente con cervello, con soldi, con potenzialità e mi domando: questo tessuto vivo, che invece giustamente evolve ed investe, continuando a vivere qui, che contributo dà per evitare l'involuzione, l'abbruttimento e, anzi, per invertire la tendenza? Questo è stato il grande problema di una città che non ha mai messo insieme il popolo con la borghesia illuminata. Queste due realtà sono sempre andate per i fatti propri. Solo in alcuni momenti c'è stato il punto di contatto. Io fui uno di quelli che vissero l'arrivo dell'Università a Foggia, fui uno dei primi immatricolati e mi ricordo che in quel momento invece avvenne un collante tra elementi produttivi, elementi pensanti, elementi che volevano evolvere, e la cittadinanza che si sentiva spinta a seguire quell'evoluzione. Oggi invece mi sembra che siamo tornati ad una fase in cui i ricchi, i buoni, i bravi, gli intellettuali, i pensanti stanno per i fatti propri e il foggiano vive il rapporto con la città con pigrizia ed indolenza, in una situazione che non ha nessuna spinta a migliorare, va bene così. Faccio un esempio, ieri alle ore 23.00 ero a cena con i miei familiari dopo che avevamo deciso di non prendere l’auto. Ma trovare un taxi è stato un'impresa. Chi vuole che questa città diventi ospitale per i turisti, diventi attrattiva per gli imprenditori? Io credo che anche l'imprenditore che vive e fattura tanto in questa città dovrebbe avere da un lato il diritto di immaginare un tessuto di cui si può parlare bene, ma dall'altro lato ha anche un dovere di farlo. C'è un deficit di responsabilità sociale da parte dell’impresa? Il grande tema di questa terra è che ognuno pensa al proprio orticello, è sempre stato così. Se il Tavoliere delle Puglie fosse stato in Emilia Romagna, il nostro pomodoro sarebbe già un marchio di valore internazionale, avrebbe fatturato miliardi e miliardi di euro, così come il nostro grano, così come i prodotti tipici della nostra terra. Il problema è che ognuno pensa a quello che ha che coltiva, raccoglie e vende, non pensando al bene comune. E non pensare al bene comune, intendiamoci, non è una questione evangelica: se una comunità cresce crescono tutti e cresce il fatturato anche delle imprese che lo ospitano. Secondo me questa miopia è chiaramente ora cristallizzabile nella faccenda del Foggia Calcio, che rischia di morire così, senza che nessuno si preoccupi che questa cosa avrà un impatto. Che giudizio ha del presidente Canonico? Per evitare querele mi verrebbe di non esprimermi. I presidenti delle squadre di calcio hanno sempre avuto nella storia dello sport italiano caratteristiche un po’ grottesche di cui i giornali si sono divertiti a parlare. A me non interessa il personaggio: a me interessa che Canonico possa fare l'uomo, possa fare la persona che con consapevolezza capisca che cosa questa città gli ha dato in termini di visibilità, di possibilità di sviluppare eventuali suoi affari, in termini di conoscenza e di network, perché il mondo del calcio comunque ti fa entrare in una certa rete. Vorrei che lui prenda atto che Foggia gli ha dato questa disponibilità e che se lui non è più interessato ad investire sulla squadra lasci Foggia nel modo migliore possibile, cioè permettendo che questa squadra continui a vivere e svolgere il ruolo che deve svolgere. Se non lo facesse ci vedrei del dolo. Il rapporto di Canonico con la verità come lo vede? Immagino che sia un rapporto tutto suo e molto personale. Parlo come uno che era a Lecco alla finale per salire in Serie B, io vivo a Varese con la mia famiglia ed eravamo troppo vicini per non andare a vedere quella partita fatidica. Una partita che secondo me racconta tantissime cose, sappiamo bene che il mondo del calcio è un mondo che ha tanti fantasmi. Una partita che ha girato in modo molto strano. Eravamo in tribuna di Lecco più foggiani che lecchesi, c’erano Pio ed Amedeo, Stroppa dietro di me. C'era un ragazzo foggiano che veniva da Newcastle che aveva preso un volo e sarebbe ripartito dopo mezz'ora. Si aveva proprio l'idea di una città che viveva l'orgoglio di un possibile riscatto. Dall'altro lato si è vista, invece, una squadra che scendeva in campo senza avere nessun tipo di percezione del significato di quella partita e questo è interessante. Così come dico al presidente Canonico che mi sembra che lui non percepisca, non so se per colpa o per dolo, l'importanza di questa fase. Le persone perbene facilitano i processi di scambio, i processi evolutivi, sanno anche abbandonare il tavolo della partita del poker al momento giusto e lo fanno con eleganza. Chiediamo a Canonico un po' di rispetto e un po' di eleganza. E se lui vuole riscattare la sua immagine presso tutta la popolazione e la cittadinanza foggiana proprio nel rapporto con la verità dia un gesto e un senso di rispetto. Poi si porterà nella sua tomba le bugie che ha detto o le finte verità. Di sicuro l'impressione che ho è che non sia una persona chiara nei suoi processi, né di comunicazione né di gestione. Però, per carità, ogni imprenditore può avere lo stile che vuole, ci mancherebbe altro. Il tema è che non è un imprenditore qualunque: è un imprenditore di una squadra di calcio che in un tessuto sociale come questo ha un valore politico-sociale enorme. Questo lui non deve dimenticarlo.
Lei prima ha citato la battaglia per l'Università a Foggia, forse l'ultima battaglia di territorio, 30 anni fa, che coinvolse sia elite, pezzi di ceto medio-riflessivo, sia un sentire collettivo. Io ho la sensazione che questa è una città davvero obiettivamente sconnessa, disconnessa, liquida. E lo si vede anche dalle traiettorie del suo sviluppo urbanistico ed edilizio, è una città dilatata, è una città che è diventata una sommatoria di periferie, dove davvero è difficile identificare un centro. Vieste sta diventando, come dire, una cittadina policentrica, con tanti centri. Qui invece c’è la sensazione che ci siano tante periferie che fanno grande fatica poi a riconnettersi, a riammagliarsi. Anche rispetto a 30 anni fa, anche rispetto all'epopea di Pasquale Casillo e a quella stagione di passaggio tra Prima e Seconda Repubblica, oggi la sensazione che è che non ci sia più una classe dirigente pronta per l'uso. Un imprenditore che oggi decide di investire in una squadra di calcio, lo fa in un sistema dove è tutto slabbrato.
L'analisi è potentemente corretta su un male che non è il male di Foggia ma è il male del Paese che, dal mio punto di vista, ha una chiara natura: è proprio la mancanza di visione e di lungimiranza della classe dirigente. In questo Paese nessuno più si approccia agli investimenti, al governo della cosa pubblica, agli sviluppi con una visione a 20 anni. Tutti ragionano sull'oggi, sul bilancio di quest'anno, sugli stipendi di quest'anno, sull'investimento di quest'anno, sui decreti legge di quest'anno, sul piano urbanistico di quest’anno. Nessuno si accosta a governare i grandi fenomeni economici, sociali, culturali e politici con una visione di 20 anni. E questa è la tragedia del Paese in generale, anche al Nord dove ci sono potenzialità e reti di azione molto forti, anche lì il rischio è che non ci sia nessuno che pensa all'Italia di domani. Faccio un altro esempio. Nel mio lavoro di psichiatra e psicanalista vedo tantissimi adolescenti, figli della mia generazione, che stanno malissimo. Chi si sta occupando di questa questione a livello locale, nazionale? Nessuno. Cioè, nessuno oggi sta mettendo la testa su un grave problema di malessere degli adolescenti che sarà il futuro di questo Paese. E non solo uno non mette la testa su un problema di urgenza politica, sociale, sanitaria di un certo tipo, ma la cosa ancora più grave è che nessuno sta pensando che il malessere che si annida negli adolescenti di oggi rischia di diventare la bomba atomica del futuro di questo Paese, che non avrà una classe dirigente. Il welfare fra 20 anni salterà perché, se noi oggi non curiamo i nostri adolescenti, produrremo dei cittadini del futuro che non saranno incapaci di lavorare e di gestire questa nazione. Questa è la verità. Allora si applichi questo modello di lettura, per quanto angosciante e pessimista, ad una terra come Foggia, e si capisce che stiamo dentro un ginepraio molto pericoloso e nessuno se ne sta occupando in modo strategico. Ecco, quello che manca è avere politici, classe dirigenziale e imprenditori con una visione ai prossimi 20 anni, quantomeno. In epoche passate le visioni erano molto più lunghe. E quando dico che uno deve avere una visione, intendo dire che deve avere una visione anche di intercettare i cambiamenti e modellare le agenzie educative scolastiche. Il modello scolastico attuale non potrà mai essere funzionale con i ragazzini che impareranno con l'intelligenza artificiale. La rivoluzione digitale ormai è dentro le nostre vite e noi non possiamo gridare alla Cassandra “chiudete gli smartphone, chiudete l'intelligenza artificiale”. Dobbiamo interpretare il cambiamento e costruire una scuola che cavalchi questa rivoluzione e che inizi a mettere in campo modalità di apprendimento coerenti con i tempi.
Come si crea?
Ci vuole una generazione di adulti che abbiano voglia, curiosità e riconoscano il dovere di imparare questo nuovo linguaggio. Il grande sforzo che dovremmo avere noi è di imparare questa lingua che questi ragazzini stanno imparando a utilizzare tra di loro, proprio per evitare lo scollamento generazionale che di fatto già c'è. E siccome noi siamo gli adulti, i legislatori, i governatori, gli imprenditori, le persone che si devono prendere cura, nel momento in cui capiamo queste nuove regole di linguaggio dobbiamo sottoporle a delle leggi chiare. E anche qui c'è un vuoto incredibile da questo punto di vista. Nessuno dice in modo strutturato e organico: “Iniziamo a studiare questo nuovo linguaggio che è nei computer, nei tablet, negli smartphone, nelle tecnologie. Comprendiamo come questo linguaggio sta iniziando a prendere un corpo nei nostri adolescenti e poi mettiamogli le leggi. Mettiamo i limiti, mettiamo le norme. Questo manca. Foggia potrebbe essere un hub interessante da tale punto di vista. Perché? Foggia è una realtà dove probabilmente c’è ancora il legame tra generazioni, alla luce della caratteristica antropologica di questa terra c'è. Probabilmente un'alfabetizzazione digitale ancora deve compiersi. In una società che si deve ancora approcciare al digitale in un modo strutturato, perché in questa terra evidentemente siamo ancora un po' indietro, è una grande occasione per partire meglio e non invece esporre i cittadini, come succede da altre parti del mondo, a quel mercato selvaggio di informazioni che psicotizza le persone.
Un tema di cui l’Attacco si sta occupando con Istat e Unifg è quello dell’inverno demografico.
La verità è che Foggia ha bisogno di tornare ad essere appeal. Si deve rifare un intervento estetico a questa città, oltre che etico, ovvero qualcuno ci deve mettere la testa e deve rendere questo territorio più attraente, perché le potenzialità ce le ha. Allora, perché non vengono le persone qui? Sicuramente c'è un problema anche di gestione della cosa pubblica, della malavita, della mafia.
La mafia non è diventata un alibi collettivo alla fine, della serie “tutta colpa della mafia”?
Diventa il cortocircuito che liquida tutto, però questo non va dimenticato, nel senso che gli imprenditori vanno a investire se sanno che le regole del gioco sono regole chiare. Questo è un presupposto imprescindibile per la finanza e per l'economia. Dopodiché, questa città si deve aprire, deve comunicare cos'è, chi è, che fa, che può fare, cos’ha. Foggia deve rifarsi, come hanno fatto tantissime città in Italia, molte del Sud. Perché Foggia non si allinea al brand della Puglia, che è un brand che continua a tirare tantissimo. Perché noi no, con le nostre particolarità? Perché Foggia non è traino? Abbiamo ottenuto per fortuna l'aeroporto, agganciamoci delle idee. Foggia deve rifare le strade, le facciate dei palazzi. Io vado nel centro storico e continuo a vedere via Arpi piena di palazzi cadenti. Questa cosa nel 2025 non è tollerabile, perché se un arabo un giorno viene qui per andare sul Gargano deve poter dire che questa città è bella e pulita. Nel mondo che sta cambiando e nel ritorno di un interesse su alcuni asset economici e finanziari, questa terra ha delle potenzialità incredibili. Oggi viviamo tutta la questione trumpiana del sovranismo che vuole distruggere la globalizzazione, sbatteremo i denti perché questa cosa non sarà possibile. Il nostro pomodoro lo vogliamo far diventare un brand ed esportarlo in Russia? Vedo che c'è una giovane classe dirigente foggiana molto interessante: penso a Raffaele Piemontese e ad alcuni giovani assessori del Comune di Foggia. Dobbiamo guardare al futuro.
Come si riparte?
Per come conosco la mia amata terra, l'iniziativa può essere assunta solo da qualche personalità illuminata, direi del mondo della politica, che davvero da domani inizia ad aprire una consulta per il territorio foggiano, dove fa l'elenco delle persone che hanno le potenzialità economiche e gestionali per risollevare il territorio e ognuno per le proprie competenze si mette a tavolino e inizia a ragionare su come brandizzare questo territorio, da un lato. Dall'altro lato la politica deve facilitare questa operazione. Dal sindaco di Foggia mi aspetto che il centro storico di Foggia torni a brillare, che le periferie siano piene di servizi. Mi aspetto che il sindaco renda questa città più pulita, più bella, più ordinata e più funzionale. Mi aspetto che la Regione non tocchi neanche per sogno la possibilità che l'aeroporto chiuda. Mi aspetto che qualcuno prenda un'iniziativa e metta al tavolo tutti i grandi imprenditori foggiani.
Ha mai avuto modo di parlare con la sindaca?
Mai.
Tornerebbe a vivere a Foggia?
Sì, senza ombra di dubbio, ritornerei con l'idea però di poter dare il contributo a questo processo di ripartenza. Non ritornerei per una questione di piacere del mare, del clima, della comodità. Se io posso fare la mia parte in un progetto evolutivo del genere con un'offerta, come dire, professionale, consona al lavoro che io ho maturato con molta fatica in questi anni, tornerei molto volentieri per fare la mia parte.
di Lucia Piemontese
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