Mancano ormai pochi giorni alla chiusura delle liste, fissata per venerdì prossimo, ma nel Movimento 5 Stelle di Capitanata i giochi sono già fatti. La capolista sarà la consigliera regionale uscente Rosa Barone, in carica dal 2015, già presidente della Commissione speciale di studio e inchiesta sulla criminalità in Puglia e, fino a pochi mesi fa, assessora regionale al Welfare. Un profilo di peso, che ha ottenuto la deroga speciale proposta da Giuseppe Conte e approvata dal Consiglio nazionale del Movimento. La deroga consente a Barone di correre nuovamente nonostante il limite dei due mandati, ed è il segnale politico più evidente di una scelta chiara da parte dei vertici locali: puntare tutto su di lei. Attorno al suo nome, infatti, si è costruita l’intera lista foggiana, che sarà completata da Michele Longo, Angelo Masucci, Giusy Albano, Laura Valentino, Gianluca Totaro e Stefano Santangelo. Una squadra che ufficialmente il Movimento presenta come rinnovata, inclusiva e territoriale. Ma dietro l’immagine di unità e coesione si nasconde una regia politica ben più attenta e calcolata, che secondo i beninformati risponde a un solo obiettivo: blindare l’elezione di Barone, evitando la dispersione di voti e possibili insidie interne. A orchestrare l’operazione sarebbe stato il coordinatore provinciale ed eurodeputato Mario Furore, che nelle ultime settimane avrebbe lavorato in stretto contatto con il gruppo regionale e con la segreteria politica di Conte. “Furore ha condotto - raccontano fonti del Movimento - una vera e propria battaglia interna per evitare che nella circoscrizione di Foggia potessero scendere in campo candidati potenzialmente forti o ingombranti”. Primo fra tutti Aldo Patruno, ex direttore del Dipartimento Turismo e Cultura della Regione Puglia, nome noto nel centrosinistra pugliese, stimato per competenza amministrativa e capacità di costruire consenso trasversale. Patruno sarebbe stato un concorrente diretto per Barone, soprattutto nell’area del voto moderato e progressista. Alla fine, la soluzione è stata trovata con un compromesso politico. Patruno correrà con il Movimento 5 Stelle, ma nelle circoscrizioni di Bari e della BAT, lasciando a Barone campo libero nel Foggiano. Una scelta di equilibrio, spiegano ufficialmente dal Movimento. Ma per molti attivisti è stata piuttosto una mossa di protezione, un modo per evitare che la competizione interna mettesse a rischio la candidatura di punta. Non meno significativa l’esclusione di Mario Dal Maso, consigliere comunale e provinciale, tra i volti più attivi del M5S foggiano.
Dal Maso avrebbe espresso la volontà di candidarsi in prima persona, ma la risposta arrivata dai vertici sarebbe stata netta: nessuno spazio. “Troppo rischioso, avrebbe tolto voti a Barone”, spiegano fonti vicine alla direzione provinciale. Dal Maso non l’avrebbe presa troppo bene e non avrebbe fatto nulla per nasconderlo. Nei giorni scorsi, sui social, avrebbe espresso apertamente il proprio disappunto, criticando la candidatura dell’avvocato Angelo Masucci.
Masucci, legale sanseverese e cassazionista, è conosciuto per il suo impegno nella tutela delle vittime di mafia e nella promozione della legalità. Ma si presenta come civico indipendente, non iscritto al Movimento. Un elemento che, pur valorizzato dai vertici come segno di apertura alla società civile, è stato letto da una parte della base come un’ulteriore forzatura. “È un esterno, e lo rivendica pure”, commenta amaramente un attivista.
Attorno a Masucci e ad alcune delle altre candidature, come quella di Michele Longo – vicesindaco di San Giovanni Rotondo, appartenente a una famiglia storicamente più vicina al centrodestra – serpeggia una diffusa insofferenza di fondo. Non tanto verso i nomi in sé, quanto verso l’impostazione generale di una campagna elettorale che molti percepiscono tutta al servizio di Rosa Barone.
“La linea è quella di concentrare i voti e blindare il seggio. Ma così rischiamo di farlo perdere”, confida un attivista foggiano a l’Attacco. I risultati delle ultime elezioni regionali in Toscana, Marche e Calabria – dove il M5S ha perso terreno rispetto ai cicli precedenti – pesano come un macigno nelle analisi dei militanti.
“In un momento in cui il Movimento è in calo ovunque, serviva una campagna plurale, non una lista costruita attorno a un nome solo”, è l’opinione diffusa nelle chat interne. Eppure, dall’entourage di Barone si difendono: “Rosa rappresenta una garanzia di credibilità e continuità per il Movimento, in un territorio difficile come la Capitanata. È conosciuta, stimata e ha radicato un lavoro serio in Regione”. L’obiettivo, sottolineano i suoi sostenitori, è dare stabilità e autorevolezza alla proposta pentastellata, dopo anni di turbolenze e di fratture interne. Ma le divisioni, per ora, restano. E si sommano a una stanchezza diffusa nella base, che fatica a ritrovare lo spirito originario del Movimento.
In Capitanata, dove il M5S alle politiche del 2018 era primo partito con percentuali record, oggi la macchina organizzativa appare più fragile, attraversata da personalismi e diffidenze. “Il problema – spiega una fonte interna – è che si decide tutto a Bari e a Roma, senza ascoltare più i territori”. Insomma, il clima resta teso.
Venerdì, alla chiusura delle liste, l’operazione Barone sarà completata. Ma la vera partita per il Movimento 5 Stelle di Foggia inizierà subito dopo, e sarà quella di ricompattare un gruppo diviso e convincere una base scettica che la scelta di puntare tutto su un solo nome non sia l’ennesima prova di un partito che, anche a livello locale, ha smarrito la sua vocazione originaria di partecipazione e orizzontalità.
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