Se si guarda alla storia del sito di Faragola corre alla mente l’immagine della Fenice, il mitologico uccello in grado di controllare il fuoco e di risorgere dalle proprie ceneri. Il sito, ubicato nel territorio di Ascoli Satriano, grazie alla campagna di scavi durata otto anni, dal 2003 al 2010, consegna ai visitatori l’immagine di una villa romana tardo antica lungo il percorso della via Aurelia Aeclanensis che collegava Herdonia ad Aeclanum, mettendo in comunicazione la via Appia e la via Traiana. Il sito di Faragola racconta una storia lunga oltre un millennio, iniziata in età preromana (VI-III a.C.) con un villaggio daunio e proseguita in età romana, con il suo apice in età tardoantica (IV-VI d.C.), quando era attiva una grande villa, appartenuta verosimilmente ad una facoltosa famiglia dell’aristocrazia senatoria, dotata di terme con mosaici policromi, vasche, piscina, sale fredde, tiepide e calde, ambienti residenziali, magazzini, una sala da pranzo estiva, con pavimenti e pannelli in opus sectile marmorei e vitrei, giochi d’acqua e lo stibadium, una tipologia di divano per banchetto allora in voga. La villa tardo antica di vite ne ha vissute molte, tra splendori e miserie, essa subì un corposo intervento di restauro ad opera degli archeologi dell’Università degli Studi di Foggia, diretti dai docenti Giuliano Volpe e Maria Turchiano. Cosa rappresentò quella lunga campagna di scavi è noto nel mondo accademico non solo foggiano: una vera fucina di sperimentazione nei diversi campi dell’archeologia, della didattica, della fruizione e perfino della memoria. Il cantiere di Faragola non si fermò neppure dopo lo scavo che portò alla luce ciò che quel sito era in passato, ma fu il fuoco a porre una brutta battuta d’arresto ad una comunità fatta di accademici, docenti, funzionari di Stato ed amministratori. Ma, oggi, dopo 9 lunghi anni, Faragola è stata riaperta al pubblico e, proprio come la Fenice, è risorta, ancora una volta. La riapertura al pubblico di uno dei siti archeologici maggiormente attenzionati dalla comunità accademica foggiana e non solo, per la provincia di Foggia rappresenta un ritorno al fermento istituzionale e culturale verso un bene pubblico che con la sua storia e la sua bellezza ha saputo catturare l’attenzione anche dei non addetti ai lavori. La data della riapertura di Faragola era stata annunciata da Nicola Gatta, Responsabile unico del contratto del CIS Capitanata, durante la conferenza stampa promossa lo scorso 2 settembre dal gruppo provinciale di Fratelli d’Italia per l’organizzazione della festa per i 1413 giorni del governo Meloni.

Sarà una notte da ricordare al Gaia Club di San Giovanni Rotondo: arriva Fabrizio Corona in persona. San Giovanni Rotondo si prepara a vivere una serata indimenticabile che verrà ricordata a lungo. Al Gaia Club Restaurant di San Giovanni Rotondo l’appuntamento è con una speciale cena spettacolo con ospite Fabrizio Corona, per una notte speciale pensata per unire gusto, intrattenimento, musica e nightlife in un’atmosfera elegante ed esclusiva.

Per anni la Cappella della Maddalena è rimasta lì, nel cuore di Palazzo San Domenico, come una ferita aperta. Il luogo che custodisce alcuni tra gli affreschi più antichi della città –soprattutto L’Albero di Jesse - che, allo stesso tempo, mostra senza filtri il peso del tempo e dell’incuria soprattutto. Ne abbiamo scritto più volte su queste colonne, documentando il progressivo deterioramento dell’antica abside della chiesa di San Domenico: un bene che appartiene alla storia profonda di Manfredonia e che da anni attendeva un segnale concreto. Quel “segnale” è arrivato adesso, con un tempismo che non può essere definito virtuoso ma che almeno rompe l’immobilismo. L’assessora alla Cultura del Comune di Manfredonia, Maria Teresa Valente, ha annunciato l’affidamento delle indagini conoscitive a Maddalena Leonardo, restauratrice specializzata. È la fase preliminare, cioè quella che servirà a capire quanto è profonda la ferita, quali materiali sono compromessi e che tipo di interventi saranno necessari. Un primo passo concreto dopo anni di sollecitazioni. L’antica abside della chiesa di San Domenico è un frammento tardoduecentesco che ha attraversato una storia quasi romanzesca. Separata dalla chiesa, colmata di detriti e interrata, poi trasformata in torre di avvistamento, infine inglobata nel carcere. Solo nel 1895 tornò alla luce, rivelando gli affreschi che oggi conosciamo: il San Nicola, il San Domenico, la Maddalena con la deposizione di Cristo e, soprattutto, L’Albero di Jesse: il più prezioso e il più compromesso. La questione è annosa, basti pensare che già nel 1897 il Comune chiese un contributo ministeriale per restaurarlo. Più di un secolo dopo, siamo ancora qui a parlare di urgenza. Un’urgenza che, oggi, è evidente. L’Albero di Jesse è ridotto molto male: lo abbiamo scritto, fotografato, mostrato ai lettori. L’acqua scivola lungo le pareti, la pellicola pittorica è instabile, le cromie sono sbiadite, alcune parti sono ormai irrecuperabili. 

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