L’interrogativo che l’Attacco si è posto è se TEDx riesca davvero a sedimentare nella comunità foggiana i contenuti e gli spunti emersi durante l’evento al Teatro Umberto Giordano, oppure se le idee condivise sul palco siano destinate a rimanere intrappolate tra le pareti della sala, senza riuscire a oltrepassarle. Chi ha seguito alcune edizioni di TEDx a Foggia ne muove una critica netta. I temi affrontati, seppur interessanti e approfonditi da illustri speaker, rischiano di rimanere circoscritti alla platea dell’evento. Perché possano produrre un effetto concreto, avrebbero bisogno di essere elaborati, discussi e metabolizzati dall’intera comunità, e non soltanto da chi ha acquistato un biglietto per assistere all’evento. “A mio modo di vedere, è l’ennesima declinazione di una formula globale che, dopo anni di repliche, comincia inevitabilmente a mostrare i segni del tempo. Il meccanismo è ormai noto: un palco, una scenografia studiata, tempi rigorosamente scanditi, una successione di speaker, biografie da raccontare, cadute e risalite, esperienze personali trasformate in pillole di ispirazione. Poi gli applausi, le fotografie, i video, i social. E soprattutto gli speech: brevi, confezionati, emotivamente efficaci, spesso impeccabili nella forma. Non mi ha mai appassionato: quella che qualche anno fa poteva apparire come una formula innovativa oggi rischia di sembrare una formula globalizzata, standardizzata e persino un pò vecchia. Un format replicabile quasi identico in qualunque città del mondo, nel quale cambiano i protagonisti ma non cambia davvero la grammatica dello spettacolo. Si riduce ad un evento piacevole, che trasmette qualche ispirazione individuale e una lunga serie di contenuti da condividere sui social, allora bisogna avere l’onestà di chiamarlo per quello che è: uno spettacolo. Legittimo, certamente. Ma pur sempre uno spettacolo. Cosa rimane alla comunità quando le luci si spengono, il palco viene smontato e gli speaker sono ripartiti? La risposta, troppo spesso, è: poco. A volte nulla. Rimangono le fotografie, i video, i post sui social, qualche frase sottolineata mentalmente, l’emozione di una testimonianza, magari la soddisfazione di aver assistito a uno spettacolo ben costruito. Quindi a mio giudizio TEDx lascia una scia utile per il mondo dei social e poco altro”.

Ago, filo, metri di stoffa e tessuti di tutti i colori, tanto studio e altrettanta passione: Rosanna Scibinico, da 39 anni, è la costumista, la donna che cuce, confeziona, rammenda e ripara i costumi medievali di “Suoni, sapori, colori di Terravecchia”, la manifestazione che ogni settembre, da quasi quarant’anni, fa tornare Pietramontecorvino ai fasti e alle suggestioni del Medioevo. È una storia nella storia la sua. “Si può dire che abbia intessuto l’anima di questa straordinaria manifestazione”, dichiara Alessia Tedesco, presidente della Proloco di cui la costumista di SSCT è parte integrante e punto di riferimento. 

C’è un momento in cui restare dove siamo non basta più. Un istante sospeso tra la sicurezza di ciò che conosciamo e l’incertezza di ciò che ancora non vediamo. È proprio lì che comincia il salto. Sabato 7 novembre, il Teatro Umberto Giordano di Foggia torna ad accendere le luci sul palco di TEDxFoggia, con una nuova edizione dedicata a un tema che parla di cambiamento, coraggio e possibilità: “The big leap”, Il grande salto. Non un salto nel vuoto, ma un salto dentro il possibile. Quello che facciamo quando decidiamo di lasciare il già noto per scoprire cosa c’è dall’altra parte. Dal pallino rosso di TEDxFoggia, quest’anno si parlerà di salti che cambiano le traiettorie: dalle scoperte che spostano in avanti i confini della conoscenza alle trasformazioni della società; dall’intuizione creativa capace di trasformare un ostacolo in una possibilità fino ai grandi cambiamenti personali, quelli che richiedono di lasciare andare ciò che non ci appartiene più per costruire una nuova direzione. Perché il salto non è soltanto ciò che accade quando si arriva dall’altra parte. È soprattutto quello che succede nel momento in cui si decide di saltare. È lì che intervengono consapevolezza, coraggio e azione. È lì che il vuoto smette di essere qualcosa da temere e diventa uno spazio da attraversare. TEDxFoggia2026 porterà sul palco del Teatro Umberto Giordano pionieri, ricercatori, innovatori e visionari, chiamati a raccontare idee, esperienze e prospettive capaci di farci guardare oltre il limite del già conosciuto. Nata nel 2017 dall’iniziativa di un gruppo di professionisti con il sogno di portare il mondo TED a Foggia, la missione di TEDxFoggia è poter impattare sulla vita delle persone, selezionando e diffondendo “idee che cambiano tutto”. Ad oggi vanta 56 speaker di altissimo livello che, dopo aver ispirato il pubblico, a distanza di anni continuano a raccogliere consensi sui TEDx talk online, sempre nello spirito delle “idee che cambiano tutto”. TED nasce nel 1984 come una conferenza in cui convergono Tecnologia, Intrattenimento e Design, ma oggi abbraccia una moltitudine di comunità e iniziative in tutto il mondo, spaziando dalla scienza agli affari, dall’istruzione all’arte, fino alle grandi questioni globali. Ogni anno, migliaia di eventi TEDx, organizzati in modo indipendente, riuniscono persone in ogni continente per condividere idee, stimolare il confronto e creare ponti tra le comunità. La genesi di TEDxFoggia la racconta a l’Attacco Giuseppe di Brisco, chief curator: “L’idea nacque da una sfida, una sfida forse anche fin troppo personale, che aveva in sé una domanda: perché non a Foggia? Questa sfida venne fatta da me in primis, ma poi coinvolsi quasi naturalmente la mia strettissima collega, Chiara Sciannamè di Vieste, che da Milano è tornata in Capitanata. Non abbiamo mai cercato di osare, di avere quel coraggio che ci permettesse di fare quel salto oltre l’ostacolo. Credo che questo sia stato il motivo predominante. L’altro motivo è stato anche quello di testare le proprie capacità organizzative, di mettere a sistema e verticalizzare le conoscenze, di gestire gli speaker e di ricercare personaggi capaci di incuriosire il mondo, la città e le persone”.

Disegnatore, saggista ed esperto di storia della caricatura, Francesco Granatiero ha costruito negli anni un percorso che unisce rigore filologico e invenzione visiva, muovendosi con naturalezza tra studio, divulgazione e pratica artistica. È riconosciuto come il principale studioso di Antonio Manganaro - grande disegnatore satirico dell’Ottocento -, al quale ha dedicato ricerche sistematiche e contributi pubblicati su riviste specialistiche. Dal 2014, collabora come esperto di storia della satira con il mensile internazionale Buduàr – Almanacco dell’arte leggera, dove ha firmato saggi dedicati non solo a Manganaro ma anche ad altri autori pugliesi quasi dimenticati dalla storiografia artistica, come Tommaso Bianco e Menotti Bianchi. Accanto all’attività di ricerca, ha sviluppato una produzione grafica che dialoga con la tradizione dell’ “umorismo disegnato” italiano, ma anche con la cultura letteraria e giornalistica del Novecento. Le sue vignette, le illustrazioni e le composizioni allegoriche sono state oggetto di recensioni, interviste e approfondimenti firmati da studiosi, bibliotecari, giornalisti e critici, a testimonianza di un lavoro che ha saputo intrecciare memoria culturale e sguardo contemporaneo. Negli ultimi anni, questa traiettoria si è aperta a una nuova frontiera: l’intelligenza artificiale generativa, che Granatiero ha trasformato in un ulteriore strumento di ricerca estetica e satirica, senza mai perdere il legame con la tradizione che lo ha formato. L’eclettico 55enne sipontino Francesco Granatiero sta vivendo nuove esperienze tra la tradizione della caricatura italiana e la grammatica visiva dell’intelligenza artificiale. La sua satira è, da sempre, un dispositivo critico che guarda il mondo e lo restituisce attraverso immagini. Da anni, la sua matita ha costruito figure allegoriche. Poi, all’improvviso, è arrivata l’intelligenza artificiale generativa e qualcosa si è trasformato. La svolta è stata immediata. “L’ho capito subito” dice a l’Attacco, ricordando il primo incontro con le piattaforme di generazione visiva. “Una curiosità, ma anche, in un certo qual modo, un’urgenza creativa”, spiega. È come se la sua ricerca - che da anni si muove tra storia della caricatura e sperimentazione grafica - avesse trovato un nuovo modo di interrogare le immagini. Il passaggio dalla matita al prompt, però, non è stato indolore. Granatiero lo descrive come una fase di adattamento complessa, quasi faticosa, dal momento che “ha comportato un notevole sforzo di energie unito alla perdita di parecchio tempo”. 

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