Il dibattito interno al Partito Democratico di Capitanata continua ad allargarsi. Dopo l'analisi pubblicata nei giorni scorsi da l'Attacco e l'intervista di ieri all'assessora comunale di Cerignola Teresa Cicolella, che aveva condiviso le riflessioni avanzate oltre un anno fa da Enzo Quaranta sulla necessità di rafforzare il ruolo dei territori e della federazione provinciale, un'altra voce del partito interviene sul momento che attraversano i dem foggiani. A parlare è Michele Lacci, dirigente del Pd di Apricena e componente della segreteria provinciale, che torna sul tema già affrontato nel febbraio del 2025 proprio sulle colonne di questo giornale e sostiene come, a suo giudizio, da allora le criticità emerse non solo non siano state superate, ma si siano ulteriormente accentuate. Il punto, spiega, non riguarda le persone, bensì il metodo con cui il partito affronta le proprie scelte politiche e organizza il confronto interno. “Condivido pienamente il giudizio espresso da Teresa Cicolella. Rispetto a un anno e mezzo fa non è cambiato nulla. Anzi, la situazione è ancora più complessa. In vista delle elezioni provinciali dello scorso aprile la segreteria provinciale si è riunita soltanto due volte, ma di fatto la costruzione della lista è stata demandata ad altri sistemi organizzativi e non agli organismi del partito. Il Pd è un partito con una base storica di iscritti e militanti, sia a livello nazionale sia in Capitanata. È proprio questo il punto. Se quella base viene ascoltata e coinvolta, risponde presente. Se invece viene esclusa dai processi decisionali e tutto viene affidato ai signori dei voti, è inevitabile che si allontani”.
Per Lacci il nodo centrale è la rappresentanza dei territori e il ruolo degli organismi dirigenti. “Il coinvolgimento non significa valorizzare l'amico che amministra un Comune, ma la struttura del partito presente in quel territorio. Altrimenti non avrebbe più senso avere un segretario, una segreteria e un direttivo. Le persone si sentono parte di una comunità politica soltanto se questi organismi vengono fatti funzionare. Se oggi nel partito si sta aprendo un varco lo capiremo nei prossimi mesi. Di sicuro il tema è stato posto e se alle riflessioni che facemmo io ed Enzo Quaranta un anno fa oggi si aggiungono altre voci significa che non si trattava di un ragionamento campato in aria, ma di un problema reale”. Il dirigente dem richiama quindi le imminenti scadenze elettorali e lamenta l'assenza di un confronto all'interno della federazione provinciale. “Per quanto riguarda le elezioni amministrative, comprese quelle del prossimo anno a Cerignola, fino a questo momento non c'è stata alcuna discussione nella federazione provinciale. Se la persona che raccoglie più consenso all'interno del partito, come Raffaele Piemontese, dopo essere stata sostenuta da tanti dirigenti e militanti, sceglie poi di puntare su persone che nel partito non si sono formate, indipendentemente dalle loro qualità, ma che provengono da esperienze esterne, viene spontaneo chiedersi quale senso abbia continuare a militare e a spendersi quotidianamente per il Pd. Che senso ha essere dirigente di un partito se poi vengono premiati percorsi che del partito non fanno parte?”. Il riferimento, abbastanza esplicito, è alle candidature di Rossella Falcone e Maria Fiore alle scorse elezioni regionali.
Per Lacci lo stesso ragionamento vale anche per le prossime scelte che interesseranno la federazione, a partire dalle candidature future e dalla gestione delle situazioni aperte nei diversi territori della provincia. A suo giudizio, proprio la mancanza di un confronto preventivo rappresenta il principale limite della fase che sta vivendo il Pd di Capitanata. “Sulla candidatura al Parlamento di Piemontese bisogna discutere. Non può essere una scelta considerata scontata. Se tutte le candidature fossero già decise, non ci sarebbe bisogno dei circoli territoriali. Ci sono tante questioni da affrontare, come quella di San Severo, che non può essere lasciata al caso. Al di là degli aspetti procedurali esiste un tema politico. Se un consigliere comunale o un intero gruppo politico arriva a porre pubblicamente un problema, credo che quel problema sia stato sollevato anche all'interno del partito. La discussione politica va fatta, non può rimanere sospesa. San Severo è una comunità vicinissima alla mia e conosco bene le difficoltà di quel territorio. Da oltre dieci anni non riesce a esprimere una rappresentanza regionale perché non si è riusciti a costruire un'alternativa politica credibile. È la federazione provinciale che deve assumersi la responsabilità di affrontare questi problemi”.
Il ragionamento torna quindi sul funzionamento dell'organizzazione provinciale e sul ruolo del segretario. “Il tema della rappresentanza provinciale non è essere più o meno vicini a Raffaele Piemontese, ma essere vicini al partito e ai suoi principi organizzativi. Lo dissi già un anno e mezzo fa e lo ribadisco oggi. È molto difficile trovare il tempo necessario per guidare una federazione così grande, in una provincia così vasta, e contemporaneamente amministrare una città facendo il Sindaco”, dice a proposito di Pierpaolo d’Arienzo. “Il nostro è un partito plurale, non un partito personale. C'è una questione di metodo che va affrontata. Il problema non è stabilire a chi si è più vicini, ma capire se esistono il tempo e la volontà di gestire davvero il partito, risolvere i problemi dei territori e sostenere chi ogni giorno lavora per il Pd. Io credo che debbano essere valorizzate prima di tutto le persone che si spendono per il partito nelle comunità locali”. Sul possibile segretario provinciale, Lacci evita accuratamente di indicare nomi. “Se Emilio Di Pumpo sia la persona giusta non spetta a me dirlo. Sarebbe in contraddizione con quello che sostengo. Se chiedo una discussione vera, non posso essere io il primo a indicare un candidato. Posso dire che è una persona capace e che, come lui, nel Pd ci sono tanti dirigenti preparati che potrebbero guidare la federazione. Poi ciascuno avrà le proprie aspirazioni personali”.
Nella parte conclusiva della riflessione, il dirigente dem allarga lo sguardo oltre i confini della provincia, pur ribadendo la necessità di riportare al centro il ruolo del partito. “La politica è diventata sempre più personalistica e questo non riguarda soltanto la provincia di Foggia. Sarebbe troppo facile attribuire tutte le responsabilità al nostro territorio. Però il fatto che accada un po' ovunque non significa che sia giusto. Un partito si personalizza quando le figure che lo rappresentano vengono scelte in base alla vicinanza a qualcuno e non attraverso un percorso condiviso. È in quel momento che perde il partito e prevale la figura predominante. Io, invece, sto dalla parte del partito e della collegialità delle decisioni. Per questo continuerò sempre a sostenere un coinvolgimento ampio. Io ed Enzo Quaranta non siamo stati marginalizzati dopo aver espresso queste idee, perché quella marginalizzazione era già iniziata prima e le elezioni regionali lo hanno dimostrato. Non voglio fare la vittima e non è questo il punto. Lo ribadisco oggi come un anno e mezzo fa. Non bisogna sostituire un gruppo dirigente con un altro, ma cambiare il metodo”, conclude. “Altrimenti rischiamo di smettere di essere un partito strutturato. Con il livello di personalizzazione che oggi caratterizza la politica diventa sempre più difficile chiedere alle persone di impegnarsi gratuitamente in un partito se poi i metodi sono diversi da quelli che diciamo di voler difendere”.
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