Ricordo di Ciuffreda 36 anni dopo l’omicidio, De Santis: “Si riaprano le indagini per arrivare agli esecutori”

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Trentasei anni dopo, il nome di Nicola Ciuffreda torna a porre una domanda a cui Foggia non è mai riuscita a dare una risposta. È possibile tornare a indagare, alla luce di quanto emerso negli anni successivi, su quell’omicidio? È la questione che l’assessore alla Legalità Giulio De Santis ha da tempo riportato al centro del dibattito pubblico sulla mafia foggiana e che ha riproposto ieri, in occasione della commemorazione dell’imprenditore edile, ucciso il 14 settembre 1990 con otto colpi di pistola mentre entrava nel suo cantiere insieme al figlio. La ricorrenza si è trasformata così in qualcosa di più di un semplice appuntamento con la memoria. La giornata, organizzata dall’Associazione nazionale magistrati, dal Comune di Foggia attraverso gli assessorati alla Sicurezza e Legalità e alla Cultura, dal presidio di Libera “Nicola Ciuffreda e Francesco Marcone” e dall’Istituto comprensivo “Foscolo-Gabelli”, ha riportato in primo piano una vicenda rimasta senza esecutori e mandanti individuati. Proprio da quella pagina giudiziaria muove l’impegno di De Santis. “All’epoca dell’omicidio di Ciuffreda non c’era ancora quella stagione di antimafia sociale maturata dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino”, ha detto l’assessore a l’Attacco. “Foggia non era pronta a reagire e non reagì. Rimase in silenzio. Oggi abbiamo la necessità di ricordarlo e di fare in modo che si riaprano le indagini per arrivare agli esecutori dell’omicidio”. La riflessione di De Santis parte dal processo Panunzio. “È emerso successivamente che l’uccisione di Giovanni Panunzio era collegata a quella di Nicola Ciuffreda”, ha affermato. Il riferimento è alla sentenza della Corte d’Appello di Bari del 15 luglio 1997, richiamata anche dalla Commissione parlamentare antimafia nella ricostruzione della vicenda Ciuffreda. In quel procedimento venne affrontata la storia della criminalità organizzata foggiana e, secondo quanto riportato negli atti richiamati da De Santis, l’omicidio di Ciuffreda era stato deciso dagli stessi soggetti che avrebbero poi ordinato l’uccisione di Panunzio. “Il Comune non può sostituirsi alla magistratura nell’individuazione dei responsabili, né può stabilire autonomamente se esistano i presupposti giuridici per riaprire un procedimento. Può però riportare pubblicamente l’attenzione su una vicenda che, nel 1991, arrivò alla richiesta di archiviazione per gli autori dell’omicidio rimasti ignoti”, ha spiegato l’assessore. La storia di Ciuffreda era quella di un imprenditore sottoposto a richieste estorsive molto pesanti. Prima due miliardi di lire, poi cinquecento milioni. Secondo la ricostruzione della Commissione parlamentare antimafia, che richiama gli atti del processo Panunzio, Ciuffreda non si arrese e rifiutò di pagare. La sua morte arrivò in una Foggia nella quale la consapevolezza della presenza mafiosa era ancora lontana da quella maturata negli anni successivi. Le organizzazioni criminali del territorio erano già in grado di esercitare una forte pressione sull’economia e sugli imprenditori, mentre la reazione sociale e istituzionale non aveva ancora assunto la dimensione che avrebbe conosciuto dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. “Allora non lo si diceva che a Foggia c’era la mafia, invece c’era e sparava”, ha sintetizzato De Santis. Da qui la scelta di portare la vicenda nelle scuole. “Una memoria che portiamo nelle scuole per insegnare ai ragazzi a non piegarsi all’illegalità e al crimine”, ha concluso. La giornata è iniziata a Parco San Felice, sul muro perimetrale della piscina comunale di viale Candelaro, con l’inaugurazione del murale antimafia realizzato dall’Anm. Un segno visibile dedicato alla memoria e collocato in uno spazio della città frequentato quotidianamente da giovani e famiglie. Poco dopo, l’iniziativa si è spostata nell’Istituto “Foscolo-Gabelli”, dove il presidio scolastico di legalità “Francesca Morvillo” ha organizzato l’incontro in ricordo di Ciuffreda, al quale hanno partecipato i figli dell’imprenditore assassinato. La commemorazione arriva peraltro dopo una discussione che negli ultimi tempi ha riportato la vicenda al centro dell’attenzione anche attraverso il confronto tra le famiglie Ciuffreda e Panunzio.

Una discussione nata sul terreno della memoria delle due vittime e sviluppatasi intorno alla diversa storia giudiziaria dei due omicidi. A sottolineare la distinzione è stata l’Associazione Giovanni Panunzio attraverso il suo presidente Dimitri Cavallaro Lioi, che ha definito Giovanni Panunzio “ad oggi unica vittima innocente di mafia riconosciuta dallo Stato in Capitanata”. Una posizione che parte da un dato formale e giudiziario preciso e che ha contribuito a riaprire il confronto sulla diversa collocazione delle due vicende nella memoria pubblica della città. In risposta, Giuseppe Ciuffreda, figlio di Nicola, ha invitato a non trasformare la memoria delle vittime in una competizione. Il senso della sua posizione è che l’antimafia debba rappresentare un terreno capace di unire e che le storie di Nicola Ciuffreda, Giovanni Panunzio e Francesco Marcone possano essere custodite insieme dalla città. Nel suo intervento ha ricordato anche la diversa sorte giudiziaria dei due omicidi. Nel caso Panunzio vennero individuati i responsabili attraverso le indagini e le successive dichiarazioni di Mario Nero. Per Ciuffreda, invece, esecutori e mandanti non sono mai stati individuati.

La risposta di Michele Panunzio, figlio di Giovanni, ha spostato il confronto su un altro piano. Riconoscendo il dolore della famiglia Ciuffreda, Panunzio ha insistito sulla necessità di mantenere distinte le due storie, soprattutto per quanto riguarda il percorso compiuto dal padre prima dell’assassinio e il materiale messo a disposizione degli investigatori. Giovanni Panunzio aveva denunciato le estorsioni, indicato gli autori delle minacce e raccolto elementi che sarebbero poi confluiti nelle indagini sulla criminalità organizzata foggiana. Nel confronto tra le due famiglie è emersa anche una proposta destinata ad assumere un peso particolare alla luce delle parole pronunciate ora da De Santis. Panunzio ha invitato Giuseppe Ciuffreda a tornare insieme sull’ordinanza di archiviazione relativa all’omicidio di Nicola, rileggendo quella vicenda giudiziaria alla luce della documentazione disponibile. È una richiesta che riporta l’attenzione proprio sul punto rimasto irrisolto per 36 anni, quello dell’identità di chi ordinò e materialmente eseguì l’assassinio.

Il caso giudiziario presenta infatti un elemento che oggi appare difficile da separare dal percorso compiuto successivamente dalla magistratura nel contrasto alla mafia foggiana. L’indagine sull’omicidio si concluse rapidamente. Il 5 marzo 1991, meno di sei mesi dopo l’assassinio, venne formulata la richiesta di archiviazione perché gli autori erano rimasti ignoti. Nel frattempo era stato individuato il responsabile del tentativo di estorsione ai danni dell’imprenditore, poi condannato a quattro anni. La responsabilità per l’estorsione, tuttavia, non portò all’individuazione di chi aveva deciso e compiuto l’omicidio. È proprio la distanza tra quella conclusione e ciò che sarebbe emerso negli anni successivi a rendere attuale la domanda posta oggi dall’assessore alla Legalità. Nel frattempo la conoscenza giudiziaria della mafia foggiana è cambiata profondamente. Processi, collaboratori e testimoni di giustizia, operazioni antimafia e sentenze hanno contribuito a delineare l’esistenza di organizzazioni criminali radicate nel territorio.

Il processo Panunzio ha rappresentato uno dei passaggi fondamentali di questa ricostruzione. È per questo che la richiesta di De Santis assume un significato politico. Non si tratta di stabilire oggi responsabilità che spettano alla magistratura, bensì di chiedere se quanto emerso in questi trentasei anni possa essere rivalutato alla luce dell’inchiesta che nel 1991 si concluse con la richiesta di archiviazione. Se esistano, cioè, elementi nuovi o conoscenze maturate successivamente che possano consentire di tornare a indagare sull’omicidio di Ciuffreda. È la domanda che ieri l’Attacco avrebbe voluto sottoporre anche alla presidente della sezione di Foggia dell’Anm, Sabrina Cicala. Al termine dell’iniziativa, però, la magistrata ha detto di essere di fretta e non si è soffermata sulla questione. Resta così sul tavolo la domanda che accompagna il nome di Nicola Ciuffreda da 36 anni. Se il quadro della mafia foggiana è stato ricostruito in profondità negli anni successivi al suo assassinio, è possibile che quella conoscenza possa oggi offrire una chiave diversa per rileggere un omicidio rimasto senza colpevoli? De Santis ha scelto di porre pubblicamente il problema e di chiedere che venga verificato dalle autorità competenti. La risposta, questa volta, spetta alla magistratura. 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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