San Severo, il moralismo dei finti duri e puri: chiedono pure soldi per il doposcuola in una struttura pubblica

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È necessario tornare su un passaggio tutt’altro che secondario dell’inchiesta sui Servizi Sociali a San Severo portata avanti da l’Attacco e ricostruita ieri sulle colonne del quotidiano: quello relativo all’utilizzo delle Officine di quartiere da parte delle associazioni. Anche qui emerge uno dei numerosi aspetti controversi di una vicenda che, tassello dopo tassello, continua a sollevare interrogativi. Quello che sarebbe stato messo in piedi dalle diverse cooperative sociali e dalle Associazioni di Promozione Sociale configura, alla luce dei fatti ricostruiti, un vero e proprio abuso delle strutture e delle opportunità messe a disposizione dal Comune. Come ha efficacemente sintetizzato il direttore de l’Attacco, Piero Paciello, nel corso dell’ultima nota di Detti&Contraddetti, dal titolo “Camillo, Pacentra, Venditti e le strane scelte del prefetto Cappetta”, “il nostro statuto di verità è un’altra cosa rispetto alla verità processuale e giudiziaria”. Ed è esattamente questo il punto. Un giornale non deve sostituirsi a un tribunale, né attribuire reati o responsabilità che spetta alla magistratura accertare. Ma sostenere questo non significa affatto che tutto ciò che non costituisce un reato, o che non sia ancora stato riconosciuto come tale, debba automaticamente essere considerato accettabile. Esiste una zona che precede il Codice penale e che riguarda la correttezza, l’opportunità, la trasparenza e la moralità di determinate scelte. Ed è proprio su questo terreno che la vicenda delle Officine di quartiere diventa emblematica. Perché quando strutture pubbliche, pensate per rispondere a finalità sociali e collettive, finiscono al centro di dinamiche che appaiono quantomeno discutibili, la domanda non può essere soltanto se sia stato commesso un reato. L’APS Fino in Cima, della quale è presidente Anna Sara del Buono, moglie di Gabriele Camillo, e la cooperativa sociale AttivaMente, riconducibile ad Antonio Stornelli, hanno utilizzato rispettivamente l’Officina di quartiere Grazia Pepe e l’Officina di quartiere di Palazzo Celestini per trarne profitto. Come evidenziato dall’ex Sindaca Lidya Colangelo, che, a seguito delle sue rimostranze, si guadagnò le antipatie di tutto il direttivo della Consulta delle Associazioni, “le Officine non nascono come sede dell’associazione, ma come luogo in cui l’associazione, che ha sede legale da un’altra parte, offre la propria attività al territorio”. Offrire sì, dunque, ma salvo compenso. In altre parole, veniva utilizzato un bene comune, realizzato e mantenuto a spese della collettività, per generare un ritorno economico a beneficio dei soggetti che lo utilizzavano.

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