Gli statuti delle confraternite di San Severo: un anno di ricerca dello storico d’Angelo diventa un libro

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È finalmente disponibile il libro, edito da Tgbook, dello storico Emanuele d’Angelo, frutto di circa un anno di ricerca e di studio dedicato agli statuti delle confraternite di San Severo: documenti di straordinaria importanza, capaci di restituire uno spaccato prezioso della storia, dell’organizzazione e della vita dei sodalizi cittadini. Il volume raccoglie e analizza gli statuti confraternali redatti per ottenere il regio assenso, a partire dal 1758, con lo statuto della Confraternita dei Morti, fino al 1803, con quello della Madonna delle Grazie. Nel mezzo trovano spazio gli statuti del 1777 del Soccorso, del Carmine, del Sacramento e del Rosario, oltre a quello del 1778 della Croce. Si tratta di documenti finora inediti, studiati direttamente sugli originali conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che consentono di riscoprire regole, consuetudini, devozioni, dinamiche interne e aspetti della vita quotidiana delle confraternite sanseveresi tra Settecento e Ottocento. Un lavoro di ricerca che nasce dal desiderio di restituire alla città una parte preziosa e ancora poco conosciuta della propria memoria storica, riportando alla luce fonti originali capaci di raccontare una San Severo lontana nel tempo ma sorprendentemente vicina nella sua dimensione sociale e comunitaria. La copertina è stata realizzata da Francesco Gravino, che ha disegnato sette confratelli indosso gli abiti delle confraternite ricostruiti nel modo più fedele possibile sulla base delle descrizioni contenute negli statuti. “Gli statuti sono la principale testimonianza della sinodalità delle confraternite, incarnano le loro anime, sono la loro carta d’identità, il libretto di istruzioni per la vita. Quelli trascritti e studiati in questo libro restituiscono, ciascuno a suo modo, la fisionomia di sette storici sodalizi di San Severo, liberi di scrivere le proprie regole, nel rispetto delle norme generali, facendo tesoro dell’esperienza di comunità, del confronto in assemblea, delle competenze dei singoli confratelli. Sono patrimonio storico e culturale, che parla di fede, di devozione, come pure di sincera cura del prossimo, del povero, quasi un monito per chi veste l’abito confraternale nei nostri tempi”, si legge nella quarta di copertina. Emanuele d’Angelo, dottore di ricerca in Italianistica, titolare della cattedra di Storia dello spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Bari e priore dell’Arciconfraternita del Carmine di San Severo, ha concesso a l’Attacco una lunga intervista per raccontare il mondo confraternale: “Le confraternite sono un mondo estremamente affascinante. Nel corso del ’700, prima con Carlo di Borbone e poi con Ferdinando IV, lo Stato cercò di controllare meglio il mondo confraternale. I motivi erano molteplici, soprattutto economici. Si fece un concordato tra Stato e Chiesa, nel quale il re sancì che le confraternite erano sotto la protezione regia. Per fare questo emanò un diktat, stabilendo che, per essere considerate esistenti, le confraternite avrebbero dovuto ottenere il regio assenso. I Morti, che furono i primi a presentare la richiesta, nel 1758 presentarono solo le regole, ma dimenticarono di far approvare la fondazione. Tant’è che successivamente, nel 1777, ripresentarono al re una richiesta di sanatoria”. Un lavoro condotto a partire dallo studio degli statuti originali delle confraternite di San Severo, consultati presso l’Archivio di Stato di Napoli: “È bellissimo vedere la supplica delle nostre confraternite e, soprattutto, le firme dei firmatari. Ti fai un’idea anche da come firmavano: alcuni in modo abbastanza insicuro, altri con il segno di croce. Dunque, c’è una fotografia sociale del tempo interessantissima, che le copie spesso e volentieri non permettevano di vedere”.

Prosegue quindi nella spiegazione: “Nel ’76, Bernardo Tanucci, primo ministro del re, uno degli autori dell’Illuminismo napoletano, favorevole a una forte laicizzazione del Regno di Napoli e contrario a una presenza pervasiva della Chiesa, disse: “Se non presentate la domanda per ottenere il regio assenso sulla fondazione e sulle regole, non potete più congregarvi”. Le confraternite anziane si muovono quasi tutte insieme, affrettandosi a fare i regolamenti e mandando questi statuti con la supplica. La cosa simpaticissima è che alcuni sono scritti in un italiano talmente traballante e sono anche pieni di correzioni, che denotano tutta la fretta con cui sono stati redatti. Le confraternite che sopravvissero grazie a quest’operazione, peraltro molto costosa, furono sei, oltre ai Morti: cinque nel ’700 – Soccorso, Carmine, Sacramento, Rosario nel 1777 e Croce nel 1778 – e poi le Grazie nel 1803. Tre muoiono nel 1778: Santa Monica, Sant’Onofrio e le Grazie, che vengono soppresse perché non avevano il regio assenso. Ma quella delle Grazie sopravvivrà con una specie di pia associazione, finché nel 1802 non verrà rifondata e nel 1803 chiese le regole. Per paura che non vengano approvate, fanno una cosa interessantissima: copiano quelle del Sacramento. Sono gli unici due statuti sovrapponibili”.

Nella lettura degli statuti, d’Angelo individua diversi particolari di grande interesse, di cui offre alcuni esempi: “Al Soccorso si accaniscono contro i confratelli che giocano d’azzardo. Evidentemente, era proprio una piaga che colpiva una parte dei confratelli di questa congregazione. Poi, ovviamente, si parla di adulteri e di tante altre cose. Ma ci sono anche aspetti molto interessanti relativi alla carità. Questo forse è l’aspetto più significativo. Le confraternite, ovviamente, non si occupano solo di culto, ma anche di fare del bene. E questo è uno dei motivi per cui il re le salva, perché proprio nel regio dispaccio del 1776 si dice chiaramente: “Non le possiamo togliere perché il bene che fanno è enorme e in molte parti del regno, se non ci fossero le confraternite, tanta gente vivrebbe in povertà. Mancano gli ospedali, mancano le strutture sanitarie, mancano le strutture di assistenza, manca tutto”. Per cui le confraternite aiutano e addirittura il re fa una stoccata tremenda ai preti, perché dice: “Se non ci fossero le confraternite che offrono il suffragio, i funerali, il seppellimento, ci sarebbero dei ministri di Dio poco pii che prenderebbero questi malcapitati e li priverebbero di tutte le loro sostanze per il funerale”. Le confraternite effettivamente facevano tanto. A San Severo è documentato proprio il bene fatto dal Carmine, che risulta effettivamente la più ricca. Una prova l’abbiamo negli statuti: tutte le confraternite impongono che si paghi la mesata. Al Carmine niente di tutto ciò. Si dice soltanto che le offerte versate dai confratelli saranno segnate e utilizzate per il loro suffragio quando moriranno. Altro elemento che ce lo conferma è che è l’unica confraternita che, nell’elenco delle caratteristiche degli amministratori che possono essere eletti, dice come primo elemento che debbano essere benestanti. Questo perché dovevano maneggiare dei capitali importanti, per cui non si poteva mettere una persona affamata. Cosa facevano con questi soldi? Si davano addirittura in prestito, senza interesse, a contadini, ad artigiani, a confratelli e a non confratelli che avessero necessità. Si vede che le confraternite più ricche hanno potuto investire anche in status symbol artistici. Poi negli statuti c’è anche l’aspetto della pietà popolare e delle tradizioni. Il culto che è nominato di più in assoluto in tutti gli statuti è quello della Madonna Addolorata”.

Poi, però, la necessità di reperire ingenti capitali per sostenere le spese militari porterà a un progressivo impoverimento delle confraternite, spiega lo storico: “L’interesse dello Stato a controllare la manomorta ecclesiastica e a ridurre il potere economico anche delle confraternite le porterà, a fine ’700, a non avere più soldi. Il Regno dovette battere cassa per le spese militari e le confraternite erano proprio la prima voce di spesa. Impose quindi delle donazioni alle casse militari da parte delle confraternite. E poi addirittura tutte le chiese, comprese le confraternite, dovettero dare tutti i preziosi non strettamente necessari al culto, perché bisognava fonderli per fare lingotti che servivano per le spese. Siamo proprio alla vigilia dell’arrivo dei francesi”.

Gli statuti, però, restituiscono anche un prezioso spaccato della dimensione sociale delle confraternite, conducendo il docente sanseverese a una conclusione che merita di essere evidenziata: “Loro erano veramente convinti di aver imboccato una via per la salvezza da laici, impegnandosi in questo modo, dando il proprio tempo, stando continuamente in chiesa. C’è una scuola di fede e di cristianesimo a un livello diverso, che non è quella del catechismo, ma quella di una comunità”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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