Si è espressa la Consulta delle Associazioni. Ci ha messo un pò, ma alla fine è arrivata la replica. Nella serata di lunedì scorso, la Consulta ha pubblicato un comunicato sulla vicenda relativa alle Officine di Quartiere di San Severo. Una comunicazione che, tuttavia, non porta alcuna prova documentale a sostegno di una ricostruzione alternativa a quella proposta da l’Attacco, liquidata invece come un insieme di semplici insinuazioni. È pertanto necessario analizzare, punto per punto, il contenuto del comunicato, verificandone affermazioni, ricostruzioni e riferimenti documentali, per comprendere quanto vi sia di concreto e quanto, invece, resti affidato alle sole dichiarazioni delle parti. 1. “Le Officine di Quartiere non sono spazi occupati né luoghi concessi attraverso canali informali o privilegiati. Sono il risultato di programmi di rigenerazione urbana finalizzati al recupero di immobili abbandonati o degradati e alla loro restituzione alla fruizione collettiva. Il contributo della Consulta e delle associazioni del territorio è stato determinante sin dalle prime fasi della progettazione, attraverso la partecipazione a tavoli pubblici e il confronto con tecnici e professionisti incaricati. Il volontariato locale ha messo a disposizione competenze, esperienze e conoscenza dei bisogni del territorio, contribuendo a costruire una visione degli spazi non limitata al recupero edilizio, ma orientata alla loro effettiva fruizione sociale”. Innanzitutto, chiariamo un punto. Le Officine di Quartiere inserite nel programma di riqualificazione urbana sono tre: la “Nino Casiglio”, a Palazzo Celestini; la “Luigi Minischetti”, nei pressi della Curia Vescovile; e la “Grazia Pepe”, in via Alessandrini. Quando il dirigente dell’Area V, Fabio Mucilli, ha redatto il progetto di rigenerazione urbana, lo ha fatto attraverso lo strumento della co-progettazione, coinvolgendo anche i potenziali fruitori degli spazi. È stato dunque attraverso il confronto e i suggerimenti di questi ultimi che è stato definito il progetto di rigenerazione. Sotto questo profilo, quindi, quanto affermato dalla Consulta è corretto. Il problema, però, si pone in un momento successivo. Quando la pubblica amministrazione deve affidare l’utilizzo di spazi di sua proprietà, deve infatti seguire una procedura trasparente: predisporre un avviso nel quale siano indicati i requisiti richiesti ai soggetti interessati, fissare un termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse, esaminare le domande pervenute sulla base di criteri preventivamente stabiliti e, infine, individuare i soggetti assegnatari. È l’articolo 55 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, il “Codice del Terzo settore”, a disciplinare questi strumenti. Il Comune può anche decidere di concedere un proprio immobile in comodato d’uso gratuito o a canone agevolato. Ma nulla di quanto descritto, nel caso delle Officine di Quartiere, risulta essere mai avvenuto. Lo stesso ex consigliere, Ciro Carmine Pistillo, ha raccontato un episodio che si inserisce pienamente in questa ricostruzione. Aveva manifestato la volontà di svolgere attività di doposcuola negli spazi dell’Officina di Quartiere di Palazzo Celestini, ma gli fu risposto che quei locali erano già occupati da un’altra associazione, che svolgeva la medesima attività a pagamento. 2. “Il rapporto tra Comune e Terzo Settore è stato formalizzato attraverso specifici protocolli d’intesa nella fase di candidatura dei progetti e, successivamente, mediante convenzioni sottoscritte a conclusione dei lavori e alla consegna degli immobili. La Consulta ha svolto e continua a svolgere una funzione di raccordo e informazione, favorendo il dialogo tra il tessuto associativo, la struttura tecnica comunale e gli organi di indirizzo dell’Ente. Le associazioni coinvolte operano nell’ambito delle rispettive forme giuridiche e degli obblighi normativi applicabili, con responsabilità in materia di trasparenza, rendicontazione, gestione delle attività e perseguimento delle finalità statutarie”. Nell’immediatezza e in via sperimentale, una volta conclusi i lavori di risanamento dei locali e in attesa della regolamentazione della disciplina concreta relativa al loro utilizzo, si decise di affidarne temporaneamente la gestione, per sei mesi, ad alcune delle associazioni componenti della Consulta, attraverso una procedura i cui criteri non sono mai stati chiariti. Quale fu, dunque, il criterio adottato per affidare quei locali proprio a quelle associazioni? È una delle domande che ci poniamo. Fatto sta che, nel febbraio del 2025, la forma giuridica individuata fu quella del comodato d’uso gratuito temporaneo, della durata di sei mesi. Scaduto il primo semestre, però, l’utilizzo dei suddetti spazi non venne disciplinato in via definitiva e si procedette a una proroga di altri sei mesi in favore delle medesime associazioni, scaduta nel febbraio 2026. Da quel momento, non risulta intervenuta alcuna ulteriore proroga né, tantomeno, è stata adottata una regolamentazione definitiva per l’utilizzo delle Officine di Quartiere.
3. “In alcune attività, come quelle di doposcuola e di carattere socio-educativo rivolte ai minori, possono essere richiesti contributi alle famiglie destinati alla copertura dei costi organizzativi e gestionali, quali personale educativo, materiali, assicurazioni e altre spese necessarie allo svolgimento dei servizi. La presenza di tali contributi non costituisce, di per sé, prova di un'attività lucrativa o di un uso privatistico degli immobili. Il Codice del Terzo Settore disciplina espressamente le condizioni alle quali le attività di interesse generale possono conservare natura non commerciale, considerando anche il rapporto tra corrispettivi e costi effettivi sostenuti”.
Quanto riportato dalla Consulta, su questo punto, è corretto. Nell’articolo 56, comma 2, del Codice del Terzo Settore, si stabilisce che “le convenzioni con la pubblica amministrazione possono prevedere esclusivamente il rimborso alle organizzazioni di volontariato e alle associazioni di promozione sociale delle spese effettivamente sostenute e documentate”.
Quindi, è vero che le associazioni possono chiedere il rimborso delle spese sostenute. Ma questo presuppone, innanzitutto, che l’attività sia stata preventivamente comunicata al Comune di San Severo, che ne sia stato autorizzato lo svolgimento e che siano state definite le modalità attraverso cui richiedere il rimborso. Soprattutto, le spese devono essere effettivamente sostenute e documentate. È stato fatto tutto questo? È stata prodotta la necessaria documentazione? È stata presentata una rendicontazione delle spese sostenute?
È proprio su questo punto, però, che emerge un elemento che merita un approfondimento. Fino in Cima APS, presieduta da Anna Sara del Buono, ha svolto presso l’Officina di Quartiere “Grazia Pepe”, dal 9 giugno al 31 luglio, un centro estivo rivolto a bambini di età compresa tra i 5 e i 13 anni, con attività organizzate dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19. La quota di iscrizione era di 30 euro a settimana, ai quali si aggiungevano 10 euro di assicurazione, da versare una tantum. In occasione del saggio conclusivo erano presenti, secondo quanto riferito, tra i 100 e i 150 bambini.
Facciamo, dunque, un calcolo, prendendo in considerazione il numero minimo di 100 partecipanti. Otto settimane di attività. Per la prima settimana, 100 bambini moltiplicati per 40 euro – 30 euro di quota più 10 euro di assicurazione – fanno 4.000 euro. Per le successive sette settimane, 100 bambini moltiplicati per 30 euro fanno altri 21.000 euro. Il totale è di 25.000 euro. A questa cifra va aggiunta la seconda parte del centro estivo, svolta dal 31 agosto all’11 settembre, esclusivamente per il turno pomeridiano. La tariffa prevista era di 20 euro per settimana, oltre ai 10 euro di assicurazione una tantum, salvo che questa non fosse già stata versata in occasione della prima parte del centro estivo. Anche in questo caso, mantenendo il calcolo di 100 bambini, abbiamo altri 4.000 euro: 20 euro per due settimane, moltiplicati per 100 partecipanti. Arriviamo così a un totale di 29.000 euro.
A questo punto, però, la domanda è inevitabile: le spese effettivamente sostenute e documentate, e quindi potenzialmente rimborsabili, ammontano davvero a una cifra prossima ai 30.000 euro? È una domanda alla quale, in assenza di una rendicontazione dettagliata, non possiamo dare una risposta. Ed è proprio per questo che riteniamo legittimo porla. Ci riserviamo, dunque, il diritto di dubitare e, soprattutto, di chiedere che siano i documenti a chiarire come siano state sostenute e rendicontate le spese relative alle attività svolte presso l’Officina di Quartiere “Grazia Pepe”.
La questione assume ancora maggiore rilievo alla luce dell’assenza di spese relative al fitto e alle utenze. Se, poi, a sovrintendere alle attività fossero stati esclusivamente volontari, dalle spese dovrebbero essere escluse anche quelle relative alle risorse umane. L’articolo 17, comma 3, del Codice del Terzo settore stabilisce espressamente che “l'attività del volontario non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere rimborsate dall'ente del Terzo settore tramite il quale svolge l’attività soltanto le spese effettivamente sostenute e documentate per l'attività prestata, entro limiti massimi e alle condizioni preventivamente stabilite dall'ente medesimo. Sono in ogni caso vietati rimborsi spese di tipo forfetario”.
Sul punto numero 4, intitolato “I fatti: servizi, attività e funzione pubblica delle Officine”, nel quale vengono elencate tutte le attività e i servizi offerti alla cittadinanza, non spetta a un organo di informazione stabilire la qualità di questi ultimi, ma ai cittadini stessi. D’altronde, non è mai stato messo in discussione questo aspetto. Il tema dell’inchiesta non è la qualità delle attività svolte, né tantomeno la loro utilità sociale. La questione è un’altra: con quali modalità gli spazi pubblici sono stati affidati e utilizzati e come sono state gestite e rendicontate le attività che vi si sono svolte.
5. “La Consulta ritiene legittimo e doveroso che l’utilizzo dei beni pubblici sia sottoposto a verifiche, controlli e valutazioni da parte degli organi competenti. Si evidenzia a tal proposito che le attività presso le officine sono state già oggetto di verifica e sopralluoghi da parte della Polizia Locale, i cui esiti delle attività di controllo non hanno formalizzato contestazioni di irregolarità”.
Nell’estate del 2025 arriva una segnalazione all’ex Sindaca Lidya Colangelo in merito all’utilizzo dell’Officina di Quartiere “Grazia Pepe” per attività di doposcuola a pagamento. Intervennero i Vigili Urbani, che rilevarono effettivamente la presenza di bambini e la riscossione di una tariffa. Ma anche attorno a questo episodio aleggia il mistero.
I punti 6 e 7 non necessitano di un’analisi particolare, in quanto contengono soprattutto frasi di circostanza che non entrano nel merito di quanto riportato nell’inchiesta sui Servizi Sociali de l’Attacco. Ed è proprio questo, alla fine, il punto. La Consulta rivendica trasparenza, controlli e chiarezza. Ma nel suo comunicato non vengono prodotti documenti, atti, rendicontazioni o elementi concreti capaci di smentire le questioni sollevate dall’inchiesta. Restano, dunque, le dichiarazioni. E restano, soprattutto, le domande. La chiarezza tanto decantata, almeno per ora, non c’è stata affatto.
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