Un aumento di 72 euro lorde in busta paga. Al netto, detraendo le tasse, il lavoratore troverà circa 40 euro in più. Il rinnovo del contratto nazionale di lavoro nel comparto della sanità pubblica è attualmente materia di contrattazione ma le novità, secondo alcune organizzazioni sindacali, sono deludenti al punto tale da minacciare l’abbandono delle trattative.
E’ il caso della Federazione Sindacati Indipendenti-USAE che ha proclamato ieri uno sciopero nazionale chiamando i lavoratori a manifestare davanti alle rispettive sedi dei consigli regionali. «Anche l’ultimo incontro di trattativa per il rinnovo del contratto del personale del comparto sanità – dicono - è stato inconcludente e, considerando che il triennio 2019-2021 scadrà fra circa tre mesi e la trattativa procede a rilento, ci sono tutti i presupposti per temere il peggio ed avviarsi cioè verso un rinnovo contrattuale economicamente inadeguato”. La Fsi-Usae ritiene che “le somme stanziate sono foriere di aumenti indecorosi per il personale della sanità, che esce con le ossa rotte da un’epidemia ancora in corso e già costretto ad ingoiare il rospo di un precedente contratto collettivo dagli aumenti evanescenti”.
“Inoltre, ad oggi – spiegano al quotidiano l’Attacco – non sembrano esserci i giusti presupposti e la volontà delle parti di prendere atto, nella riclassificazione del personale, della crescita delle competenze e delle specializzazioni che negli ultimi venti anni la legislazione ha imposto alle diverse professionalità nel settore delle professioni sanitarie. Né d’altro canto sembra che con l’attuale trattativa l’agenzia Aran voglia prendere atto dell’inquadramento degli Oss nel nuovo ruolo sociosanitario in modo adeguato”. L’organizzazione sindacale è convinta che gli operatori continueranno ad essere retribuiti "con paghe da fame".
Uno dei motivi per cui ha proclamato lo sciopero nazionale del comparto dopo aver riunito il proprio Consiglio Nazionale di Federazione "per coordinare le manifestazioni ai livelli regionali”. Le richieste sono molto chiare e si concretizzano in quattro punti: “aumenti sostanziosi degli stipendi base (2.000 € netti mensili), indennità professionali specifiche per operatori sanitari e socio sanitari, la revisione delle classificazioni con percorsi di carriera aperti e il riconoscimento delle competenze professionali, posizionamento nell’area dirigenziale delle professioni sanitarie”. Francesco Perrone, segretario regionale FSI-USAE Puglia, spiega al quotidiano l’Attacco: “Le trattative per il rinnovo del contratto nazionale sono inconsistenti. Stiamo aspettando il rinnovo da tre anni ma gli importi sono di piccola capienza. Protestiamo per spiegare le ragioni che ci rendono indisponibili alla sottoscrizione di questo contratto. Chiediamo che ci sia un trattamento economico soddisfacente per questi professionisti della sanità e di rivedere le indennità a livello di riconoscimento giuridico ed economico”.
“La manovra finanziaria dell’anno scorso – aggiunge Perrone - ha previsto un’indennità infermieristica ridicola di appena 40 euro. Chiediamo che ci sia un impegno da parte del governo italiano e di tutte le Regioni per convalidare aspetti economici e giuridici”. Achille Capozzi è il segretario territoriale di Foggia: “Non siamo d’accordo su questa impostazione, siamo l’unica organizzazione sindacale che non firmerà questo contratto. Riteniamo che il personale meriti qualcosa dopo due anni durissimi di pandemia. In questo periodo di emergenza abbiamo creato un vero e proprio esercito di precari avendo l’esigenza di assumere a chiamata diretta. Anche per questi lavoratori non vediamo soluzioni. Alcuni saranno stabilizzati forse con la legge Madia, ma su questo la Regione Puglia sta ritardando. Fino ad oggi abbiamo stabilizzato il personale del 2020 e non si prevede ancora nulla per il 2021. Tra questi lavoratori ci sarà chi avrà uno sbocco professionale a seguito del concorso ma c’è anche chi non ha potuto partecipare. Non possiamo lasciare al proprio destino questi lavoratori dopo 36 mesi di attività. Aggiungiamo l’annosa problematica degli OSS, persone che vengono a lavorare per otto mesi e poi vanno a casa ma succede in tutta la Regione Puglia. Riteniamo che vadano individuate soluzioni alternative, se non fosse stato per loro la sanità regionale non avrebbe retto alla pandemia”.
“La carenza di personale nel Foggiano non è nata oggi, ma da quando è avvenuta la trasformazione in azienda ospedaliera universitaria. In quell’occasione ci fu una dotazione organica misera, poi abbiamo patito per dodici anni il blocco delle assunzioni e finalmente da un paio di anni la Regione Puglia ha avviato i primi concorsi”. “Questo non risolve il problema – sottolinea Achille Capozzi- , la carenza c’è e non capisco perché a questi lavoratori non venga dato il giusto riconoscimento. Abbiamo una stima regionale, in Puglia tra infermieri, Oss e tecnici mancano all’appello circa 5mila operatori”. "Serve rispetto per gli operatori sanitari a cui va riconosciuta una dignità professionale che oggi nei fatti viene negata”, conclude Adamo Bonazzi, segretario nazionale del sindacato.
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