Spagna regolarizza, in Italia si muore ancora nei ghetti: “Sistema concepito per farli restare nell’illegalità”

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Mentre la Spagna sceglie di regolarizzare mezzo milione di persone e di portarle alla luce del diritto, in uno dei più grandi ghetti d’Europa si continua a vivere nell’ombra. Borgo Mezzanone, alle porte di Foggia, il più grande ghetto agricolo del Paese, è diventato il punto di osservazione scelto da Íñigo Domínguez, giornalista di El País, il più autorevole quotidiano spagnolo, per raccontare all’opinione pubblica europea due modelli opposti di gestione dell’immigrazione. Da una parte la Spagna del premier socialista Pedro Sánchez, che ha appena avviato una regolarizzazione straordinaria di oltre mezzo milione di immigrati irregolari; dall’altra l’Italia, dove migliaia di persone restano intrappolate nell’illegalità e nei ghetti, mentre i fondi del Pnrr destinati al loro superamento vengono definitivamente persi. Ieri l’Attacco ha accompagnato Domínguez all’interno del ghetto di Borgo Mezzanone insieme al fotoreporter napoletano Paolo Manzo e a Francesco Strippoli, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle a Foggia e attivista dell’associazione NoCap. Un sopralluogo che arriva subito dopo la decisione del governo spagnolo di procedere per decreto, evitando il Parlamento, con una sanatoria definita realistica e necessaria per sostenere crescita economica, welfare e coesione sociale. Mentre Madrid apre alla regolarizzazione, in Italia la Relazione ufficiale sullo stato di attuazione del Pnrr certifica il fallimento dei programmi per il superamento dei ghetti agricoli. Dei 200 milioni previsti, ne verranno spesi appena 25, con l’esclusione dei più grandi e drammatici insediamenti della Puglia e della Calabria. Tra questi proprio Borgo Mezzanone, che avrebbe dovuto beneficiare di 54 milioni di euro, mai arrivati. Il risultato è sotto gli occhi di chi entra nel ghetto. Migliaia di persone che lavorano nei campi, producono cibo per l’intero Paese, ma vivono senza diritti, senza contratti, spesso senza documenti. Una condizione che la Spagna ha deciso di affrontare come questione strutturale. L’Italia, al contrario, continua a rinviare. 

“Qui un sistema che lascia i migranti invisibili, perciò esistono realtà come quella della pista”
Íñigo Domínguez cammina lentamente tra le baracche di Borgo Mezzanone. Osserva i cumuli di rifiuti, i cavi elettrici agganciati alla meglio, l’odore acre dei fuochi accesi per cucinare o scaldarsi. È qui che ha scelto di venire per raccontare ai lettori di El País cosa significa, in Europa, restare intrappolati nell’irregolarità. “Il mio giornale ha deciso di fare un servizio qui proprio per fare un paragone con la situazione della Spagna”, spiega. “In questo momento il primo ministro Sánchez ha annunciato l’approvazione di una sanatoria per mezzo milione di immigrati irregolari. Per questo abbiamo voluto vedere cosa succede in Italia”. 

Il confronto, per Domínguez, non è teorico. “Qui c’è un grosso problema. Ci sono tantissime persone immigrate che non riescono a uscire da questa situazione, anche perché il sistema è concepito così, proprio per farle rimanere nell’irregolarità. È una condizione strutturale”. E Borgo Mezzanone diventa, ai suoi occhi, “un esempio eclatante di un mondo di persone costrette a vivere nascoste, nell’illegalità e nell’ombra. Persone che lavorano, ma non esistono. Intrappolate, perché qui non si parla neanche di una sanatoria. È una filosofia completamente diversa da quella adottata oggi in Spagna”. 

Una filosofia che, oltre alla politica, chiama in causa l’economia. Proprio in questi giorni il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha ribadito per l’ennesima volta come l’immigrazione regolare sia indispensabile per sostenere la crescita, compensare il calo demografico e mantenere in equilibrio il sistema di welfare. Un’analisi che in Spagna ha trovato una traduzione concreta nelle scelte del governo, mentre in Italia resta sul piano delle enunciazioni. 

Accanto a Domínguez c’è Francesco Strippoli, che Borgo Mezzanone lo frequenta da anni. “Per il nostro territorio questa è la più grande crisi umanitaria che esista”, dice. “Qui vivono migliaia e migliaia di persone in condizioni estreme. La Spagna sta cercando una soluzione che va in antitesi rispetto all’Italia. Ha deciso di regolarizzare mezzo milione di persone che producono Pil e benessere”. Secondo Strippoli, il punto non è ideologico ma pratico. “Qui ci sono persone che lavorano la nostra terra e producono il cibo che mangiamo tutti, ma non possono farlo regolarmente. Non possono avere un contratto, perché le pratiche sono impossibili e non esistono sanatorie. Restano in un limbo che li espone a sfruttamento, violenza, disagio sanitario e mentale. È un trattamento disumano che danneggia l’intera collettività”. 

Il limbo prende forma nelle storie individuali. Un ragazzo senegalese di 28 anni racconta la sua giornata con precisione quasi meccanica. “Lavoro a Stornarella, ma vivo qui a Borgo Mezzanone. Faccio il bracciante, colture stagionali. Lavoro la mattina dalle sette alle tredici, ma a volte anche il pomeriggio. Una giornata di sei ore mi viene pagata circa 40 euro, ovviamente senza contratto”. Il nodo è sempre lo stesso. “Ho il permesso di soggiorno scaduto e non riesco a rinnovarlo. Ci provo da tempo, ma non ho i documenti necessari. Sono arrivato in Italia in barca, ho vissuto a Perugia e da circa un anno vivo qui. Vengo pagato in contanti. Senza documenti non posso affittare una casa, non posso restare vicino al lavoro. Non posso fare nulla”. 

Poco distante, una giovanissima ragazza africana di lingua francese si ferma sulla soglia di un locale minuscolo, coperto da una tenda rossa. Dice poche parole, quasi sussurrate. “Vivo qui con mia madre. Lavoriamo come parrucchiere”. Un frammento di frase che racconta più di quanto sembri, in un contesto dove spesso le attività informali nascondono altre forme di sopravvivenza. 

Un altro uomo accompagna il gruppo nella sua abitazione, una costruzione in muratura realizzata con materiali di recupero, tre metri per tre. “L’ho costruita da solo”, dice sorridendo. “Sono fortunato, almeno la mia casa non rischia di andare a fuoco”. Dentro il vuoto. Nient’altro. È una delle pochissime case “stabili” del ghetto. 

In questo scenario, a tenere insieme i pezzi ci pensano alcune realtà umanitarie. Intersos è presente stabilmente a Borgo Mezzanone con un ambulatorio mobile che offre assistenza sanitaria gratuita. Le operatrici spiegano che le patologie sono in aumento: infezioni respiratorie, problemi dermatologici, disturbi gastrointestinali. “Le condizioni igieniche sono pessime, l’acqua scarseggia, il freddo e l’umidità fanno il resto”, raccontano. 

La sanità pubblica, qui, non arriva. Accanto alle cure, c’è chi prova a restituire dignità attraverso la cultura. Proprio ieri Scuola Fatoma, la prima scuola d’italiano nata dentro il ghetto, ha avviato un laboratorio artistico rivolto agli abitanti del posto, curato da Martina. La scuola è nata per colmare l’assenza totale di percorsi di alfabetizzazione nella zona. Prende il nome da Fatoma, detto Tomas, un ragazzo che cercava di imparare a leggere e scrivere da solo e che è morto in un incidente nel 2022. Dopo la sua morte, insegnanti e volontari hanno deciso di trasformare quella storia in un presidio permanente. 

Oggi Irma, Antonella, Omar, Yaya, Davide e Luigia insegnano italiano a chi, senza la lingua, non può neppure immaginare un futuro diverso. Fuori dal ghetto, però, la politica resta ferma. I fondi del Pnrr per il suo superamento sono stati persi. Le sanatorie non sono all’ordine del giorno. E così Borgo Mezzanone continua a esistere come una ferita aperta. Mentre altrove l’immigrazione viene affrontata come una risorsa da governare, qui resta una emergenza permanente, lasciata sulle spalle dei più fragili.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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