Le panchine sono mille. Un terzo delle quali, o giù di lì, tutte di sponda Foggia.
Zdenek Zeman le ha festeggiate allo Zaccheria contro l’allievo Grassadonia, che gli ha servito su un piatto d’argento una vittoria che cominciava ad essere assente ingiustificata. E che ha riportato squarci di sereno sul cielo rossonero.
Troppa poca cosa la Paganese, oggettivamente, per mettere in discussione un successo che la squadra ha fortissimamente inseguito, e che ha ovviamente dedicato al suo allenatore. Finito ingiustamente nell’agone mediatico dopo le ultime prestazioni annacquate che hanno sollevato qualche mugugno di troppo.
Sono mille le panchine tagliate dal boemo in 38 anni di attività che lo hanno portato in giro per l’Italia ad ogni latitudine.
E mille anche le ragioni per le quali da un lato può ritenersi soddisfatto del rendimento della sua squadra.
E dall’altro scontento dall’atteggiamento del club.
Che non perde occasione per fargli perdere il suo inconfondibile aplombe.
“Ma chi me l’ha fatto fare...”. Chissà se a Zeman ultimamente non sia balenato il sospetto che probabilmente l’estate scorsa si sia fatto trasportare troppo emotivamente dalla suggestiva ipotesi di tornare per la quarta volta da queste parti, senza aver prima valutato con attenzione tutti i pro e i contro di un rientro che qualche inevitabile lato oscuro finiva con il presentare.
Sdengo, però, si è fidato: di quello che gli ha detto il ds Pavone. E di quello che gli ha promesso la società. Che ha puntato tutto, e forte, sull’unico allenatore che da queste parti riesce ancora a fare breccia nel cuore dei tifosi.
A prescindere.
Dopo un terzo di stagione sono noti ormai pregi e difetti del gruppo che il tecnico di Praga sta assemblando da quattro mesi a questa parte. E che, probabilmente da più parti, è stato sopravvalutato.
Il Foggia che attualmente è sesto in classifica e che tendenzialmente si è portati a credere possa avere ampi margini di miglioramento, è una squadra che ancora non ha le stimmate del suo allenatore. E’ un gruppo coeso e ben allenato, che sul piano fisico regge il confronto con tutti gli avversari, ma che continua a non avere una sua precisa identità.
Nel senso che, sul piano del fraseggio e della coralità della manovra, resta distante dall’idea che fanno delle squadre del boemo un unicum nel loro genere.
Di diagonali, verticalizzazioni e sovrapposizioni per ora solo accenni: e non tanto perché i rossoneri fatichino ad entrare in sintonia con il loro allenatore. Questione, semmai, di tassi mentali.
E di qualità degli interpreti, che purtroppo scarseggiano.
E quì, inevitabilmente, entrano in gioco le responsabilità del club.
E di patron Canonico in primis. Che ha fatto l’impossibile per corteggiare e riportare a Foggia il tecnico più amato di tutti. Ma che (probabilmente) non lo ha supportato come il caso, invece, avrebbe richiesto.
Squadra tutto sommato mediocre quella a disposizione di Zeman, che si sforza di far credere il contrario, e che è arrivato anche a dire di potersela giocare con tutti.
Errore capitale commesso in un momento di esagerata generosità nei riguardi di un gruppo che era e rimane da 6 in pagella. Il voto che il suo mentòre diede al mercato estivo di Pavone, il ds che con pochi spiccioli ha fatto i salti mortali per reclutare puntelli funzionali al 4-3-3.
Ma pur sempre di terze o quarte scelte di tratta. E sarà bene non dimenticarlo nello stilare giudizi che per il momento restano sommari. E che, a meno di clamorose sorprese, non potranno essere stravolti.
Al tecnico del Foggia, ad oggi, gli si può rimproverare poco o nulla: con un manipolo di calciatori che hanno bazzicato la D, o la C nel migliori dei casi, si ritrova nei quartieri alti della classifica, in piena zona play-off.
Esattamente cioè l’obiettivo che gli è stato chiesto di tagliare in questa stagione, e che alla fine centrerà.
Eppure sarebbe stato sufficiente battere la Turris allo Zaccheria per ritrovarsi con 2 punti in più addirittura al secondo posto. E allora si sarebbe parlare di piccolo capolavoro, considerato che il boemo ha forgiato ex novo un gruppo eterogeneo. Proprio il ko coi corallini è indicativo però su quella che è la reale consistenza del Foggia, quella sconfitta maturò più che per i meriti dell’avversario per gli evidenti limiti di Curcio e soci, che dilapidarono sotto rete alcune colossali palle-gol che avrebbero potuto indirizzare diversamente il match.
Zeman però non si scoraggia, e guarda oltre. Lui ora punta dritto a restare incollato alle posizioni di vertice almeno fino alla riapertura del mercato. Perché probabilmente sarà allora che vorrà tastare le ambizioni del club.
Se il Foggia dovesse ritrovarsi in lizza nel giro-promozione come si regolerà Canonico?
Si deciderà finalmente ad aprire i cordoni della borsa e a mettere a disposizione del suo allenatore 2/3 elementi in grado di far fare il definitivo salto di qualità al Foggia, oppure si limiterà all’ordinaria amministrazione?
Zeman lo aspetta al varco il suo presidente, sinora ha accettato gioco forza atteggiamenti e forzature che in altri tempi non avrebbe tollerato.
Gennaio arriverà presto, e allora sarà chiaro una volte per tutta cosa riserva il futuro al Foggia. E al suo allenatore: quello della voce che è un sibilo, della sigaretta che è sempre meno compagna di tutti i giorni.
Dei gradoni e delle risposte in conferenza stampa sempre telegrafiche e dirette.
Alias Zdenek Zeman, il tecnico dalle mille panchine in carriera, che è entrato nella Treccani per provare a spiegare con un’unica parola la sua filosofia e il suo calcio. Zemanlandia: “Il sistema di gioco, fantasioso e votato all’attacco, ideato e adottato dall’allenatore di calcio boemo Zdenek Zeman”.
Un Mito. Da preservare.
Ad ogni costo.
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