Da qualche anno a questa parte la ricostruzione di dinamiche e scenari criminali in Capitanata (e più in generale sul territorio italiano) non viene più affidata solo alle voci e alla storia, ma anche a previsioni e proiezioni redatte con cadenza semestrale dalla Direzione Investigativa Antimafia che restituisce un report delle attività svolte e dei risultati conseguiti. L’ultima relazione fa riferimento al secondo semestre dell’anno scorso dove viene confermata la preminenza negativa della mafia di Foggia sul territorio provinciale, assieme a quelle di Cerignola e San Severo, oltre all’ormai sempre più cruenta situazione derivante dalle dinamiche registrate sul Gargano.
L’analisi che riguarda Lucera ricopre uno spazio limitato, in questa occasione solo 5 righe in un documento di 453 pagine, con uno sguardo più al passato che alle intuizioni in prospettiva. Il contesto, infatti, viene descritto come quello in cui operano “tre gruppi mafiosi, cioè i Cenicola, Barbetti e Papa-Ricci”, attivi soprattutto nel settore dei furti, dell’usura e del traffico di droga.
L’ultimo, in particolare, viene ritenuto un’evoluzione del sodalizio con Khaled Bayan e accreditato di interazioni con la criminalità organizzata di Foggia, San Severo e ‘ndrine calabresi, così come sarebbe emerso dalle risultanze dell’operazione “Friends” risalente al 2019, con il coinvolgimento di cinque lucerini, tutti condannati in primo grado per associazione per delinquere dedita all’acquisto, detenzione e spaccio di varie sostanze stupefacenti, tra cui marijuana, hashish e cocaina, sulla base di presunte sinergie con il clan garganico dei Li Bergolis e quello campano dei Cesarano.
A dicembre 2020, il gup del tribunale di Bari aveva condannato con il rito abbreviato a 14 anni di reclusione quello che la Dia ritiene il capo del clan: Alfredo Papa di 65 anni. A lui si erano aggiunti i presunti sodali: il coetaneo Francesco Antonio Coccia, al quale erano andati 6 anni e 8 mesi, ma anche Urbano Petito di 69 anni (5 anni), Antonio Valerio Pietrosanto di 55 anni (5 anni e 4 mesi) e Francesco Ricci di 53 anni (5 anni e 4 mesi).
Assieme a loro era stato condannato a 7 anni e 4 mesi anche il 36enne Libero Lombani, associato al gruppo criminale in rappresentanza del clan “Li Bergolis” operante soprattutto a Monte Sant’Angelo. Gli ultimi due imputati erano Luigi De Amicis di 63 anni (2 anni e 2 mesi e 6 mila euro di multa) e Michele Piserchia, foggiano di 39 anni (1 anno e 8 mesi e 1.670 euro di multa) perché considerati rispettivamente responsabili, il primo di aver custodito per conto dell’organizzazione lucerina due pacchi di hashish precedentemente acquistati da esponenti della criminalità garganica, e il secondo di aver venduto loro della cocaina.
Per Coccia e Pietrosanto era scattata anche la confisca dei beni già sequestrati, e cioè immobili, quote societarie, autovetture e rapporti finanziari per svariate centinaia di migliaia di euro e per tutti, infine, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Nelle maglie dell’operazione Friends era rimasto anche il 37enne Enzo Miucci, ritenuto il capo clan dei “Li Bergolis” che poi ha scelto di farsi giudicare con un altro tipo di rito, così come altri lucerini, garganici, abruzzesi, molisani e affiliati alle cosche della ‘ndrangheta.
Le accuse per tutti a vario titolo erano proprio di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, ricettazione e detenzione illegale di armi.
La Direzione Distrettuale Antimafia di Bari aveva ipotizzato una triangolazione tra Lucera, Gargano e Calabria, ma con ramificazioni in Abruzzo, Molise, Lazio e Piemonte. Il gruppo lucerino sarebbe stato il fornitore principale su Foggia di un grosso giro di droga, con accertati approvvigionamenti da gruppi camorristici del napoletano, proprio dai Li Bergolis e da soggetti della malavita cerignolana. Oltre agli stupefacenti, i rapporti riguardavano anche compravendita di armi, peraltro rinvenute e sequestrate a Miucci, cioè tre pistole semiautomatiche, un silenziatore e pure 36 cartucce.
A ogni modo, Bayan, 61enne detto “il libanese”, rappresenta il capo di quella frangia “scissionista” che a metà degli anni ‘90 ha voluto rendersi autonoma, ed è uno dei due condannati all’ergastolo al termine del processo “Tornado” che ha caratterizzato il primo decennio di questo secolo, con la ricostruzione delle dinamiche della sanguinosa guerra di contrapposizione con la famiglia Tedesco dalla quale si erano separati per divergenze sulla conduzione e gestione delle attività criminali.
Sconta il carcere a vita anche per essere stato il mandante dell’omicidio di Nicola Tedesco e del tentato omicidio di Giuseppina Ferrante, rispettivamente fratello e moglie di Antonio Tedesco, l’altro capo clan che era in cella dal 2005 e che è deceduto qualche giorno fa all’età di 73 anni. Quest’ultimo era ritenuto il mandante degli omicidi di Salvatore Testa (1982), Giuseppe Cenicola (1996) e Livio Marsico (1999), oltre a essere il capo di un’organizzazione dedita a varie attività. A lui erano stati pure confiscati due immobili in Piazza San Giacomo a Lucera dove il Comune vorrebbe allocare il nuovo centro anti violenza.
Pesanti condanne e processi di grande valenza per la storia criminale di Capitanata sono scaturiti dai due blitz “Tornado” eseguiti a gennaio e settembre 2005 con un totale di 27 arresti. Le investigazioni dei carabinieri si basarono sulle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Emanuele e Fabrizio Tedesco, tra loto fratelli e figli di Nicola Tedesco, alle quali si aggiunsero le dichiarazioni di Giovanni Scarano e Antonio Catalano, reo confesso di aver personalmente sparato a Tedesco in un circolo ricreativo il pomeriggio del 23 settembre 2003. Il pregiudicato di 61 anni fu arrestato a gennaio 2005, incastrato da una goccia di sudore sul paio di occhiali dimenticati sull'automobile usata per raggiungere il luogo del delitto, rimasta solo parzialmente bruciata. Pochi mesi prima, il 25 ottobre, rimase egli stesso ferito nell'agguato in cui venne ucciso il consigliere comunale di Foggia Leonardo Biagini.
Tutti quei racconti rivelarono una guerra di mala scatenatasi alla fine degli anni ’90 quando tensioni sempre più crescenti portarono alla spaccatura tra Tedesco e un gruppo di ex affiliati, con a capo proprio Bayan e supportato dalla famiglia Cenicola, i quali cominciarono a muoversi in autonomia. Da qui una lunga serie di omicidi e ferimenti incrociati, nell’ambito di una disputa che riguardava, secondo gli inquirenti, soprattutto il controllo delle estorsioni e il traffico di armi e droga.
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