“Urge una riforma della giustizia”. “La giustizia è lenta”. “I tempi biblici della giustizia”. Chi non ha mai pronunciato o ascoltato queste frasi. Eppure sembra appartengano a un mondo a noi lontano, perché non ci immedesimiamo quasi mai in coloro che vivono quotidianamente i disagi (tra addetti ai lavori e utenti). Finché non sei tu quello che vive in prima persona le difficoltà (eufemismo) del sistema giustizia. Questa storia non deriva da una testimonianza, da una lettera anonima, da una soffiata. E’ vissuta in prima linea da chi vi scrive. Per questo motivo – non me ne vogliano i lettori – è scritta in prima persona.
Partiamo dal principio. Poco dopo la metà di maggio suonano al citofono: “Chi è?”. “Polizia Municipale, può scendere un attimo?”. Durante il tragitto ho fatto mille pensieri, forse una multa. Al mio sguardo incuriosito il vigile urbano mi dice che si tratta di una notifica inviata dal Tribunale di Foggia. Chiedo maggiori spiegazioni e lui mi dice: “Dovrà testimoniare”. Insomma, il pubblico ministero mi ha citato come teste. Il procedimento penale è nei confronti di Michele Sodrio, noto avvocato del foro foggiano. Dovrò andare a Palazzo di Giustizia – a Foggia – il 13 giugno, alle ore 10:30, dinanzi alla giudice Giuliani.
“Guarda qui?”, indica il vigile in alto a sinistra del foglio che mi ha appena consegnato. “Questo è il numero del procedimento”. Lo ringrazio e chiedo ancora: “E 2019 che vuol dire?”. “E’ l’anno”. Quindi, a distanza di quattro anni dall’avvio di questo iter giudiziario vogliono ascoltare me. Per un fatto accaduto prima della pandemia del Covid. Ormai noi siamo abituati a ragionare così: pre e post Covid. Altra doverosa precisazione: “E se non mi presento?”. “C’è la multa (va da 51 a 516 euro, ndr) o l’accompagnamento coatto”.
Inizio a chiedermi di cosa potrebbe trattarsi. Mi viene in mente quella volta che andai al Comando provinciale dei Carabinieri, a Foggia. Inizio a fare mente locale. Si, dovrebbe trattarsi di quell’episodio. Ma cosa ho detto in quell’occasione? Non lo ricordo minimamente.
Qualche giorno dopo contatto un collaboratore dello studio legale dell’avvocato che segue i dipendenti del quotidiano l’Attacco. Spiego tutta la vicenda, i miei ricordi, qualche reminiscenza. Lui mi tranquillizza. “Devi dire quello che sai. Se non ricordi qualcosa lo fai notare. Insomma, devi comportarti normalmente. Non sei tu l’imputato”.
Siamo al 13 giugno. Arrivo al Tribunale di Foggia intorno alle 10:15, chiedo indicazioni su dove si terrà l’udienza e raggiungo la sede appropriata. Ci sono diverse aule e io non conosco quella giusta. C’è un via vai di gente, chiedo ulteriori informazioni ai presenti. Qualcuno mi dice che devo controllare il numero del procedimento davanti alle porte delle aule. E così faccio. Trovo quella giusta, aula numero 3. Scopro che l’inizio è alle ore 11:00 e non alle 10:30. E che alle 11:00 ci sono una 20ina di udienze. Tutte alle 11:00, per intenderci. Capisco anche, visto dove è posizionato il numero del procedimento che mi riguarda, che la mia udienza sarà una delle ultime.
Nel frattempo rimango in aula e ascolto le altre udienze. I testimoni devono recitare la famosa formuletta che ascoltiamo anche nei film. Meno scenografica, ovviamente. Mi rendo conto del ruolo degli avvocati, qualcuno si arrabbia, altre volte sembra quasi che si vada avanti perché si deve. Parliamo anche di procedimenti nati nel 2016 e nel 2015. Quando un avvocato o un testimone non c’è, costoro vengono chiamati e la voce si sente anche nell’atrio dove alcuni si trattengono in attesa.
Morale della favola: ho atteso oltre due ore per sentirmi dire che è tutto rinviato al 26 giugno. Capisco che il procedimento è passato nelle mani di un altro giudice, ma preso dall’agitazione del momento non segno il nome. La giudice mi ripete data e ora. “Ha capito?”. “Certo”, dico io tra l’arrabbiato e lo sconsolato.
Veniamo al 26 giugno. E’ lunedì, l’altra volta era martedì. Ora so dove andare, come devo controllare l’aula giusta. Insomma, sono più consapevole. Arrivo nella sezione delle udienze penali. Mi reco davanti alle porte delle aule e mi accorgo che ci sono i calendari con le udienze della settimana scorsa. Ora non so dove si terrà la mia. Chiedo a qualcuno. “Ma il numero del procedimento è sempre lo stesso, anche dopo il rinvio?”, si: è sempre lo stesso.
Chiedi giù, chiedi a destra, chiedi a sinistra. Nessuno sa dirmi niente. Mi siedo, in attesa che pronuncino il mio cognome. Ma niente. Chiedo ancora, a un altro avvocato. Dopo vari tentativi, scopre (in questo modo anche io) che l’udienza si è già tenuta “in Corte d’Assise” e che da lì non si sente nell’atrio quando uno viene chiamato. In pratica, dopo circa un’ora e mezza scopro che l’udienza è stata di nuovo rinviata – questa volta al 18 settembre – e per fortuna non ho ricevuto la multa. Sarebbe stata la beffa, oltre al danno.
Prima di chiedere una nuova “geografia” della giustizia, sarebbe opportuno organizzare e rendere più efficiente i luoghi in cui attualmente si esercita.
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