Da 16 anni in Caritas nella diocesi di San Severo, don Andrea Pupilla è ben consapevole della povertà e delle cause che la generano, anche in questo territorio, le sue sono esperienze fatte di volti, storie, persone bisognose, che si recano nei centri d’ascolto Caritas e che spesso si confondono con i numeri con cui si tratteggia il fenomeno. “Perdiamo il contatto con la realtà, senza accorgerci che dietro l'angolo, a fianco alla nostra chiesa ci sono delle persone concrete – ha evidenziato -. Ecco allora la provocazione del messaggio di Papa Francesco per l'ultima giornata dei poveri di due domeniche fa: non distogliere lo sguardo dal povero. Spesso facciamo persino fatica a guardarli. Ma ci sono, sono veri. Facciamo finta di non vederli e quindi non ce ne facciamo carico.
I poveri diventano immagini che possono commuovere per qualche istante ma quando si incontrano in carne e ossa per la strada, subentrano il fastidio e l'emarginazione, ha ricordato il Papa. E’ molto vero, nell'epoca dei social mi è capitato più volte nella mia città, San Severo, che qualcuno prendesse il telefonino e mettesse alla berlina anche una situazione di povertà estrema, delegando sempre altri all’aiuto. Nei commenti c'è sempre chi dà la colpa al Sindaco, a don Andrea, al vescovo. C'è questa spettacolarizzazione del disagio dell'altro, e non per farsene carico ma perché quella situazione ci dà fastidio e dobbiamo rimuoverla dalla nostra vista”.
Ed è sempre la tecnologia a fare persino della carità un gesto freddo, seppur generoso che allontana dall’altro. “Un sms mandato dal divano di casa – ricorda don Andrea -, senza incontrare e toccare la carne dell'altro”.
La mancanza di empatia ha inoltre generato l’idea che responsabili della povertà siano i poveri. “Un insulto in più. Si pensi a tutto il dibattito che c’era intorno al reddito di cittadinanza in cui era implicita la colpevolizzazione dei poveri, una generalizzazione che si fa molto spesso. Ma la fa chi non conosce situazioni concrete e scivola in luoghi comuni. Ecco perché è pericoloso parlare dei poveri e della povertà. Ai poveri invece andrebbe restituita la parola, perché per troppo tempo le loro richieste sono rimaste inascoltate. E’ tempo che si aprano gli occhi per vedere lo stato di disuguaglianza, di rimboccarsi le maniche per restituire dignità, creando posti di lavoro”.
Il cuore del rapporto Caritas di quest'anno riguarda per l’appunto il tema dei working poors, dei poveri che sono tali nonostante una occupazione. “A questo si connette il tema del lavoro nero ma anche del lavoro grigio, proprio prima di venire qui ho ascoltato una persona in Caritas che ne è vittima: ha un contratto di alcune ore ma in realtà questo poveretto lavora h24. Ora anche con l'aiuto dei sindacati stiamo portando avanti una battaglia per tutelare il lavoro di queste persone. E poi c’è tutto il tema dei minori in povertà assoluta. Ho ascoltato alcune storie di bambini che durante il lockdown non hanno mangiato perché in alcune famiglie la refezione scolastica è l’unica possibilità di nutrire i figli, cosa che è mancata con l’emergenza sanitaria”.
E’ tempo che si spezzi la catena dell’indifferenza, ha aggiunto don Andrea, anche perché si assiste alla cosiddetta democratizzazione della povertà. “Ormai ci può cadere chiunque, lo abbiamo sperimentato durante la pandemia. All’inizio aveva suscitato buoni sentimenti ma ce ne siamo dimenticati e questo tipo di tipo di sensibilità è calata. Stiamo tornando ad una società in cui si alzano steccati, senza sapere che la povertà fa rallentare tutta la Comunità”.
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