Vaira: “Il commissariamento non ha scalfito gli interessi dei clan. Diversi i casi di conclamata opacità”

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Avvocato Vaira, che opinione si è fatto delle polemiche sui presunti “negazionisti” della mafia a Foggia?

Non conosco gli esatti termini della questione, ma nessuna persona sana di mente e in buona fede può negare che a Foggia ci sia, da decenni, una particolare forma di criminalità mafiosa, denominata “Società”, con caratteristiche chiaramente riconoscibili e cristallizzate in numerose sentenze. In un mio lavoro presentato negli USA insieme alla Cattedra di Medicina Legale di Unifg, ne tratteggiammo addirittura le particolari modalità di esecuzione degli omicidi. Omicidi, estorsioni, attentati, droga, usura sono dati certi e percepibili da chiunque. Detto ciò, penso sia utile che tutti, dai rispettivi punti di osservazione (politica, autorità giudiziaria, operatori economici, stampa), approfondiscano i punti di forza e di debolezza di questo cancro, senza sottovalutarlo né mitizzarlo, al fine di trovare le cure migliori.

A proposito delle cure, si parla tanto degli strumenti di prevenzione quali lo scioglimento dei comuni per mafia e le interdittive prefettizie. Sono provvedimenti giustificati?

A distanza di quasi tre anni dal commissariamento e dopo un centinaio di interdittive prefettizie, penso sia poco utile parlare della loro fondatezza. È certamente più utile parlare della loro efficacia. Il commissariamento, a mio parere, non ha minimamente scalfito gli interessi dei clan. Né l’azione amministrativa mi pare abbia brillato per efficienza e trasparenza, anzi. Sono aspetti che hanno contraddistinto l’azione commissariale, fino all’avvento del dott. Cardellicchio, che è di ben altro spessore. Quanto alle numerose interdittive, che hanno certamente condizionato il contesto imprenditoriale, demolendo le vite di numerosi soggetti incensurati, non colgo – ma sarà un mio limite – in qual modo abbiano inciso sugli interessi dei clan o contrastato le compagini mafiose. Se devo proprio dirla tutta, non sono stati capaci nemmeno di far sparire dai dintorni di Comune e Prefettura i parcheggiatori abusivi, cartina di tornasole del controllo mafioso del territorio. Discorso diverso va fatto per le misure di prevenzione applicate dai Tribunali in forza di sentenze passate in giudicato o su altri elementi ben definiti dalla giurisprudenza (quali la sproporzione tra beni posseduti e reddito), che effettivamente colpiscono i patrimoni mafiosi, derivanti dai traffici illeciti.

Non nutre fiducia nel potere esecutivo?

Sarà per via della mia professione, ma la mia fiducia la ripongo solo nella magistratura, sia requirente che giudicante, che al netto di tutti i suoi difetti, garantisce quell’indipendenza che altri organi dello Stato non possiedono. Il potere prefettizio deriva essenzialmente da una politica di secondo grado, ossia da un complesso sistema di interessi incrociati che è invece geneticamente estraneo alla magistratura (salvo rari casi patologici). Un organo che – invece – non ha né la prerogativa dell’indipendenza né risponde direttamente al volere degli elettori. Scriveva Giovanni Falcone, nel 1991: “È strano, in un paese dove abbondano i garantisti, che nessuno si sia accorto di quanto sia gravemente distonica, oltre che inefficace, la pretesa di ricorrere massicciamente alle misure di prevenzione contro il crimine organizzato, trascurando il rigoroso accertamento delle responsabilità attraverso il processo penale”.

Quale obiettivo deve porsi questo territorio?

Io penso sia necessario impedire che questa mafia, definita “primordiale” da autorevoli esponenti della magistratura e pertanto violenta e pericolosa, possa fare un salto di qualità, come la ‘ndrangheta, negli ultimi trenta anni, che spara molto meno ma è estremamente più temibile.

L’antimafia sociale e la sensibilizzazione servono?

È fondamentale la sensibilizzazione, sono importanti i libri che la raccontano e la descrivono, ma tutto ciò non basta se poi non c’è la mobilitazione della cittadinanza e l’intervento serio dello Stato. Una mobilitazione c’è stata: la memorabile iniziativa di Libera, con in testa don luigi Ciotti, trascinò in strada un’intera città, a partire dai giovani. La risposta dello Stato, però, è stata poco più che apparente. Una manciata di uomini in più, sporadici interventi “ad alto impatto” con qualche sequestro. Ma la sostanza non è cambiata.

Quali strumenti sono effettivamente necessari?

Le uniche due proposte serie riguardano entrambe la geografia giudiziaria, e sono complementari. La prima proviene dal Procuratore della Repubblica, dott. Ludovico Vaccaro, che da tempo invoca l’istituzione di una seconda Procura per il territorio garganico. La seconda dal Senatore Marco Pellegrini, che appena entrato in Parlamento presentò un disegno di legge per istituire la Corte di Appello a Foggia, o quantomeno una sezione distaccata. Ciò comporterebbe: Tribunale per i Minorenni (e quindi intervento sui giovani a rischio), Dda (con notevoli risorse investigative), vere sinergie investigative ed effettiva presenza di una credibile “squadra Stato” (termine retoricamente abusato) nel nostro territorio. L’unica strada per estirpare il cancro mafioso è una risposta radioterapica. Fino ad ora è stata usata l’aspirina, o peggio, l’omeopatia. L’attuale governo di destra, con la nutrita schiera di rappresentanti locali che siedono nei banchi della maggioranza dovrebbe intestarsi questa battaglia per il territorio. Lo esprimeva magistralmente, nella stessa intervista, Giovanni Falcone: “Fino a quando si penserà di affrontare il problema della mafia prevalentemente in chiave di ordine pubblico e non di accertamento giudiziale, continueranno a rimanere, in larga misura, impuniti i numerosissimi delitti di mafia … faremmo bene a concentrare i nostri sforzi per individuare i reati da loro commessi e pervenire alla condanna, mantenendoli in carcere senza ingiustificati lassismi. Questa è l’unica strada praticabile in un Paese autenticamente democratico”.

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