Anche il consigliere regionale (eletto nella lista Con Emiliano) ed ex sindaco di Lucera, Antonio Tutolo, sollecitato da l’Attacco, interviene nel dibattito pubblico sulla mafiosità della città capoluogo, sull’opportunità dello scioglimento per infiltrazioni del suo consiglio comunale e sull’efficacia della normativa antimafia che contempla tale strumento (insieme alle interdittive alle imprese). Un dibattito pubblico deflagrato dopo la strumentalizzazione di certa stampa che ha attribuito tesi negazioniste della presenza della mafia sul territorio alle parole proferite al Demet (Unifg) dal direttore de l’Attacco, Piero Paciello, il quale aveva tratteggiato la sua personale analisi della natura criminale del territorio e sostenuto che il provvedimento di scioglimento del Comune di Foggia sia stato “il frutto di una decisione politica arrivata da Roma”.
Tutolo, come ha accolto questa bufera mediatica e come valuta l’intervento di Paciello sul tema?
Penso che ognuno sia responsabile delle parole che proferisce. Ma, per quanto mi consta, non credo che il direttore de l’Attacco abbia mai voluto significare che qui non esiste la mafia, solo un pazzo potrebbe sostenere una simile tesi e lui certamente non lo è. Mi pare che abbia semplicemente detto che quella di Capitanata e di Foggia è una criminalità ancora primordiale, che, nella maggior parte dei casi, sviluppa i suoi affari e la sua influenza nei business tradizionali del traffico di stupefacenti, delle estorsioni, dell’usura. Un’analisi, a mio modo di vedere, condivisibile. Non voglio dire che la mafia foggiana sia estranea ai palazzi del potere, perché probabilmente così non è, e forse si era arrivati a quel punto. Ma mi pare che sia un rapporto da approfondire all’interno delle sedi penali opportune. Ciò che considero certo è che qui insiste una mafia molto deleteria per il territorio, che andrebbe combattuta in ogni modo possibile. Ha ragione il procuratore Vaccaro a lamentarsi pubblicamente del sotto organico del Tribunale di Foggia, del fatto che a Foggia non vogliono venire ad operare altri magistrati, e dell’insufficienza dell’unico presidio di giustizia su cui può contare la Capitanata. Penso, altrettanto, che non ci sia bisogno di divisioni per combattere la mafia. Bisogna fare fronte unico.
Crede che la cosiddetta ‘quarta mafia’ sia l’unica ragione del trentennale declino di Foggia?
Sicuramente la presenza della criminalità non agevola chi vuole investire sul territorio, questo è ovvio. Però mi sembra altrettanto evidente che non sia l’unica causa. Perché se ci fossero prospettive di sviluppo, anche in termini di infrastrutture, sicuramente ciò contribuirebbe non poco a sottrarre manovalanza criminale a buon mercato, la criminalità riuscirebbe a penetrare molto meno facilmente i gangli cruciali del tessuto economico e sociale della città. La prima cosa da mettere in campo per combattere la mafia è certamente l’attivazione di una seria politica di sviluppo per questo territorio.
Il Comune di Foggia andava sciolto per infiltrazioni mafiose?
Onestamente non lo so, non ho letto abbastanza approfonditamente le carte per sostenere l’una o l’altra tesi. Certo è che si tratta di provvedimenti forti. Se alla procedura di scioglimento seguissero condanne, prove tangibili in sede penale della connivenza della politica che amministrava la città con la mafia, forse i provvedimenti antimafia avrebbero a loro supporto maggior coerenza per inchiodare a precise responsabilità gli amministratori. Laddove fossero dimostrate tali responsabilità, sarei il primo a proporre la gogna in pubblica piazza per questi soggetti. Ma mi sento di sviluppare anche un’altra riflessione mai effettuata pubblicamente: penso ad Angelo Riccardi e a Franco Metta (ex sindaci di Manfredonia e Cerignola, le cui amministrazioni furono sciolte per mafia, ndr), e a quello ‘stigma di mafiosità’ che si sono ritrovati appiccicati addosso, senza, però, alcuna condanna in sede penale a supportarlo. Un marchio che persisterà sui loro figli e sui loro nipoti. Tali riflessioni arrivano da un uomo, cioè il sottoscritto, da sempre tifoso sfegatato della giustizia e dell’azione della magistratura, uno che tra il ‘partito della politica’ e ‘quello dei giudici’ ha sempre riposto più fiducia nel secondo: ma, attenzione, quando ci sono le condanne. Questa non vuole essere una difesa d’ufficio, per un verso nei confronti di Riccardi e Metta, per l’altro nei confronti delle tesi sostenute da Paciello, al netto delle mie personali valutazioni politiche e umane sui casi citati. Per tornare alla domanda, non se se il Comune di Foggia andasse sciolto per mafia, ma certamente andava bonificato, le sue incrostazioni erano evidenti: la corruttela che vi gravitava era percepibile da chiunque.
Se fosse successo a lei, se il Comune che amministrava da sindaco fosse stato sciolto per mafia?
Spesso ci ho pensato: credo non avrei sopportato l’onta di mafiosità, credo piuttosto che mi sarei ammazzato in assenza di una condanna penale, di una prova tangibile di tali supposizioni. Durante il mio mandato a Lucera ci ho messo impegno, cuore, anima, ma se poi ti piomba addosso un provvedimento di scioglimento per infiltrazioni mafiose e magari non ci sono condanne penali in merito, diventa complicato gestire tutto ciò sulla propria pelle. E’ pesante, come fardello da portarsi nella tomba, un provvedimento di scioglimento fondato sul sospetto, sul più probabile che non, invece che sull’accertamento della verità giudiziaria in sede penale. Così come fa specie che gli scioglimenti fondati sull’esistenza o sulla presunzione di appalti pubblici condizionati da ditte contigue alla mafia travolgano la politica e non la tecnostruttura. Mi chiedo: ‘Ma è il sindaco a decretare l’affidamento dei lavori?’. Non mi pare. Sono dirigenti e funzionari a svolgere tali mansioni. A meno che il primo cittadino non si rechi dal dirigente di turno e lo obblighi ad assegnare appalti. Ma altrimenti di che stiamo parlando? Mi piacerebbe, invece, che quando si effettuano gli scioglimenti dei consigli comunali fossero ‘licenziati’ anche i dirigenti della macchina amministrativa che eventualmente abbiano avuto responsabilità in affidamenti opachi. Ma così non è: loro restano. E dunque, il sistema dei commissariamenti non è perfetto, bensì perfettibile. Del resto anche l’ex presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, che di certo non è il primo dei garantisti, ha risaltato tali aspetti, del tutto evidenti.
Con gli scioglimenti si risolve il problema della mafiosità di un ente?
Mi piacerebbe che, per una volta, lo Stato, oltre a sciogliere diversi consigli comunali in Capitanata come accaduto, venisse qui a parlare di opportunità di sviluppo per questa terra, di quali direttrici di sana crescita si vogliano imprimere da Roma. O si pensa che la mafia si sconfigge con lo scioglimento dei consigli comunali? Non penso sia unicamente questa la soluzione al problema.
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