“Centri di potere a Foggia e massoneria” è il focus sviluppato venerdì dall’associazione Giovanni Panunzio presso la sua sede di via Scillitani, alla presenza di poco più di venti persone. L’iniziativa - rientrante nel progetto “Giro di B.O.A.” finanziato dalla Regione - ha annoverato gli interventi del presidente dell’associazione, l’avvocato Dimitri Lioi, e di Maria Luigia Cirillo, presidente Fidapa Foggia, oltre che un dibattito con il pubblico. Ad inizio incontro, Lioi ha esordito con la premessa che “già da qualche anno la Commissione parlamentare antimafia, a partire dalla presidenza Bindi per poi arrivare all’azione guidata da Nicola Morra, indaga per verificare se via siano fenomeni di compenetrazione tra mafia e massoneria. Ciò a partire da focus ispettivi di approfondimento su territori come Sicilia e Calabria, che ne dimostrano l’esistenza”.
“Quello che ci preme capire – ha proseguito – è se anche a Foggia, città a forte tradizione massonica sin dal Risorgimento, vi siano stati fenomeni degenerativi ad agevolare l’incistarsi della mafia, una mafia che ha, almeno in parte, origini e dinamiche contigue alla ‘Ndrangheta”, ha sottolineato l’avvocato ad ulteriore supporto di possibili parallelismi tra la Calabria e il nord della Puglia. Per Lioi, “si parla spesso di borghesia mafiosa e l’argomento va posto anche a Foggia. Se ancora non n’è stata dimostrata l’esistenza – ha analizzato – non è per insufficienza d’intervento della magistratura ma per un’impossibilità oggettiva ad arrivare a certi livelli superiori. E però – ha evidenziato Lioi – io ritengo che la borghesia mafiosa in questa città esista, per una serie di fattori oggettivi: uno di essi è riscontrabile nella sentenza sull’omicidio Panunzio (l’imprenditore edile ucciso dalla Società foggiana nel novembre del 1992, ndr), resa definitiva nel ‘97 dalla Corte di Cassazione, che portò alla condanna dell’esecutore materiale senza riuscire ad individuare il mandante del delitto. Ebbene, in quella sentenza ci sono passaggi molto interessanti che danno conto di come il Comune di Foggia fosse robustamente infiltrato già 30 anni fa nell’ambito della gestione degli appalti, perché ad un certo punto in quella stessa sentenza si evidenzia come un noto boss del capoluogo dauno provò a spingere Panunzio al ricatto mafioso, che quest’ultimo rifiutò, assicurandogli che, a fronte del pagamento del pizzo di 2 miliardi di lire, ci fosse la possibilità di accedere agli appalti truccati di Palazzo di Città”.
La parola è andata successivamente a Maria Cirillo, artista e restauratrice, che ha raccontato dei suoi “contatti” con il mondo massonico foggiano sin dalla tenera età, a partire dalla conoscenza di figure addentro allo studio e alla pratica di quel fenomeno come Gennarino Arbore e Carlo Gentile (ritenuto tra le storiche guide delle cosiddette “logge buone” di Capitanata). L’analisi di Cirillo ha sviscerato, allora, la molteplice presenza, specie nel centro storico di Foggia, di simbologie artistiche e testimonianze storico-architettoniche della massoneria. In ultima analisi, per Cirillo “la massoneria, anche a Foggia, nasce come apprezzabile movimento filantropico di conoscenza e sviluppo sociale, che nel tempo può essere stato in parte deviato dall’avidità degli uomini, dagli interessi malsani di alcuni imprenditori che hanno contribuito a dirottare le sorti della città, affondandola e probabilmente utilizzando, in qualche caso, i soldi ‘freschi’, facili, della criminalità locale”.
Queste, nell’alveo dell’incontro, le versioni sui poteri forti, occulti e deviati in terra dauna. Poteri che, in fase di dibattito finale col pubblico, Mimmo Di Gioia (storico attivista foggiano) individuerà in un pezzo dell’imprenditoria del mattone. Durante l’incontro e la sua girandola intricata di analisi, si arriverà a citare anche possibili legami tra tali dinamiche, l’omicidio Panunzio e l’omicidio Marcone. “E’ tutto collegato”, dirà lo stesso Di Gioia. Il quale, a proposito dell’omicidio dell’ex direttore dell’Ufficio del Registro (31 marzo 1995), un delitto che non ha mai conosciuto condanne, ha fornito la sua personale ricostruzione dai fatti, individuandone il movente nella volontà di Francesco Marcone di spezzare l’oscuro cerchio che si era disegnato prima del suo arrivo alla guida dell’Ufficio del Registro. Un cerchio che, secondo Di Gioia, veniva tramato “da un dipendente di Monte Sant’Angelo morto in un incidente in moto guarda caso il giorno prima che dovesse essere ascoltato in Tribunale a seguito della denuncia presentata da Marcone per interrompere la dinamica secondo la quale quello stesso dipendente, per molto tempo, quando l’Ufficio del Registro era diretto da Caruso, ogni giorno firmava l’ingresso al lavoro e poi si recava in Comune”.
Sull’omicidio Marcone, Di Gioia ha anche adombrato una sorta di immobilismo, per lui, in certo qual modo, interessato, della Procura dell’epoca: “Mi prendo la responsabilità di quello che dico. Perché nell’alveo delle indagini non si ascoltarono i dipendenti dell’Ufficio del Registro che potevano sapere qualcosa?”. Tornando alla massoneria in Capitanata per Di Gioia fu deviata dalla sortita a Foggia di Licio Gelli (ideologo e fondatore della P2): “Subito dopo, un suo adepto locale requisì i timbri della Asl e li portò nel suo studio”, ha rievocato.
Infine la testimonianza di uno storico preside, intellettuale ed ex amministratore del capoluogo, Davide Leccese, studioso della massoneria. “Attualmente a Foggia si contano 4 logge”, ha affermato. Leccese ha poi elencato diversi episodi vissuti sulla sua pelle di arroganza e prepotenza del notabilato locale e di strumentalizzazione del suo operato da parte dei poteri forti ai vertici istituzionali.
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