Per alcuni giorni Foggia ha provato a guardarsi da un’altra prospettiva. Non quella delle cronache nere, delle classifiche impietose o delle occasioni mancate, ma quella di una città che sceglie di stare in piazza, di discutere, di ascoltare e di riempire spazi pubblici con studenti, famiglie, musica, laboratori, incontri e domande. È dentro questa cornice che si è sviluppata “La città che vorrei – Una bussola per la legalità”, il contenitore promosso dall’Università di Foggia e dal Comune nell’ambito dei “100 giorni per la legalità e la lotta alle mafie”, un programma ampio che ha attraversato i Campi Diomedei, le aule universitarie e alcune scuole del territorio. L’impressione, seguendo gli appuntamenti uno dopo l’altro, è stata quella di una città che almeno per qualche giorno ha tentato di uscire dalla logica dell’evento isolato per costruire un racconto collettivo. Non tutto perfetto, non tutto risolto. Ma vivo. Ed è probabilmente questo il dato più interessante. La sensazione si è avvertita già all’apertura di Talent Space, con l’Aula Magna dell’Università trasformata in uno spazio frequentato soprattutto da ragazzi. Orientamento, innovazione, futuro, professioni. Parole spesso abusate, ma che qui hanno trovato una concretezza diversa grazie alla presenza di studenti, startup, professionisti e realtà formative del territorio. In platea c’erano molti giovani che a Foggia vogliono ancora restare, o almeno provarci. Nei giorni successivi il programma si è allargato quasi a voler toccare ogni ambito della vita pubblica. La legalità affrontata non soltanto come contrasto alla criminalità organizzata, ma come educazione civile, partecipazione e responsabilità sociale. Lo si è visto negli incontri dedicati al giornalismo investigativo della PRM Academy, dove il confronto sul ruolo dell’informazione ha coinvolto studenti universitari e scuole superiori. Parlare di mafie, diritti, sfruttamento e libertà di ricerca dentro le aule universitarie foggiane ha avuto un peso simbolico evidente, soprattutto in una città che negli anni ha dovuto fare i conti con intimidazioni, silenzi e rassegnazione. L’Attacco ha seguito da vicino questi appuntamenti, raccogliendo il clima di confronto che si respirava nei corridoi universitari e nei momenti pubblici.