Meluso alla corte di ADL, ma tutto è cominciato a Foggia. Il dirigente è appena approdato al Napoli

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Mauro Meluso che contro ogni previsione sbarca nella Napoli Campione d’Italia su precisa indicazione di ADL (Aurelio De Laurentis), sblocca un ricordo. Legato ai colori rossoneri e a due momenti diversi della carriera del dirigente cosentino, che a Castelvolturno succede a un certo Giuntoli.

Esattamente 32 anni fa, nell‘89, il Foggia dei fratelli Casillo rimetteva il naso in B e stava per avviare l’epopea di Zemanlandia. In una squadra che veniva rivoltata come un guanto, alla corte del tecnico di Praga dalla vicina Monopoli arrivava il nuovo centravanti, all’epoca 24enne, che Zeman avrebbe voluto schierare al fianco di Rambaudi, prelevato dal Pavia, e Signori soffiato al Piacenza e a un’agguerrita concorrenza per un miliardo. Nelle intenzioni di partenza doveva diventare il tridente nuovo di zecca con il quale scardinare le difese avversarie e mandare in estasi il popolo rossonero.

Avrebbe dovuto, perché poi quel progetto sarebbe stato abortito, perché avrebbe cozzato con i continui guai fisici con in quali Meluso avrebbe dovuto misurarsi in una annata fatta di molte ombre e poche luci: in tutto solo 16 gettoni di presenza e la miseria di 3 gol, che non sarebbe stata una stagione indimenticabile l’attaccante (che calcisticamente aveva mosso i primi passi nelle giovanili della Lazio) lo capirà fin dal ritiro altoatesino di San Giorgio, dove i carichi di lavoro imposti da Zeman metteranno a dura prova la sua schiena. Costringendolo ad un lungo periodo di inattività.

Di Meluso così si perderanno le tracce per tutto il girone di andata, bisognerà addirittura attendere il 28 gennaio per bagnarne l’esordio. Anch’esso sfortunato, perché il Foggia quel pomeriggio uscirà battuto (2-0) a Pisa, e Meluso dopo 28’ subentrerà a Signori, out a sua volta per un infortunio. Da quel momento giocherà con regolarità, partirà quasi sempre titolare nell’undici di partenza riprendendosi il suo posto al centro dell’attacco, dopo che fino a quel momento il tecnico di Praga aveva fatto ricorso a Francesco Fonte (un centrocampista con doti spiccatamente offensive) come attaccante esterno di fascia, dirottando Beppe-gol al centro dell’attacco.

Il suo primo timbro Meluso lo firmerà al 42’ contro il Brescia di Spillo Altobelli allo Zaccheria, nel giorno che segnerà anche il ritorno al calcio giocato di Fabio Fratena, uno dei simboli del primo Foggia di C targato Zeman. Il ritorno a tempo pieno di Meluso coinciderà con il periodo migliore dei rossoneri, che dopo un girone di andata anonimo (con Zeman addirittura a rischio-esonero) verranno fuori alla distanza: dalla 22^ alla 31^ giornata, infatti, arriverà una striscia di dieci risultati utili consecutivi che frutteranno 17 punti e ben quattro vittorie conquistate in trasferta. E così il Foggia si ritroverà addirittura proiettato nelle alte sfere della classifica, a ridosso dalla quarta poltrona utile per la promozione in A.

Il 22 aprile nel match casalingo con il Toro, si presentava un'occasione irripetibile: battere i granata voleva dire compiere il definitivo salto di qualità e inserirsi di diritto nel novero delle formazioni candidate alla promozione. Davanti a 25mila spettatori un'intera città vivrà un sogno che si infrangerà di fronte alla prodezza di Fimognari. Ma quel lungo applauso che a fine gara accompagnerà i monelli di Zeman negli spogliatoi rappresentava una vera e propria apertura di credito per l'immediato futuro.

La fugace apparizione di Meluso in rossonero si chiude di fatto coi granata quel pomeriggio, le altre due reti di stagione l’attaccante le realizzerà ad Ancona e a Reggio Emilia, a giochi praticamente fatti, c’era Ciccio Baiano nel destino del Foggia e una promozione che bussava dietro la porta. Meluso così si trasferiva al Casarano e iniziava la sua parabola discendente che cinque stagioni più tardi si sarebbe chiusa a Fermo.

C’era però un futuro dirigenziale nella carriera di Mauro Meluso, che per una curiosa coincidenza si inaugurerà a Foggia nel ‘99, esattamente a dieci anni di distanza l’ex bomber tornerà lì dove la sfortuna gli aveva tarpato le ali. In rossonero ci rimette piede in uno dei momenti più delicati della storia rossonera, dopo 41 anni il Foggia si ritrovava in C/2, la quarta serie nazionale. Uno smacco troppo grande da digerire per una città e una tifoseria che appena cinque stagioni prima venivano additate come la piccola provincia delle meraviglie da prendere a modello. L’ultimo colpo letale viene inferto da Franco Sensi, l’uomo che in quegli anni stava facendo della Roma una stella di prima grandezza e che al Foggia (l’ultima sua conquista) riserva solo vaghe e fugaci attenzioni.

Saranno sufficienti pochi mesi per comprendere che l’ultimo colonizzatore in ordine di tempo affacciatosi dalle parti del Tavoliere, al di là dei proclami e delle buone intenzioni, bleffa. Tra i primi ad accorgersene Paolo Agostinacchio, il sindaco-presidente che nel Foggia durerà il breve volgere di un mattino. Il primo cittadino avrebbe voluto un ruolo più attivo e partecipe nelle vicende societarie, ma l’investimento-Foggia con la retrocessione già si sgonfiava e Sensi cominciava già a pensare di smobilitare. Si spiega così l’immobilismo che attanaglierà il club sino a tutto luglio, vigilia della nuova stagione agonistica.

Il patron giallorosso darà mandato ai suoi più stretti collaboratori di sondare il terreno per favorire l’ingresso di nuovi potenziali acquirenti e nel frattempo affiderà la poltrona presidenziale all’avvocato Antonio Nazzaro, che sarà coadiuvato dal neo-dg Mauro Meluso per le competenze di natura tecnica. Dietro i propositi di abbandono fatalmente non può esserci un progetto di rilancio del Foggia e con queste premesse il futuro non potrà che essere incerto. Sensi non andrà per il sottile, il patrimonio rossonero sarà privato degli ultimi due gioielli, Giuseppe Colucci e Dajo Oshadogan finiscono alla casa-madre senza che nelle casse sociali arrivi un cent.

Con i pochi spiccioli a disposizione, Meluso proverà a inventarsi il Foggia che in C/2, gioco forza, deve essere di passaggio: attinge al mercato soprattutto degli svincolati il dg rossonero che alla fine allestisce una formazione ugualmente competitiva. Altamura, Bettini, Pennacchietti, Zaccagnini, Parravicini e poi Bellocchi, Menchetti e il baby D’Aniello sono elementi affidabili e di categoria sui quali impiantare il futuro più prossimo. Al sanguigno Piero Braglia, invece, spetterà il compito di assemblare una rosa alla quale in agosto viene dato un tocco di esperienza in più con l'arrivo del bomber Gigi Molino, prelevato in comproprietà dal Giulianova e che il Foggia riesce a strappare alla concorrenza di numerose formazioni di C/1. Si tratterà dell’unico vero colpo piazzato sul mercato.

Della vecchia guardia resteranno in pochi, in considerazione anche del fatto che i più non accettano il declassamento di categoria: Botticella, Guarino, Palo, Puleo, Nicodemo, Brienza, Papa e Perrone rappresentano la continuità per risalire la china. E quel Foggia ci andrà vicino al ritorno immediato in C1, i rossoneri dopo aver insidiato a lungo il primo posto del Messina, poi cederanno in semifinale playoff con l’Acireale fra mille rimpianti.

Subito dopo il club rossonero passa di mano e Meluso inizierà il suo girovagare fra Padova, Pisa, Sangiovannese, Teramo e Ternana. Quindi il 22 giugno ‘11 assume la carica di responsabile del settore tecnico del Frosinone e tre anni più tardi viene nominato direttore sportivo del Cosenza. Il 6 giugno ‘16 diventa il nuovo direttore sportivo del Lecce, militante in Serie C, e contribuisce al doppio salto di categoria dei giallorossi, che nel ‘19 approdano in Serie A. Il suo rapporto con il club salentino si interrompe nell'agosto ‘20, dopo la retrocessione in Serie B. Nell’agosto dello stesso anno firma un contratto triennale con lo Spezia, neopromosso in Serie A. E a maggio dell’anno successivo, dopo aver contribuito al raggiungimento di una storica salvezza, rescinde il contratto con i liguri.

Ora il gran balzo al Napoli, per quella che rappresenta la grande chance della sua carriera. E dire che solo qualche settimana fa il suo nome era tornato addirittura d’attualità a Foggia.

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