La procura vuole tutti a processo per le presunte torture in carcere: rischiano grosso dieci poliziotti

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Bisognerà attendere almeno fino al 15 settembre prossimo per cominciare a capire la sorte processuale di dieci poliziotti penitenziari e quattro operatori sanitari accusati a vario titolo di tortura, danneggiamento, concussione e tentata concussione, falsità ideologica, calunnia, soppressione di atti, omissione di referto medico e favoreggiamento. Per quella data è stata fissata l’udienza preliminare davanti al gup Cecilia Massarelli, per la quale la procura e il pubblico ministero Laura Simeone ha già fatto sapere di voler confermare tutti i rilievi fissati nell’inchiesta, chiedendo per tutti il rinvio a giudizio. Si tratta dell’ispettore Giovanni Di Pasqua, 57 anni di Foggia, i sovrintendenti Vincenzo Piccirillo, 54 anni di Stornarella, e Vittorio Vitale, di 55 di Lucera dove risiedono anche la vice ispettrice (e dirigente nazionale del sindacato Sinappe) Annalisa Santacroce di 48 anni, l’agente scelto Flenisio Casiere di 39 anni, gli assistenti capo coordinatore Nicola Calabrese di 51 e Massimo Folliero di 53, l’assistente Raffaele Coccia di 39, gli agenti Pasquale D'Errico di 29 e Giuseppe Toziano di 27. Per un periodo di tempo più o meno lungo erano finiti ai domiciliari, poi sono stati rimessi in libertà nelle diverse fasi giudiziarie gestite dai rispettivi difensori e infine sono tutti rientrati in servizio dopo le sospensioni subite, sebbene in istituti diversi di Puglia e Basilicata. Risultano coinvolti, ma sempre rimasti a piede libero, il medico della casa circondariale Antonio Iuso di 72 anni di Foggia, i colleghi Romolo Cela di 73 anni di Foggia, e Francesco Balzano di 70 di Lucera, e la psicologa della struttura, Stefania Lavacca di 48 di Cerignola. Quasi tutti si dicono innocenti o hanno ammesso una parte residuale delle condotte rilevate e avallate dal gip Carlo Protano che dispose i provvedimenti cautelari a marzo dell’anno scorso.

Nella sua richiesta degli arresti, il pubblico ministero aveva parlato di “diffusissimo clima di omertà, quando non di fattiva collaborazione nell'ostacolare le indagini, con capacità di ottenere la collaborazione di detenuti differenti dalle persone offese, al fine di depistare le indagini e di intimidire le stesse vittime delle violenze”. La procura stava indagando da almeno sei mesi sulla vicenda, partita da una lettera ricevuta pochi giorni dopo i fatti denunciati, uscita direttamente da Via delle Casermette, scritta dalla presunta persona offesa ma in una busta strategicamente riportante il nome di un altro detenuto che avrebbe assistito almeno in parte a quanto sarebbe accaduto, così da non destare sospetti nella verifica della corrispondenza.

Le indagini avrebbero poi fatto emergere gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli indagati, indiziati di aver partecipato con ruoli diversi a un pestaggio compiuto l’11 agosto 2023 nei confronti di due detenuti, di cui uno di Bitonto in condizione di fragilità. Contestualmente all’aggressione, altri due sarebbero stati inoltre arbitrariamente sottoposti a misure di rigore non consentite. Nel corso delle investigazioni sarebbe stata documentata la predisposizione e la sottoscrizione di atti falsi finalizzati a nascondere successivamente le violenze perpetrate e a impedire che venissero emesse a carico delle persone offese le diagnosi delle lesioni riportate.

Sarebbero state, inoltre, accertate minacce e promesse di ritorsioni attraverso le quali due indagati avrebbero costretto le vittime a sottoscrivere falsi verbali di dichiarazioni, in cui era riportata una versione dai fatti smentita dagli esiti delle indagini. Sono diverse le circostanze da chiarire, come la ricerca messa in atto senza esito da parte di un paio di indagati delle immagini nella sala regia della struttura dove erano conservate le riprese di una parte dei fatti contestati, oppure la sparizione di una pagina del registro sanitario relativa proprio a quei giorni convulsi in cui i detenuti si erano fatti visitare, oppure ancora la discordanza tra i verbali fatti fermare dalle presunte vittime dell’aggressione e quanto raccontato successivamente, oppure ancora le dichiarazioni rese da alcuni degli indagati quando erano ancora persone informate sui fatti, rispetto a quanto affermato nelle intercettazioni telefoniche a cui sono stati sottoposti, parlando anche con un ex appartenente al Corpo ma evidente punto di riferimento di molti degli arrestati. Il vero fulcro della contesa giudiziaria sarà l’eventuale riconoscimento dell’ipotesi di reato più grave, cioè la tortura, peraltro aggravata dalla sua attuazione con più di cinque persone nello stesso momento, e con abuso dei poteri e violazione dei doveri della loro funzione pubblica.

La procura ha motivato così: “Hanno agito con violenze gravi e crudeltà, sottoponendo il detenuto a un trattamento inumano e degradante. E quando il compagno di cella (di Taranto, ndr) provò a intervenire, ci furono botte anche per lui, con accanimento sul volto di una persona scalza e indifesa che cercava solamente di ripararsi dai colpi”. Per l’accusa, ci sarebbe stata anche una pianificata operazione di insabbiamento dei fatti e depistaggio sulle conseguenze, condotte che poi avrebbero fatto scattare le ulteriori contestazioni, spesso in concorso.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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