Nella zona intorno al Vesuvio questi sono i giorni dei tremori della terra e della fibrillazione delle persone, che stanno assistendo con grande apprensione a una intensificazione dei movimenti tellurici dentro ma soprattutto fuori dal vulcano, soprattutto nella zona dei Campi Flegrei che dal 2012 è in permanente stato di allerta “giallo”. Dopo l’emergenza “bradisismo” di poco più di 40 anni fa, per il territorio dell’hinterland napoletano è tornata di grande attualità la questione di una possibile evacuazione di massa del territorio che conta almeno 500 mila persone nella zona rossa, quella più a rischio perché più vicina al cratere e alla cosiddetta “caldera”. Si considerano gli interi Comuni di Quarto, Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida, e una parte proprio di Napoli, ma anche Marano e Giugliano, ma in totale quelli interessati sono addirittura 25, per un totale di 1,2 milioni di residenti e mezzo milione di auto immatricolate. Non a caso, la Regione Campania proprio qualche giorno fa ha rimesso sul tavolo i piani di emergenza che prevede vari livelli di gravità, addirittura simulando il micro svuotamento di una zona molto ridotta, operazione che non veniva svolta dal 2006.
Si è trattato di un modo per testare procedure, protocolli e soprattutto vie di fuga, forse l’aspetto che maggiormente preoccupa gli esperti della protezione civile, visto che i modelli approntati a livello regionale e nazionale, pur ritenuti efficaci nella teoria, poi devono essere applicati nella concretezza di vecchie e nuove criticità che lasciano più di qualche dubbio.
Ci sono problemi strutturali su alcune strade importanti di comunicazione da usare in caso di fuga, incide molto l’abusivismo edilizio sempre crescente e non esiste nemmeno una mappa degli edifici concretamente esposti a rischio sismico, senza contare che qualcuno ha sollevato perplessità sull’efficacia del sistema di comunicazione a favore della popolazione. Tutto questo, in un quadro di eccessiva densità abitativa su un territorio quindi piuttosto complesso.
L’ultimo piano risale al 2019, e riprende un altro risalente a cinque anni prima, che poi è stato storicamente l’ultimo provvedimento varato da Enrico Letta prima di dover cedere la guida del Governo nazionale a Matteo Renzi. I due documenti sono sostanzialmente sovrapposti e quindi prevedono delle vere e proprie direttrici di accoglienza per le popolazioni costrette ad abbandonare tutto in caso di eruzione devastante o di fenomeni sismici di grande impatto strutturale. Esiste una vera e propria lista con le rispettive assegnazioni di città da sfollare e regioni da raggiungere, con tanto di punti di raccolta e indicazioni logistiche che, come detto, sono in realtà il punto debole di tutto il sistema ipotizzato.
Comunque sia, c’è ovviamente la Puglia tra le regioni direttamente coinvolte dal Piano del 2014, e in particolare la provincia di Foggia che sarebbe interessata con i suoi centri più grandi, a partire dal capoluogo, passando per Manfredonia, Cerignola e San Severo, e finendo a Lucera, in relazione ai diversi quantitativi numerici di persone da gestire sui rispettivi territori.
Si chiamano tecnicamente “gemellaggi” e i Comuni assegnati alla Capitanata sono San Sebastiano e Torre Annunziata, per un totale di circa 50 mila residenti da sistemare eventualmente (nel massimo grado di gravità) nelle strutture scolastiche cittadine, anche se l’elenco di quelle disponibili risale al 2007 e non sarebbe stato ancora aggiornato. Ma si tratta di uno spostamento tutto sommato agevole, se ci considera che quelli di Pompei sono destinati alla Sardegna o quelli di Pollena Trocchia in Trentino o di Palma Campania in Friuli.
Nel 2019 quelle “Disposizioni per l’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico del Vesuvio” sono sfociate in uno schema di accordo tra le due Regioni con specifiche talmente avanzate, tanto che si parla di “gestione dei dati della popolazione (anagrafe, scuola, sanità, etc.), con il coinvolgimento degli uffici competenti, accesso ai servizi di base della popolazione ospitata e promozione di possibili iniziative volte a facilitare l’integrazione della popolazione ospitata nella comunità di accoglienza”, senza contare le intese da trovare tra le rispettive associazioni di volontariato. Quello da gestire, quindi, sarebbe un vero e proprio esodo con enormi implicazioni anche sociali, economiche e amministrative.
Insomma, in questo momento è anche una questione di colori: in caso di allerta “arancione”, scatterebbe un’evacuazione di livello intermedio, vale a dire lo svuotamento di ospedali e case di cura, il trasferimento dei detenuti, la messa in sicurezza dei beni culturali, mentre i residenti potranno allontanarsi “spontaneamente”. Nel malaugurato caso di innalzamento al rosso, allora i residenti della zona rossa avranno 72 ore per lasciare le case e tutto il resto.
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