Sono una decina le consegne di droga e in una circostanza anche di un telefonino che l’infermiera Stefania Cristino, dipendente Asl in servizio al carcere di Foggia, avrebbe effettuato tra settembre 2022 e aprile 2023 portando all’interno della casa circondariale sino a 400 grammi di hashish in cambio di somme che oscillavano da 100 a 450 euro per ogni cessione.
Stupefacente destinato a sette detenuti che poi lo smerciavano ad altri reclusi. La droga – secondo pm e Gdf – veniva ritirata da Cristino e/o dal marito Tommaso Di Mauro a Foggia in stazione o al centro commerciale, a San Severo, Apricena, Molfetta: la coppia incontrava familiari dei carcerati, ritirava il pacco e i soldi, poi l’infermeria si occupava della consegna quand’era al lavoro nel carcere.
Quando il 10 aprile 2023 Cristino fu arrestata in flagranza dalla polizia penitenziaria perché accusata di voler introdurre 200 grammi di hashish e alcuni telefonini, l’indagine di Procura Foggia e Gdf di Bari era in corso da alcuni mesi con intercettazioni e riprese video. Indizi cui si sono aggiunti i messaggi telefonici che l’infermiera avrebbe scambiato con alcuni co-indagati e soprattutto la confessione della donna, subito sospesa dall’Asl che avviò l’iter per licenziarla.
Arrestata in flagranza, Cristino confessò al gip nell’interrogatorio di garanzia e qualche giorno dopo quando fu sentita dal pm. Parlò dei primi contatti nell’agosto 2022 nella medicheria del carcere con il detenuto barese Tommaso Appio (uno degli arrestati); del suo iniziale rifiuto a fare da corriere; delle pressioni e promesse ricevute (“mi allettava dicendomi che avrei guadagnato denaro se gli avessi portato fumo, grappa, telefonini”), fin quando cedette a settembre, dicendo che l’avrebbe fatto una sola volta.
Così non fu perché – sostiene l’accusa – l’infermiera e il marito si sarebbero prestati ripetutamente a fare quanto chiesto da Appio e altri detenuti. Lo schema ricostruito dall’accusa è il seguente: Cristino veniva “ingaggiata” da alcuni detenuti; lei e il marito poi incontravano familiari e/o amici dei reclusi per ritirare la droga e il compenso pattuito, seguiva la consegna al carcerato che spacciava all’interno del penitenziario.
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