Aveva 24 anni ed era un lavoratore tunisino regolarmente presente in Italia. Il 28 agosto si è tolto la vita nella foresteria per lavoratori stranieri del Villaggio Don Bosco, in agro di Lucera. Il giovane proveniva dal ghetto di Borgo Mezzanone. Sulla vicenda è intervenuta la Flai Cgil, che ha espresso cordoglio per la morte del ragazzo e ha collegato il dramma alle condizioni di vita e di lavoro vissute da molti migranti impiegati nelle campagne della Capitanata. Secondo Matteo Bellegoni, responsabile delle politiche migratorie e della legalità del sindacato, non si tratterebbe di una fatalità isolata, ma dell’esito di un contesto segnato da precarietà, sfruttamento, difficoltà burocratiche e marginalità sociale.

È stato sufficiente un annuncio su internet privo di quel codice che oggi rappresenta una sorta di “carta d’identità” di qualunque struttura destinata agli affitti turistici, per aprire una porta dietro la quale la Polizia Locale di Vieste e la Guardia di Finanza hanno trovato molto più di una semplice irregolarità formale. Alla vigilia di Ferragosto, nell’ambito dei controlli sulle attività ricettive e sull’imposta di soggiorno, gli agenti hanno individuato quella che, per dimensioni, può essere assimilata a un piccolo residence: circa dieci appartamenti, per una capacità stimata attorno ai quaranta posti letto, completamente sconosciuti agli uffici comunali. L’attività veniva pubblicizzata online, ma agli atti del Comune non risultava la documentazione necessaria per esercitarla: non vi era alcuna Scia, nessuna comunicazione di avvio, nessun Codice identificativo nazionale, né - conseguentemente - la sua esposizione nell’annuncio. Mancavano inoltre gli adempimenti relativi all’imposta di soggiorno e la comunicazione delle persone alloggiate attraverso il sistema previsto per le strutture ricettive. “Non c’era nulla, nemmeno la comunicazione di inizio attività”, sintetizza a l’Attacco la comandante della Polizia Locale Caterina Ciuffreda. La struttura - sita sulla litoranea Vieste-Peschici, spiega, è stata intercettata durante una più ampia attività svolta assieme alle Fiamme Gialle, già impegnate nel controllo dell’evasione dell’imposta di soggiorno e nella verifica di codici identificativi sospesi o cessati. Il punto di avvio è stato un annuncio su Subito.it: “In ogni annuncio deve essere indicato il CIN - viene illustrato dal personale che ha materialmente seguito il controllo - poiché chi intende prenotare deve poter verificare il codice attraverso i sistemi ufficiali e avere contezza della struttura a cui si sta rivolgendo”. 
Proprio l’assenza del CIN ha fatto scattare il primo campanello d’allarme e il conseguente sopralluogo, effettuato il 14 agosto, ha consentito di verificare che quella posta in essere era un’attività articolata su più unità abitative (una decina, di cui nove destinati a locazione turistica - tenendo a mente che il proprietario risiederebbe nello stesso complesso), per una stima fatta dagli agenti di circa quaranta di posti letto complessivi da riempire.

Poco meno di un milione di euro. È la somma che dovrà essere corrisposta al marito e alle due figlie di Tiziana Gentile, la bracciante di 48 anni uccisa nella sua abitazione di Orta Nova il pomeriggio del 26 gennaio 2021. A stabilirlo è stato il giudice del Tribunale civile di Foggia Giacoma Fanizza, accogliendo la richiesta di risarcimento presentata dagli avvocati Gino Sauro, Valerio Vinelli e Giuseppe Cannone nei confronti degli eredi di Gerardo Tarantino, l’uomo che era stato accusato dell’omicidio e che il 3 aprile 2021 morì suicida nel carcere di Foggia.



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