Attimi di paura e sconcerto nel cuore di Vieste, dove nella serata di martedì 9 giugno, intorno alle 20:00, un uomo è rimasto ferito da un colpo d’arma da fuoco in piazza Vittorio Emanuele II, una delle aree più frequentate della città, affollata in quel momento da residenti, turisti e avventori dei locali della zona. Il ferito è il 42enne Hechmi Hdiouech, italo-marocchino già noto alle forze dell’ordine e coinvolto nell’inchiesta antimafia “Omnia Nostra”, conclusasi in primo grado con una condanna a 11 anni e 6 mesi di reclusione. Soccorso dal personale del 118, l’uomo è stato trasferito con l'elisoccorso all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Le sue condizioni non sarebbero gravi e non sarebbe in pericolo di vita. Sul luogo del ferimento sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Vieste, supportati dagli specialisti della Scientifica, che hanno effettuato i rilievi utili a ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. Gli investigatori avrebbero già individuato il presunto responsabile. Al vaglio anche le immagini dei numerosi impianti di videosorveglianza presenti nella zona.

“Che ci sia qualcosa da affinare, da rivedere, da correggere nell’azione dello Stato e della magistratura?”. A sollevare tale interrogativo, di fronte alla persistente pervasività e capacità intimidatoria dei clan della quarta mafia che attanaglia la Capitanata, è Giuseppe Ciuffreda, “figlio di un imprenditore ucciso per non aver pagato il racket”, come si firma nella lettera inviata ai media e indirizzata al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo. Una lettera densa quella del figlio dell’edile mattinatese Nicola Ciuffreda, assassinato dalla mafia a Foggia in un suo cantiere il 14 settembre 1990 per non aver ceduto e aver, anzi, denunciato i propri estorsori. “Ho letto con interesse quanto lei ha detto agli organi di informazione a proposito della pericolosità e del radicamento della criminalità organizzata nel territorio della Capitanata. Lo ha fatto all’indomani di una brillante operazione coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia, per la quale ogni cittadino del nostro territorio, me compreso, le è sinceramente grato come siamo grati ai suoi colleghi magistrati e ai membri delle forze di polizia”, scrive Ciuffreda a Melillo. “La sua analisi, secondo la quale in provincia di Foggia la situazione della criminalità organizzata è peggiore di quella della Sicilia, e che asserisce che nel capoluogo vi siano interi settori produttivi controllati dalla mafia è tale sgomentare e indignare qualunque persona perbene. Spero di non doverle spiegare quanto profondamente odi il cancro della mafia, la cui violenza ha segnato per sempre la mia vita e quella della mia famiglia; e voglio aggiungere che come foggiano sono orgoglioso che un mio concittadino per nascita sia assurto, grazie al suo valore e alla sua competenza, al ruolo più alto della magistratura italiana per quanto attiene alla mafia e al terrorismo. Ha ragione, è sciocco e pericoloso ridurre il fenomeno a una questione di ordine pubblico. La mafia ha una riconosciuta e pericolosa capacità di insinuarsi in tutti i gangli della vita associata, corrompendoli e inquinandoli. Giustissimo, quindi, l’invito alle istituzioni, ma anche alla società civile, perché si destino dall’inerzia o - peggio- dalla compiacenza. Non meno giusto l’invito a denunciare e a renderci tutti parte attiva della resistenza e del contrasto alla mafia e alla mafiosità”, continua Ciuffreda.

Caro dottor Melillo, ho letto con interesse quanto lei ha detto agli organi di informazione a proposito della pericolosità e del radicamento della criminalità organizzata nel territorio della Capitanata. Lo ha fatto all’indomani di una brillante operazione coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia, per la quale ogni cittadino del nostro territorio, me compreso, le è sinceramente grato come siamo grati ai suoi colleghi magistrati e ai membri delle forze dell’ordine.  La sua analisi, secondo la quale in provincia di Foggia la situazione della criminalità organizzata è peggiore di quella della Sicilia, e che asserisce che nel capoluogo vi siano interi settori produttivi controllati dalla mafia è tale da sgomentare e indignare qualunque persona perbene; e il fatto che autorevoli rappresentanti della politica regionale come l’assessore Piemontese si dichiarino d’accordo con lei non può che accrescere questi sentimenti. Spero di non doverle spiegare quanto profondamente odi il cancro della mafia, la cui violenza ha segnato per sempre la mia vita e quella della mia famiglia; e voglio aggiungere che come Foggiano sono orgoglioso che un mio concittadino per nascita sia assurto, grazie al suo valore e alla sua competenza, al ruolo più alto della magistratura italiana per quanto attiene alla mafia e al terrorismo.

E’ destinata a proseguire su più terreni la vicenda raccontata su queste colonne nell’edizione di mercoledì scorso riguardante i coniugi Raffaele Sarcone e Lucia Giuliano, referenti, rispettivamente dal 2007 e dal 2012, delle varie imprese che si sono susseguite negli anni nella gestione dell’appalto delle pulizie e manutenzione presso l’Università di Foggia. Minacce, aggressioni verbali, auto incendiate, pedinamenti: c’è di tutto nel caso di presunto mobbing-stalking nei confronti di un intero nucleo familiare, persone allontanate dal posto di lavoro per la propria incolumità, come denunciato a dicembre scorso dall’avvocato Luigi Sorace e dai diretti interessati all’Università di Foggia e a Dussmann Service srl, l’attuale aggiudicataria dell’appalto, ma anche a Presidenza della Repubblica, Governo, Viminale, Procura di Foggia, Prefettura di Foggia e Corte dei conti. C’è il percorso più strettamente connesso al diritto del lavoro, seguito da Sorace. C’è il profilo penalistico, di cui si sta occupando l’avvocato Angelo Gaggiano. E c’è l’istruttoria amministrativa che la Presidenza della Repubblica ha richiesto alla Prefettura di Foggia. Mentre si attende un riscontro dall’Ateneo, a replicare all’articolo è Dussmann Service, che difende i propri dipendenti.

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