Ci sono episodi di cronaca che lasciano addosso soltanto paura. E poi ce ne sono altri nei quali, accanto alla paura, rimane anche la consapevolezza di aver incontrato, proprio nel momento più difficile, persone capaci di tendere una mano. È quello che è accaduto alla signora Diana Lombardi, 77 anni, protagonista suo malgrado di uno scippo avvenuto a Foggia e oggi decisa a raccontare la sua storia non soltanto per denunciare ciò che le è successo, ma soprattutto per dire grazie alle tante persone che sono intervenute e, in particolare, a un carabiniere che quel giorno non era in servizio. Il suo nome è Giovanni Montanarella, maresciallo ordinario dell'Arma in servizio presso la stazione di Torello del Sannio. Un intervento che Diana considera decisivo e che, insieme al figlio Antonio, vuole ora sottoporre ufficialmente all'attenzione dei vertici dell'Arma attraverso una richiesta di encomio. Tutto accade qualche giorno fa poco dopo le 13, in una zona di via Natola. Diana era entrata in un negozio gestito da cittadini cinesi per acquistare un tappeto destinato ai suoi cani. La ragazza del negozio, che la conosceva, l'aveva accompagnata fino alla macchina. Diana apre il portabagagli e sistema il tappeto. Poi si siede al posto di guida. La borsa è appoggiata sul sedile accanto. “In quel momento ho sentito lo sportello che si apriva - racconta a l’Attacco - , un individuo mi ha portato via la borsa”. Una scena improvvisa, che la donna non aveva mai vissuto prima. E soprattutto una situazione che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi. Nella borsa c'erano le chiavi, i documenti, lo smartphone, le carte di credito, il bancomat e altri oggetti personali. Diana scende immediatamente dall'auto e comincia a gridare, sconvolta. Le sue urla vengono sentite dalle persone che si trovano nei negozi vicini. La ragazza che l'aveva accompagnata alla macchina esce immediatamente insieme al  titolare del negozio. Dalla zona della pizzeria Peperone in Città si affacciano altre persone. Qualcuno la riconosce, Diana, del resto, a Foggia ha trascorso gran parte della sua vita. Ha lavorato per 43 anni al Banco di Napoli, nella filiale di corso Vittorio Emanuele, e per il suo lavoro ha avuto a che fare con migliaia di persone. 

I Carabinieri della Sezione Radiomobile della Compagnia di Foggia, con il supporto dei militari dell’11° Reggimento Carabinieri “Puglia” di Bari, hanno arrestato in flagranza due pregiudicati foggiani, di 57 e 50 anni, ritenuti responsabili di tentato furto aggravato in concorso. Nella tarda serata di ieri, intorno alle ore 23:30, grazie alla tempestiva segnalazione di un cittadino al Numero Unico Europeo di Emergenza, i militari dell’Arma hanno sorpreso i due uomini in via Cimaglia mentre tentavano di introdursi all’interno della sede della Croce Rossa Italiana -Comitato di Foggia, forzandone il cancello d’ingresso.

Quando nel 2024 scattò l’operazione della DDA di Bari Mari e monti, che inflisse un durissimo colpo a clan dei Montanari ovvero i Libergolis-Miucci, la gip Valenzi sottolineò nell’ordinanza il chiaro familismo mafioso. Due anni dopo, dopo la sentenza di primo grado del Tribunale di Bari con cui la giudice dell’udienza preliminare Susanna De Felice ha comminato 40 condanne per complessivi 381 anni di carcere, quella caratteristica appare cristallizzata nel comune esito per padri, madri, figli. A partire dal caso della famiglia del reggente del clan: Enzo Miucci condannato a 20 anni di reclusione, la sua compagna Marilina Scarabino a 6 anni, il loro figlio maggiore Antonio a 14 anni. Quando il destino di questa famiglia avrebbe potuto cambiare? Possibile che quello di Enzino Miucci fosse segnato sin dalla nascita? Pare una storia da film quella del reggente, che a nemmeno 10 anni di età vide il padre crivellato di colpi, ucciso in un agguato mafioso. Quel bambino divenne un ragazzo che, sin da minorenne, si pose all’attenzione degli inquirenti, con una crescente pericolosità sociale e criminale da fargli meritare l’appellativo di “creaturo”. Non c’era, però, niente di ingenuo e rassicurante in Enzo Miucci, che, rimasto orfano del padre Antonio, fu allevato e “adottato” di fatto dai Libergolis, dei quali è, ancor prima che sodale, familiare. Il vincolo di sangue, fondamentale sul Gargano, deriva proprio dallo scomparso padre Antonio, che era fratello della moglie del boss Ciccillo Libergolis, dunque cognato del patriarca ed allevatore. Ciccillo era il fratello di Pasquale, padre di Matteo, Armando e Franco, i vertici da anni detenuti in carcere. Per alcuni Antonio Miucci rappresentò a lungo a Monte il “cervello fino” di cui si serviva il clan e colui che mostrò la strada dell’evoluzione politico-imprenditoriale della mafia garganica. La sua fine, cruentissima, testimonia tutta la ferocia di cui la mafia garganica è stata capace anche quando nessuno la definiva ancora tale ma la derubricava a “faida” tra i Libergolis e gli Alfieri-Primosa. Ma prima ci fu quello che sembrò un tentativo di collaborazione con gli investigatori. Accadde dopo l’uccisione, il 14 gennaio 1993, del fratello Matteo Miucci: l’omicidio fu compiuto da due sicari con il volto coperto da maschere di carnevale. Antonio Miucci decise allora di fare i nomi di coloro che il 18 agosto 1992 avevano tentato di ucciderlo, tendendogli un agguato mentre era in automobile diretto alla valle Carbonara. Per il tentativo di omicidio vennero arrestate il 15 gennaio 1993 sei persone ritenute legate al clan Alfieri-Primosa, tutte poi assolte. Antonio fu ucciso in piazza il 14 agosto 1993, a un anno dall’agguato nel quale era rimasto ferito e a sette mesi esatti dall’uccisione del fratello. Il suo assassino aveva sul volto una maschera di carnevale. Per l’omicidio fu arrestato, processato e assolto Michele Alfieri, il giovane montanaro ucciso a sua volta nel gennaio 2010 a davanti ad un bar del paese. 

Quella tragica mattina del 9 dicembre dell’anno scorso sembrava solo l’epilogo di una brutta vicenda che sarebbe dovuta rimanere tutta interna alle questioni familiari di Sandra Diatete, la donna nigeriana di 33 anni che fu trovata morta dal marito nella loro abitazione di Via De Peppo a Lucera. Era sul letto, quasi del tutto svestita, e con alcuni segni superficiali su braccia e gambe. 
A prima vista, era stato ritenuto un suicidio o un malore improvviso, e invece, dopo nove mesi di indagini, la procura di Foggia ritiene che dietro quel decesso ci sia una brutta storia di violenze e sopraffazioni dal parte del marito, connazionale di 35 anni. L’uomo è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di morte come conseguenza di altro reato, cioè maltrattamenti aggravati e lesioni aggravate, perpetrati per un lungo periodo di tempo. Su Newton Diatete, bracciante agricolo regolare, pende un addebito pesante, a seguito delle indagini condotte dal nucleo di polizia giudiziaria del commissariato di Via Po, basate su racconti di amici e conoscenti, sia lucerini che connazionali della coppia che ha quattro figli tutti minorenni. I testimoni avrebbero riferito di ripetuti episodi di violenza fisica e psicologica, caratterizzati da abituali percosse e da imposizioni mirate a limitare i rapporti con i familiari, e a isolarla dal proprio contesto affettivo, partendo dalla sorella della donna.

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