Un piazzale intitolato a Silvio Ferri, l’archeologo che studiò le stele daunie e la civiltà della Daunia, a pochi passi dal museo che quelle stele custodisce, si è trasformato per una sera nel palcoscenico di un concerto trasmesso in diretta nazionale. È successo il 13 giugno, davanti al Castello svevo-angioino-aragonese, all’imbocco del molo di levante. L’occasione era “Road to Battiti”, il tour promozionale che anticipa la kermesse estiva di un marchio televisivo privato; sul palco due artisti di richiamo nazionale, intorno il villaggio dei partner lungo via del Porto, in collegamento le dirette di una radio commerciale. All’amministrazione comunale la serata è costata diecimila euro stimati, impegnati per la sicurezza delle migliaia di spettatori e per i diritti SIAE. Il marchio ha portato gli artisti e ha incassato ciò che a un marchio interessa: la diretta radiotelevisiva, l’amplificazione sui canali nazionali, la città ridotta, nelle parole della delibera, a “location suggestiva di grandi eventi”. Il valore prodotto in quella piazza, l’entusiasmo, l’immagine del suo paesaggio in diretta, il nome della città sui canali nazionali, non è rimasto in quella piazza. La serata non è un episodio: è la cifra con cui la città ha scelto di vivere la propria estate, e con cui dichiara, atto dopo atto, che cosa intenda per cultura. Dal 28 giugno al 27 agosto il cartellone del “Manfredonia Festival” porterà musica, teatro e danza nei luoghi più belli, il Castello, il Parco Archeologico di Siponto, i chiostri, il lungomare. Luoghi che conservano la memoria più antica della città, adoperati come fondale. In nessuno degli oltre quaranta appuntamenti il patrimonio che quei luoghi custodiscono, le stele, la civiltà daunia, la storia sipontina, è l’oggetto di una sola serata: è sempre, soltanto, lo sfondo. La questione che l’estate lascia aperta non riguarda la qualità degli spettacoli. Riguarda un’inversione: una città che adopera la propria eredità per attrarre uno sguardo esterno, invece di coltivarla per sé. Dietro l’estate sipontina c’è un atto, e l’atto dichiara una visione. La delibera con cui la Giunta ha approvato la rassegna estiva, il 18 giugno, ne fissa lo scopo fin dalle premesse: rafforzare il senso di comunità, sì, ma anche e nello stesso respiro “promuovere, anche verso l’esterno, l’immagine di una città viva, accogliente e ricca di proposte”. Le finalità sono dichiarate “culturali, artistiche, turistiche e di promozione territoriale”. Il verbo che ricorre, esplicito o sottinteso, è promuovere; il destinatario, l’esterno; la misura del successo, l’immagine. Non c’è, nelle pagine dell’atto, una sola riga che assegni alla rassegna il compito di far conoscere ai cittadini il patrimonio che la città custodisce. La cultura vi figura come richiamo, non come conoscenza. Lo stesso atto compie un’operazione che merita attenzione, perché evoca un principio e ne pratica il rovescio. Invoca “il principio di sussidiarietà orizzontale”, la formula costituzionale con cui si designa la collaborazione fra amministrazione e corpi sociali, e la lega però, nella stessa frase, alle “difficoltà finanziarie in cui versa l’Ente” e all’obiettivo di muoversi “senza eccessivi oneri per il Comune”. Qui invece la regia resta all’ente: “la programmazione delle iniziative è gestita direttamente dall’Ente”, recita l’atto, mentre alle realtà associative tocca proporre eventi “per il semplice inserimento” in calendario. Il sostegno ai costi di logistica può essere concesso ad alcune di quelle proposte, ma gli adempimenti pesano sui propositori: restano a loro carico, dice la delibera, tutti gli obblighi di pubblica sicurezza ai sensi del TULPS, la materia di safety e security, l’acquisizione delle autorizzazioni e dei nulla osta necessari. Il principio è nominato; la prassi che descrive è un’altra cosa.