Addio a Gino Maggio, con lui finisce anche la storia del mitico Neogel, il bar che ha segnato un’epoca

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Con la scomparsa di Luigi “Gino” Maggio, s’è abbassata definitivamente la serranda per quello che era stato il mitico bar-pasticceria Neogel che ha dato lustro a San Severo per circa sessant’anni. I fratelli e le sorelle Maggio, soprattutto con Anselmo e Gino, avevano portato nella Città dei campanili, su corso Garibaldi, quello che non è stato solo un elegante e raffinato bar alla moda - tra i primissimi in provincia ad avere un roof garden da cui godere delle prelibatezze della pasticceria del laboratorio artigianale – ma quell’idea di fare impresa e dello stare insieme: il “Neogel”, un vero luogo di culto, che resterà sempre vivo nei ricordi di chi l’ha frequentato dal 1955 fino alla chiusura avvenuta nel primo decennio del nuovo secolo. Il “maestro” Gino Maggio, era lui a dirigere il laboratorio di alta pasticceria del bar Neogel, dopo aver frequentato un corso di formazione dell’epoca, presso un noto pasticcere napoletano, come riferito dalla nipote, Anna Maggio. Dal carattere generoso e altruista, ma anche timido e un po’ introverso, è sempre rimasto al fianco del fratello più grande, Anselmo, classe ’29, scomparso nel 2019. Dopo la tristezza della chiusura del Neogel,  Gino e Anselmo si erano trasferiti in un altro locale, pensato come galleria d’arte, per presentare pittori, mostre e personali di Anselmo Maggio, con Gino che si dedicava alla parte conviviale degli eventi. 
“È stato un vero pasticcere, dopo essere stato anche ad un corso di formazione a Napoli, con un grande pasticcere del secolo scorso – ha esordito a l’Attacco, Anna Maggio, che ha poi continuato dicendo che -. Basti pensare che i gelati solo artigianali, fatti con materie prime e frutta di stagione, venivano apprezzati non solo in città. Se, ad esempio, non si era nella stagione delle fragole, non si trovava il gelato al gusto di fragola. Prima non c’era i preparati già pronti e lui faceva tutto da solo, in modo artigianale: la panna era fresca; il pistacchio era pistacchio, non c’erano coloranti”.

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